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Lunedì, 02 Marzo 2020 16:28

Il pamphlet di Roberto Gramiccia ci spiega perché "Se tutto è arte..." si rischia che nulla lo sia più

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"Il libro è una forte e circostanziata denuncia dell’attuale sistema del mercato globale dell’arte" scrive Pietro Pani. "Un mercato caduto in modo ormai incontrollato nelle mani di avidi speculatori che fanno il bello e cattivo tempo, determinano mode e gusti, promuovono e bocciano artisti e generi con conseguenze terribili sia dal punto di vista della produzione artistica che del suo stesso valore economico"

Il libro di Roberto Gramiccia, medico e critico d’arte romano, “Se tutto è arte…”, edito da Mimesis, è interessante da diversi punti di vista. Dico subito che da ciò che contiene, e dalle proposte che ne scaturiscono - proposte che lo stesso Autore presenta in modo aperto ad integrazioni e modifiche - è uno di quei libri -un vero e proprio pamphlet- da cui può essere possibile ricavare temi e proposte per impegnarsi in una battaglia culturale, tanto necessaria quanto difficile (e “fuori moda”).
Per questo è un libro che mi è piaciuto e che consiglio. Sottolineandone tre aspetti.
In primo luogo la scelta del linguaggio, che ho trovato adatto ad un libro che comunque ha appunto “l’aria” di un pamphlet e che vuole rivolgersi ad un pubblico certo colto ma non specialistico, né tanto meno autoreferenziale: un periodare comprensibile ma non banale, discorsivo, ironico e sferzante quanto la materia lo richiedeva.
In secondo luogo perché la materia di questo argomentare risulta notoriamente alquanto ostica; pochi terreni sono così minati come il disquisire - a ragion veduta - di arte contemporanea. Traspare chiaramente nell’argomentare di Gramiccia non solo la sua profonda conoscenza delle radici e delle tematiche dello sviluppo dell’arte dalle avanguardie storiche ad oggi, ma anche la passione culturale verso determinati artisti e movimenti; ciò rende dunque la forte e netta critica verso determinati aspetti della produzione artistica dell’ultimo trentennio (almeno) non parte di un pregiudizio, conseguente ad una visione passatista dell’approccio all’arte, ma, semmai, espressione di un’ansia di ricerca e di scandaglio nella realtà. Operazione in partenza non facile e quindi non scontata, ma in buona parte riuscita; il che rende molto più incisive e pregnanti le decise, forti critiche che si avanzano al “sistema dominante” che governa oggi mercato e artisti.
Entro invece più nel merito affrontando il terzo aspetto su cui voglio soffermarmi. La necessità che si pone con forza nel libro, sintetizzata in un capitolo dal titolo significativo “Il problema di uno statuto”, che anche per le arti figurative, come per tutte le altre manifestazioni di espressione di una esperienza artistica (dalla prosa letteraria, alla poesia, al teatro, al cinema dove ciò è facilmente riconoscibile), ne delinei le caratteristiche, ne segni i confini più o meno definiti, escludendo quindi manifestazioni che non lo sono o che, peggio, col loro affermarsi - soprattutto grazie ai diktat di un mercato drogato - sono arrivate oggi a stravolgere valori e criteri di giudizio, quando non a rendere inconsistente il senso stesso di una qualsivoglia idea di estetica. Insomma: “Se tutto è arte…” si rischia seriamente che nulla lo sia più.
Gramiccia a questo proposito sintetizza in sei punti, in sei principi, le caratteristiche sulle quali poter definire, o meglio ri-definire, un’opera d’arte “figurativa”. 1. L’IDEA, ovvero la constatazione che l’opera debba necessariamente partire da una “intenzione” che meriti di essere espressa; 2. LA MATERIA, ovvero che l’opera debba comunque “farsi materia”, avere un volume e un peso; 3. LA TECNICA, cioè la rivalutazione di quello che potremmo chiamare “il mestiere”, che si serva di strumenti tradizionali e no, ma per cui in ogni caso questi rimangano fondamentalmente mezzi e non fini; 4. LA STORIA E LA NARRAZIONE, ovvero la capacità dell’opera di “sapere di realtà”; 5. LA CAPACITA’ DI SFIDARE IL TEMPO, o, come dice l’Autore, di saper “sconfiggere la morte per diventare immortali” come opere (e come autori); 6. LA
FRUIBILITA’ e cioè la caratteristica di un’opera di potere essere goduta essenzialmente attraverso la vista e in un tempo ragionevolmente breve (non a caso si parla anche di Arti visive).
Mi permetto di aggiungere a questa interessante griglia di riferimento, una precondizione - a sua volta suggerita da Pietro Folena nella bella postfazione del libro - e cioè il necessario riconoscimento, insieme a quello dell’arte, di uno Statuto degli artisti, immaginando, tra le altre cose, “garanzie, protezioni, istituti che permettano di liberare l’artista dalla totale dipendenza del mercato”.
Insomma il libro di Gramiccia si rivela ricco di molti ingredienti con i quali poter contribuire a lanciare un sasso nello stagno, non limitandosi alla pura denuncia dello stato attuale delle cose ma caricandosi sulle spalle l’onere della proposta. Si tratterebbe ora, anche sulla base di questa impostazione, di provare, come accennavo in apertura, a dare seguito a questa idea. Credo possa essere giunto il momento di promuovere la traduzione in “movimento di idee” (e di iniziative ad esse collegate) delle intuizioni contenute in questo libro, collegandole magari ad analoghe o contigue ricerche e prese di posizione che si muovono sulla stessa lunghezza d’onda. E’ un auspicio ma anche una proposta di lavoro che mi sento di rilanciare.

Ultima modifica il Mercoledì, 04 Marzo 2020 18:42




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