Alla soglia del Capodanno lunare, l’8 febbraio 2026, la città di Chengdu ha inaugurato una delle sue operazioni culturali più ambiziose: la Pulse of Life · Biennale di Chengdu. Non una semplice esposizione internazionale, ma un progetto che ambisce a trasformare l’arte in strumento di misurazione del vivente. Il titolo — Pulse of Life — è dichiarazione programmatica. Se l’economia utilizza indici per quantificare crescita e flussi, qui l’“indice” diventa emotivo: umore, desiderio, tensione creativa. Il curatore Wu Hongliang propone un rovesciamento semantico: non più la città come sfondo neutro dell’arte, ma l’arte come sismografo della città. Con 251 artisti e 328 opere provenienti da 29 Paesi, la Biennale registra il suo più alto tasso di partecipazione internazionale.

Sei sezioni tematiche
Il percorso si articola in sei nuclei tematici: Dove il cuore appartiene, Lo straordinario nell’ordinario, Villes Réelles, Ville Rêvée, Viaggio nel tempo, Ritorno alla vita. Ritorno alla realtà e 24 ore a Chengdu, oltre a un’area espositiva all’aperto inaugurata nel dicembre scorso. L’inclusione di maestri come Qi Baishi accanto a protagonisti contemporanei come Xu Bing costruisce un arco temporale che interroga la continuità tra tradizione e presente. Tra le presenze internazionali, figure come Bernar Venet e Julian Opie rappresentano due modalità opposte di misurare lo spazio: la monumentalità concettuale e la stilizzazione digitale. Ben 45 opere sono state realizzate appositamente per Chengdu, segno di una committenza viva e di un confronto diretto con il contesto urbano. L’inaugurazione è stata accompagnata dalla prima mondiale di Bridges, composizione di James Reynolds eseguita dalla Chengdu Symphony Orchestra: un ponte sonoro che traduce in musica il dialogo interculturale della rassegna.L’elemento forse più interessante è la dispersione del progetto nel tessuto urbano. Pop-up museum, mostre parallele, interventi in quartieri storici e persino nell’aeroporto internazionale: l’arte esce dall’istituzione per diventare fenomeno diffuso. In questo scenario, Chengdu non si limita a ospitare l’arte; la incorpora.

Shay Frisch: l’arte come campo energetico
Uno dei fili conduttori dell’edizione 2026 è la fusione tra arte e tecnologia. L’opera Poema del Carbonio: Luce, Ombra e Potere, realizzata con team scientifici dell’Università del Sichuan, ricrea a livello nanometrico l’antico motivo del Sole e Uccelli Immortali. Qui il patrimonio iconografico dialoga con la micro-ingegneria: il passato diventa materia sperimentale. In questo contesto si inserisce con coerenza la presenza di Shay Frisch, artista che da anni indaga l’energia come fenomeno visibile e invisibile. I suoi “campi” elettrici — costruiti attraverso la ripetizione modulare di adattatori comuni attraversati da corrente — non sono semplici installazioni luminose. Sono dispositivi percettivi. L’elettricità che li anima accende spie minime, segnali che testimoniano una tensione attiva. Il visitatore non osserva soltanto: entra in un campo elettromagnetico reale, anche se impercettibile ai sensi. In una Biennale che parla di “pulsazione”, il lavoro di Frisch è quasi letterale: il battito è corrente, è flusso energetico. La sua ricerca, già presentata in sedi come la Biennale di Venezia e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, trova qui un’ulteriore dimensione: l’energia come metafora della vitalità urbana.


Il segno come soglia: Milot e la grammatica della chiave
Se Frisch lavora sull’invisibile fisico, Milot agisce sul simbolico. La sua “Chiave Torta”, forma-segno ripetuta ossessivamente in pittura e scultura, costruisce una sintassi visiva fondata su pieni e vuoti. All’interno di Pulse of Life, il suo intervento dialoga con le sezioni dedicate all’ordinario e al ritorno alla realtà: la chiave è oggetto quotidiano, ma diventa archetipo. Ripetuta, variata cromaticamente, modulata nello spazio, si trasforma in ritmo. In una Biennale che riflette sulla relazione tra individuo e città, la chiave di Milot appare come metafora di libertà e appartenenza. Aprire e chiudere, entrare e uscire: gesti minimi che strutturano l’esperienza urbana. Le sue composizioni non sono decorative, ma architetture interiori. Se Frisch costruisce campi, Milot costruisce soglie.









