Roma torna a interrogare il proprio Seicento con una mostra che ambisce a riscriverne la genealogia. Dopo lo straordinario successo di Caravaggio 2025, le Gallerie Nazionali di Arte Antica inaugurano il 12 febbraio 2026, nelle sale di Palazzo Barberini, Bernini e i Barberini, a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi. Non una semplice retrospettiva, ma una vera e propria indagine su uno dei sodalizi più fecondi della storia dell’arte europea: quello tra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini, eletto pontefice nel 1623 con il nome di Urbano VIII. Se Caravaggio 2025 aveva mostrato il ruolo di Maffeo Barberini nella cultura figurativa romana, Bernini e i Barberini ne svela ora la responsabilità decisiva nella nascita del Barocco. Non un’epoca che “accade”, quindi, ma una rivoluzione che si costruisce: nel dialogo serrato tra un artista e il suo papa.


Il progetto, sostenuto dal Main Partner Intesa Sanpaolo e realizzato con il supporto della Direzione Generale Musei – Ministero della Cultura, con il patrocinio della Fabbrica di San Pietro in Vaticano e in collaborazione con la Basilica di Santa Maria Maggiore, si colloca nel quattrocentesimo anniversario della consacrazione della nuova Basilica di San Pietro (1626). Una coincidenza non meramente celebrativa: è proprio intorno a quella data che la “mirabil congiuntura”, per usare l’espressione di Galileo Galilei, produce l’esplosione del linguaggio barocco come forma universale della Roma post-tridentina.


Il “vero” inventore del Barocco?
La tesi della mostra è netta e destinata a riaprire il dibattito storiografico: l’affermazione del Barocco non sarebbe il frutto di una generica evoluzione stilistica, né un processo avviato intorno al 1600 con Carracci e Caravaggio, ma l’esito concreto di un rapporto privilegiato tra artista e committente. Da Cesare D’Onofrio a Francis Haskell e Irving Lavin, la storiografia ha riconosciuto in Maffeo Barberini il vero scopritore e promotore del genio berniniano. Bernini e i Barberini porta alle estreme conseguenze questa interpretazione, individuando in Urbano VIII il responsabile storico della svolta. Ben prima dell’ascesa al soglio pontificio, Barberini intuisce le potenzialità rivoluzionarie del giovane scultore, ne favorisce l’emancipazione dalla bottega paterna e ne orienta la trasformazione da prodigio tecnico a “artista universale”. Non solo un mecenate, ma un regista culturale capace di indirizzare scelte formali, iconografiche e politiche.


Dalla bottega paterna alla rivoluzione della scultura
Articolata in sei sezioni, la mostra segue la parabola creativa di Bernini dagli esordi alla piena maturità.
La prima, significativamente intitolata «Appropriòsselo tutto come suo»: Maffeo ‘scopritore’ di Bernini, ricostruisce il momento fondativo del rapporto tra il futuro papa e l’enfant prodige. Accanto ad opere di Pietro Bernini come Adamo, Eva e il serpente (Musée de Tessé, Le Mans), sono esposti lavori eseguiti in collaborazione padre-figlio, tra cui le straordinarie Quattro Stagioni (collezione Aldobrandini) e il Putto con drago (J. Paul Getty Museum, Los Angeles). Il confronto con capolavori autografi come il San Lorenzo (Gallerie degli Uffizi, Firenze) e il monumentale San Sebastiano (Chiesa di San Martino, Jouy-en-Josas), eccezionalmente accostato al San Sebastiano Barberini (collezione privata), mostra come già nel 1617 – anno in cui quest’ultimo viene pagato da Maffeo – si delinei una nuova concezione della scultura: naturalezza della posa, sensualità del marmo, coinvolgimento emotivo dello spettatore. Il Barocco nasce qui, prima ancora che nell’architettura.


San Pietro come teatro del potere
La seconda sezione, «Non plus ultra»: la nuova San Pietro, conduce nel cuore simbolico dell’alleanza tra Urbano VIII e Bernini: il cantiere della basilica vaticana. Alla consacrazione del 1626 segue la necessità di reinventarne l’interno. Il Baldacchino, commissionato a un Bernini poco più che venticinquenne, diventa il fulcro di un sistema unitario in cui architettura, scultura e decorazione confluiscono in una macchina scenica senza precedenti. Disegni, modelli e incisioni illustrano la genesi dell’opera, insieme agli studi per il San Longino. Il dialogo tra Baldacchino, Logge delle Reliquie e futura Cattedra di San Pietro rivela il “bel composto” berniniano: uno spazio sacro trasformato in racconto, in esperienza emotiva e in celebrazione del primato barberiniano.


Il volto del potere
Un’intera sezione è dedicata alla ritrattistica pontificia. Dai busti di Paolo V Borghese e Gregorio XV Ludovisi – tra cui il marmo del Getty Museum – fino alla straordinaria serie di ritratti di Urbano VIII, mai riuniti prima, la mostra mette a fuoco l’elaborazione di un’immagine canonica del potere. Le varianti iconografiche – con piviale, mozzetta o camauro – raccontano l’evoluzione di una formula destinata a imporsi in Europa. Il volto di Urbano VIII si fa icona assoluta del potere spirituale e temporale, scolpito con un’intensità psicologica che supera la celebrazione ufficiale.


Palazzo Barberini, laboratorio del Barocco
Con Palazzo Barberini: un capolavoro corale la mostra riflette su se stessa e sul luogo che la ospita. Disegni, modelli e dipinti ricostruiscono la genesi di uno dei primi esempi di architettura barocca “corale”, dove Bernini, Borromini e Pietro da Cortona collaborano – e competono – nella definizione di uno spazio che fonde palazzo urbano e villa suburbana. Accanto ai progetti architettonici, capolavori provenienti dall’antica collezione Barberini, tra cui dipinti di Guido Reni, testimoniano la qualità e le ambizioni della raccolta familiare.


Una corte, molti stili
«Apes Urbanae»: volti della Roma barberiniana presenta una costellazione di busti che restituisce la varietà della corte di Urbano VIII: cardinali, intellettuali, cortigiani. Il confronto tra Bernini, Alessandro Algardi, François Duquesnoy e Giuliano Finelli mette in scena una competizione di stili. Spiccano il virtuosistico Busto di Michelangelo Buonarroti il Giovane di Finelli e il sorprendente Busto di Michel Magnan, nano del duca di Créqui, scolpito da Duquesnoy: opere che allargano il campo del ritratto ufficiale verso una dimensione più umana e complessa.


Libertà e tensione
L’ultima sezione, La libertà di Bernini, il potere di Urbano VIII, affronta il nodo più intimo del rapporto tra artista e pontefice. Accanto a busti raramente esposti, come quello di Thomas Baker (Victoria and Albert Museum, Londra), compaiono dipinti attribuiti a Bernini, eseguiti per diletto. Culmine emotivo è il celebre Busto di Costanza Bonarelli (Museo Nazionale del Bargello, Firenze), unico ritratto scolpito senza committenza: un vertice assoluto della ritrattistica barocca, nato da una relazione personale e carico di tensione. Chiude il percorso un ritratto pittorico di Urbano VIII attribuito a Bernini, immagine più intima e meno ufficiale, suggello di un legame fatto di protezione, controllo e complicità.


Un progetto corale
Accompagnata da un catalogo edito da Allemandi con saggi dei curatori e contributi di Tomaso Montanari, Karen Lloyd, Joseph Connors, Evonne Levy, la mostra si avvale del supporto tecnico di Coopculture per i servizi al pubblico, di Allemandi per il catalogo e di Atac come mobility partner. Urban Vision Group è media partner, Dimensione Suono Soft radio partner. Determinante il contributo dei prestatori, tra musei e collezioni pubbliche e private: Accademia Carrara (Bergamo), Albertina Museum (Vienna), Fabbrica di San Pietro in Vaticano, Gallerie degli Uffizi (Firenze), J. Paul Getty Museum (Los Angeles), Musée du Louvre e Musée Jacquemart-André (Parigi), Museo Diocesano (Spoleto), Museo Nazionale del Bargello (Firenze), Museo Thyssen-Bornemisza (Madrid), Musée de Tessé (Le Mans), Musei Vaticani, National Gallery (Londra e Washington), Statens Museum for Kunst (Copenhagen), The Morgan Library (New York), Victoria and Albert Museum (Londra), Diocesi di Foligno con i busti Roscioli.








