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Venerdì, 30 Settembre 2016 15:30

Roma. Edward Hopper, il mito americano non muore mai

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Al Vittoriano 60 dipinti e disegni dell'artista statunitense dal Whitney Museum di New York: ma la novità è il racconto dell'influenza che le sue opere esercitarono sul grande cinema

Realtà virtuale alla mostra di Hopper al Vittoriano e i visitatori diventano protagonisti delle opere più famose Realtà virtuale alla mostra di Hopper al Vittoriano e i visitatori diventano protagonisti delle opere più famose

ROMA -Il colore della luce arriva al Vittoriano con Edward Hopper ma, questa volta, non il illumina soltanto la vicenda personale e artistica dello straordinario pittore statunitense. Grazie alla curatela di Luca Beatrice, condivisa con la curatrice dei dipinti e sculture del Whitney Museum of American Art di New York, la mostra allestita al Vittoriano vira decisamente sul cinematografico e arricchisce l'esposizione di 60 capolavori prestati dal museo newyorkese di una sezione completamente inedita dedicata all'influenza esercitata da Hopper sul grande cinema internazionale.

Un'operazione complessa e seduttiva che Arthemisia Group, organizzatrice della mostra, ha realizzato con l'obiettivo di bissare il successo della grande retrospettiva dedicata al medesimo autore che nel 2010 portò a Roma la prima e più grande retrospettiva mai dedicata all'americano con 160 opere provenienti, in quella occasione, non soltanto dal Whitney. In conferenza stampa è la stessa Iole Siena a spiegare i motivi del "ritorno" a Hopper: "nel corso delle ultime mostre romane abbiamo proposto ai visitatori un questionario in cui si chiedeva quale artista avrebbero voluto rivedere in esposizione. Hopper è stato il primo della lista. Ma, va sottolineato, il progetto è diverso: in quest'occasione alle opere arrivate esclusivamente dal Whitney si aggiunge l'approfondimento tra il cinema e Hopper, curato da Luca Beatrice, che è un'assoluta novità". 

In effetti, la storia del Whitney Museum of American Art e dell’artista Edward Hopper sono intrinsecamente legate: la prima mostra personale di Edward Hopper, nel 1920, si tenne al Whitney Studio Club. Nel corso degli anni il Whitney ospitò varie mostre dell’artista, tra cui quelle memorabili del 1950, 1960 e 1984. Dopo la morte di Hopper, nel 1970, la vedova Josephine lasciò proprio al Whitney Museum tutta l’eredità dell’artista in suo possesso: oltre 2500 opere tra dipinti, disegni e incisioni. Ovvio quindi che, quando si tratta di allestire un'esposizione dedicata all'artista, il Whitney Museum sia sempre in prima fila e che, anche questa volta, capolavori irrinunciabili della sua produzione, vere e proprie icone dell'immaginario artistico di Hopper, siano sempre presenti: Summer Interior del 1909, ad esempio, o la famosissima Second Story Sunlight del 1960 o, ancora, il capolavoro parigino del 1914, Soir Bleu, un olio su tela di circa due metri che racconta al meglio il fascino della città europea che Hopper amava di più. 

Hitchcock, Michelangelo Antonioni, Dario Argento, David Linch, Wim Wenders e Todd Haynes, sono invece alcuni dei cineasti che, secondo Luca Beatrice,"saccheggiarono" (ovviamente non in senso negativo) la produzione hopperiana alla ricerca di ispirazione. Psycho e La Finestra sul cortile, Il Grido, Deserto Rosso e l'Eclisse, Profondo Rosso e Velluto Blu, Paris Texas e Lontano dal Paradiso: come dimenticare le immagini che resero famosi questi film senza rivolgere immediatamente un pensiero alle atmosfere "metafisiche" (come le definisce Luca Beatrice) di Hopper? "Il suo modo di guardare alla realtà è metafisico - spiega il curatore - e, in certi casi, addirittura, minimalista. Freddo ed essenziale, immediato e privo di giudizio. Sarà più ciò che anticipa di quel che rielabora dal passato, tradizionale e tradizionalista". 

Discorso a parte, poi, per le accattivanti incursioni nel ludico con cui Arthemisa ha voluto completare il percorso espositivo (notevole l'allestimento garbato e imponente allo stesso tempo, sostenuto da una splendida ridistribusione degli spazi del Vittoriano e da un'efficacissima illuminazione delle opere, selezionate in un numero sufficiente all'approfondimento ma non ridondante tanto da affaticare il visitatore). Divertenti le bacheche che custodiscono tre riproduzioni di opere iconiche di Hopper che sono a disposizione del visitatore per essere ricalcate a mano su fogli di carta velina e particolari matite, a cui segue l'incursione nel mondo dei social grazie alla possibilità che il proprio disegno, lasciato nella lavagna situata accanto alla bacheca, possa essere scelto come tra i migliori e pubblicato sui canali di comunicazione mediatica inaugurati appositamente per la mostra. Forse un po' troppa voyeristica (ma Hopper probabilmente avrebbe apprezzato moltissimo) la saletta in cui, sedendosi in una sedia su cui è puntata una telecamera, si può osservare la propria immagine inserita virtualmente in una grandissima riproduzione del famoso Second Story Sunlight. Per la gioia dei malati di selfie, ovviamente. 

Sei le sezioni; ritratti e paesaggi, disegni preparatori, incisioni e olii, acquerelli e le immancabili immagini di donne: silenziose, contempaltive, belle ma non straripanti, parte di un paesaggio che è sempre grandissimo protagonista, nel cuore e nella mente dell'artista. Il mito americano è ancora forte, seducente e seduttivo come non mai, e Hopper lo racconta meglio di chiunque altro. 

(foto Maria Grazia Filippi)

Vademecum

Edward Hopper
1 ottobre 2016 12 febbraio 2017
Vittoriano, Ala Brasini, Roma
catalogo Skira
orari: dal lunedì al giovedì 9,30 - 19,30
venerdì e sabato 9.30 - 22.00 domenica 9.30 - 20.30
biglietto: 14 euro inclusa audioguida, ridotto: 12 euro incluso audioguida

 

Ultima modifica il Lunedì, 03 Ottobre 2016 11:02


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