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Giovedì, 05 Marzo 2020 09:39

Riflettori accesi su Artemisia Gentileschi

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E’ di questi giorni l’attribuzione del quadro “Davide con la testa di Golia” all'artista caravaggesa, proprio mentre  la National Gallery di Londra sta per dedicare alla pittrice una mostra

Artemisia Gentileschi Autoritratto -1637 - Gallerie Nazionali d'Arte Antica di Roma Artemisia Gentileschi Autoritratto -1637 - Gallerie Nazionali d'Arte Antica di Roma

ROMA - Nella romana Galleria nazionale d’arte antica, c’è l’autoritratto di  Artemisia Gentileschi. La pittrice, non più giovane, si mostra alle prese con un ritratto virile.  Altre opere della Gentileschi si trovano a Roma nella Galleria Spada: “Suonatrice di liuto” e “Madonna col bambino”. Il Casino delle Muse, nel giardino di  Palazzo Rospigliosi Pallavicini è stato affrescato nel 1611 da Orazio, padre di Artemisia e da Agostino Tassi, il violentatore.

Se osserviamo le Muse dipinte da Orazio per ben due volte, tra le figure femminili, ritroviamo la figlia: ora spavalda occhieggia da dietro un ventaglio con la mano sul fianco; ora pensosa, se ne sta dietro le corde di un’arpa. 

E’ di questi giorni l’attribuzione del quadro “Davide con la testa di Golia” ad Artemisia Gentileschi, proprio mentre  la National Gallery di Londra sta per dedicare alla pittrice una mostra. 

Dunque – dichiara Valeria Moretti, che ad Artemisia ha dedicato un  atto unico  nel testo teatrale “Una tavolozza rosso sangue” - notizia più felice non poteva esserci!” 

“Il nome di donna fa stare in dubbio, ma farò vedere a Vostra Signoria cosa sono capace di fare” scriveva con fierezza – racconta Valeria Moretti -  Maestra Artemisia Gentileschi,  nel seicento ad un suo committente. E aggiungeva orgogliosa: “L’opere mie saran quelle che parleranno”. E ora a distanza di secoli possiamo dire che aveva ragione. 

“Con bravura e con la sapiente tecnica caravaggesca appresa dal padre Orazio, Artemisia ha infatti dipinto una Maddalena dal corpo luminoso e immacolato, una carnale Susanna che con gesto deciso allontana i vecchioni, una volitiva Minerva che impugna lo scettro, una sensuale Ester di fronte ad Assuero, un’Aurora trionfante che si solleva dal suo orizzonte con le braccia levate verso il cielo, ma, soprattutto  - sottolinea ancora Valeria Moretti - fissava sulla tela Giuditta, la vedova ebrea che con particolare ferocia uccide l’odiato nemico Oloferne”. 

“Un macello così brutale ed efferato da parer dipinto per mano del boia Lang” - ha commentato il grande critico Roberto Longhi” 

“Sì, ad Artemisia si deve una delle Giuditte più violente della storia della pittura. Amore e morte – conclude Valeria Moretti - si intrecciano nella tela: il corpo di Oloferne è riverso completamente sul letto. Sopra di lui, una Giuditta vestita di seta sgargiante ben attenta a non macchiarlo di sangue, gli affonda con voluttà la spada nella gola”. 

Ultima modifica il Giovedì, 05 Marzo 2020 09:48


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