Palazzo Reale accoglie una delle mostre più attese della stagione culturale milanese, dedicata a una figura che ha segnato in modo irreversibile la storia della fotografia del Novecento. Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio porta nel cuore della città oltre duecento opere tra immagini celebri e scatti raramente esposti, offrendo al pubblico l’occasione di confrontarsi con l’universo estetico e concettuale di un artista capace di trasformare la provocazione in linguaggio formale, la sensualità in misura, il corpo in architettura visiva.
L’esposizione, curata da Denis Curti e aperta fino al 17 maggio 2026, si inserisce nel programma dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, confermando il ruolo della cultura come spazio di dialogo e riflessione in parallelo ai grandi eventi sportivi. Il progetto nasce dalla collaborazione tra il Comune di Milano, Palazzo Reale, Marsilio Arte e la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York, custode dell’eredità dell’artista e promotrice, fin dalla sua fondazione voluta dallo stesso fotografo poco prima della morte, di iniziative a sostegno della ricerca sull’HIV.
Milano diventa così il luogo ideale per raccontare Mapplethorpe nella sua complessità, andando oltre le semplificazioni legate allo scandalo e alla censura. Come sottolineato dall’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, “la forza delle sue immagini risiede nella capacità di fondere il rigore della composizione classica con una libertà espressiva radicalmente moderna. Nei suoi scatti il corpo umano assume la solidità di una costruzione architettonica e al tempo stesso la fragilità della carne, in un dialogo continuo con la tradizione scultorea e con l’idea di una bellezza assoluta, sensuale ma disciplinata”.


La fotografia come indagine politica
Nato a New York nel 1946 e scomparso prematuramente nel 1989, Mapplethorpe attraversa da protagonista il clima di trasformazione culturale che segna gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. In quel contesto la fotografia diventa per lui uno strumento di indagine identitaria e politica, un mezzo per dare forma visiva a desideri, corpi e pratiche fino ad allora relegati ai margini. Il momento di svolta arriva all’inizio degli anni Settanta, quando una Polaroid regalatagli dall’amica regista Sandy Daley lo spinge a esplorare l’autoritratto e il tema dell’omosessualità partendo da sé stesso. L’incontro con Tom of Finland rafforza questa direzione, aprendo una riflessione condivisa su feticismo, pelle e idealizzazione del corpo maschile, che Mapplethorpe traduce in immagini di una precisione quasi scultorea.
Il percorso espositivo di Palazzo Reale restituisce l’intera evoluzione del suo linguaggio. Gli esordi sono segnati da collage e assemblaggi realizzati alla fine degli anni Sessanta, opere rare in cui frammenti di riviste, disegni, simboli religiosi e oggetti quotidiani convivono in una tensione tra artificio e ricerca dell’identità. Da qui si passa ai ritratti delle figure che hanno segnato profondamente la sua vita e il suo immaginario. Patti Smith appare in una serie di immagini intime e vulnerabili che raccontano un legame profondo, fatto di complicità e crescita condivisa. Lisa Lyon, campionessa di bodybuilding, diventa invece il simbolo di una bellezza che sfida le categorie di genere, incarnando una potenza fisica riletta attraverso canoni neoclassici.


Autoritratti e ritratti
Gli autoritratti occupano un posto centrale nella mostra e rivelano la dimensione più personale e dolorosa del suo lavoro. La macchina fotografica si trasforma in uno specchio che accompagna l’artista nel tempo, dalle pose eleganti e provocatorie degli anni Settanta fino alle immagini segnate dalla malattia, in cui il corpo diventa testimonianza della propria finitezza. Accanto a questi scatti, i ritratti di artisti e icone della cultura contemporanea, da Andy Warhol a Yoko Ono, da Peter Gabriel a Isabella Rossellini, mostrano come per Mapplethorpe lo studio fotografico fosse uno spazio quasi sacrale, un luogo di incontro in cui la luce e l’equilibrio formale elevano il soggetto a dimensione mitica.
Ampio spazio è dedicato ai nudi e alle celebri fotografie di fiori, due filoni solo apparentemente distanti. Nei corpi maschili e femminili, modellati da contrasti netti e da una luce controllatissima, emerge un ideale di perfezione classica che allo stesso tempo mette in discussione le convenzioni sociali. I fiori, calle, orchidee e tulipani, vengono ritratti come presenze carnali e vibranti, sospese tra sacralità e allusione erotica, capaci di evocare una sensualità silenziosa ma potentissima.
Il dialogo con l’antico chiude idealmente il percorso. Utilizzando la sua Hasselblad, regalo decisivo del mentore e compagno Sam Wagstaff, Mapplethorpe fotografa la statuaria classica come se volesse restituirle vita, ammorbidendo il marmo e trasformando la pietra in carne. È in questa tensione tra eterno ed effimero che si coglie una delle chiavi più profonde del suo lavoro, quella ricerca di un equilibrio assoluto che trascende il tempo e le mode.

Prossima tappa a Roma, al Museo dell’Ara Pacis
La tappa milanese rappresenta il secondo capitolo di una trilogia iniziata a Venezia e destinata a concludersi a Roma, al Museo dell’Ara Pacis, nell’estate del 2026. Ogni mostra affronta un aspetto diverso della produzione di Mapplethorpe, contribuendo a una rilettura complessiva della sua figura. A completare l’esperienza, un podcast originale e un ampio catalogo edito da Marsilio Arte accompagnano il pubblico nell’esplorazione di un’opera che continua a interrogare, sedurre e mettere in discussione il nostro sguardo sul corpo, sul desiderio e sull’idea stessa di bellezza.








