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Martedì, 14 Marzo 2017 11:50

Kubilai Khan e la flotta affondata: Marco Merola racconta la spedizione in Giappone

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Il giornalista fotografo ricostruisce i giorni in Giappone: partenza alle sei e immersioni fino a quindici metri di profondità, per ritrovare le navi mongole distrutte dal tifone nel 1281, ora protagoniste della mostra a Milano.   

ROMA - La prima volta che sente parlare della flotta affondata di Kubilai Khan è ad un convegno alla Borsa del Turismo archeologico di Paestum, nel 2010.  «È proprio lì, infatti, che lo studioso Daniele Petrella, esperto di storia e archeologia giapponese, sta raccontando una storia affascinante e senza alcuna prova archeologica: un tifone da 250 chilometri orari che distrugge una flotta di oltre 4500 navi in assetto da guerra e, con la flotta, distrugge anche l’ambizione dei Mongoli di conquistare il Giappone».

Marco Merola, giornalista appassionato di storia antica che da 20 anni segue missioni archeologiche in tutto il mondo per raccontare l’emozione della scoperta e testimoniare fotograficamente il fascino del ritrovamento, ricorda la curiosità del momento: «Fino a quel momento non avevo mai pensato al Giappone in quell’ottica. Capì subito che c’era qualcosa di estremamente interessante da documentare».

Nasce così “La flotta perduta di Kubilai Khan. Mostra fotografica della spedizione archeologica”, l’esposizione che vuole presentare al pubblico il progetto di ricerca internazionale al quale hanno preso parte il Ministero degli Affari Esteri, International Research Institute for Archaeology and Ethnology e l’azienda giapponese NTT DATA. Marco Merola l’ha organizzata a Milano, ospite della Fondazione Luciana Matalon per chiudere il cerchio di un percorso cominciato diversi anni fa, in occasione del convegno in cui conobbe Petrella, appunto.

«Una decina di anni fa Petrella aveva preso contatti con uno storico giapponese esperto in archeologia subacquea. L’obiettivo era riportare alla luce i resti della flotta di Kubilai Khan, nipote del famosissimo Gengis, che secondo quanto tramandato dalla tradizione orale e da alcune testimonianze scritte era naufragata nelle acque dell’isola di Takashima, regione del Kyushu, nel sud del Giappone, nel 1281 d.C.».

«Un obiettivo improbabile: i giapponesi avevano cominciato negli anni ’90 ad indagare i fondali alla ricerca dei resti della flotta affondata, ma senza risultati apprezzabili. Inoltre non era facile che passasse l’idea della partecipazione di occidentali alla ricerca delle prove di quello che i giapponesi considerano uno dei loro miti fondatori».  Ma bastano soltanto due o tre anni per cominciare a trovare le tracce di quello che i giapponesi avevano cercato invano.

«L’intervento di Petrella e dei suoi collaboratori è fondamentali. È proprio grazie a loro – spiega Merola – che l’approccio alla ricerca diventa più razionale e meno empirico. Ed è sempre grazie a loro che i giapponesi iniziano ad avvicinarsi all’uso di tecnologie moderne che fino a quel momento non avevano preso in considerazione». È il caso del Side Scan Sonar, ad esempio, capace di restituire immagini in 3D del fondo marino e di apprezzare, prima ancora delle immersioni, i reperti seminascosti dalla sabbia.

«Emergono i resti di alcuni relitti – continua Merola – che si sono preservati dalla distruzione a causa di un complesso gioco di correnti sottomarine che ne ha causato la ricopertura con un velo di sabbia. Si erano salvati nei secoli così una serie di elementi che man mano emergevano dalla profondità del mare. Ancore (tra cui quella gigantesca della nave ammiraglia della flotta), una serie di oggetti di pietra, piccoli mortai, mattoni da forno, indizi che hanno cominciato a dare il quadro di una situazione molto interessante: i resti di almeno 200 navi naufragate stavano lentamente emergendo».

Merola arriva in Giappone per testimoniare la missione archeologica subacquea in due distinti periodi, nel 2013 e nel 2014. «Sono rimasto ogni volta per un paio di settimane. Dormivamo in un ryokan, una sorta di bed and breakfast giapponese e ogni mattina alle sei si partiva per le immersioni, scandagliando accuratamente l’area che era stata prestabilita precedentemente». Tra archeologi, subacquei, storici e personale di bordo, il team di ricerca composto da una quindicina di persone si alterna ogni giorno in due gruppi che si danno il cambio nelle immersioni con le bombole, fino ad una profondità di una quindicina di metri. Ne nasce una ricca documentazione fotografica che racconta tutta l’esperienza giapponese e che sarebbe diventata in seguito la selezione in 36 foto della mostra La flotta perduta di Kubilai Khan. Mostra fotografica della spedizione archeologica. «Assieme a me, per realizzare il servizio fotografico, David Hogsholt, un fotografo specializzato in reportage subacquei».

Parte delle foto sono destinate a documentare l’allestimento del museo di Takashima. «Gigantesche vasche contenevano i resti in legno delle barche affondate. Le ceramiche venivano archiviate ed esposte. Un grandissimo lavoro che ha portato alla nascita di un apparato espositivo che ora è già aperto al pubblico e che accoglie studiosi e curiosi da tutto il mondo. È stato realizzato anche un ponte che collega l’isola alla terraferma, e questo ha fatto aumentare enormemente il numero dei visitatori».

Italiani e giapponesi continuano a lavorare in tandem. «Anche i rapporti personali sono lentamente cresciuti e si sono rafforzati. Ma soltanto dopo il secondo anno ho avuto il privilegio che al mio nome fosse legato il suffisso SAN, segno di stima. Prima, il tipico formalismo dei giapponesi rendeva difficile la classificazione della mia presenza e del mio ruolo in quella situazione e di conseguenza impediva anche i rapporti più banali».

Ora, mentre per la mostra si cercano nuove sedi in Italia, le ricerche continuano. «I fondi sono pochi, e speriamo attraverso l’IRIAE, (International Research Institute for Archaeology and  Ethnology), l’isituto fondato da Petrella, di riuscire ad attrarre l’attenzione di sponsor privati e di mecenati interessati a questo progetto. L’obiettivo è rivitalizzare una missione che negli ultimi due anni aveva accusato pesantemente la mancanza di fondi. Anche perché le missioni archeologiche, soprattutto quelle subacquee, sono costose. E qui non ci sono tesori sottomarini da scoprire, galeoni ricchi d’oro o tesori di pirati da far riemergere dal fondo del mare. Qui si può parlare si, di tesoro. Ma solo in termini di storia e di archeologia».

Ultima modifica il Giovedì, 16 Marzo 2017 15:33

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