Dal 15 ottobre 2026 al 5 febbraio 2027, 21Art Roma ospita Mario Ceroli {IO}, una mostra curata da Cesare Biasini Selvaggi che intreccia nuove creazioni, memoria e identità. Quindici opere, tra sculture e installazioni, raccontano la vitalità di una ricerca capace di reinventarsi senza rinnegare le proprie origini.
Roma torna al centro dell’universo creativo di Mario Ceroli, artista che della Capitale ha fatto molto più di un luogo di formazione e di lavoro: una presenza costante, un deposito di immagini e suggestioni, un interlocutore con cui misurarsi attraverso il tempo. La mostra Mario Ceroli {IO}, presentata da 21Art Roma negli spazi di Largo della Fontanella di Borghese, riporta l’artista in una galleria privata romana dopo oltre vent’anni, proponendo un percorso che guarda alla sua lunga esperienza senza trasformarla in un esercizio celebrativo.

Curata da Cesare Biasini Selvaggi e aperta al pubblico dal 15 ottobre 2026 al 5 febbraio 2027, l’esposizione riunisce quindici opere, quasi tutte realizzate nel 2026. Sculture e installazioni costruiscono un ambiente in cui la materia diventa linguaggio teatrale, le forme si comportano come presenze in scena e il passato viene continuamente sottoposto a nuove possibilità di interpretazione. Il titolo, {IO}, suggerisce una riflessione sull’identità, ma anche sull’atto creativo come esperienza individuale che si apre inevitabilmente al confronto con gli altri.
Nella poetica di Ceroli, infatti, creare non significa soltanto produrre un oggetto: vuol dire stabilire relazioni, modificare equilibri, mettere in discussione ciò che sembrava acquisito. È un processo che attraversa l’intera carriera dell’artista e che questa mostra restituisce attraverso opere nuove, riprese di lavori storici e installazioni concepite in rapporto diretto con gli spazi espositivi.
Una vita artistica nata nella Roma delle avanguardie
Nato nel 1938 a Castel Frentano, in provincia di Chieti, Ceroli arriva a Roma nel 1948, quando ha appena dieci anni. Nella città studia all’Istituto d’Arte, dove condivide gli anni della formazione con Tano Festa, e comincia a elaborare un linguaggio personale nel clima di trasformazione che attraversa la cultura italiana del secondo Novecento.

La Roma in cui cresce artisticamente è quella degli anni Sessanta: Piazza del Popolo, le gallerie d’avanguardia, il confronto tra pittura, scultura, letteratura, cinema e teatro. È soprattutto l’ambiente della Galleria La Tartaruga, fondata da Plinio De Martiis, a rappresentare un punto di riferimento fondamentale. Dal 1964 Ceroli espone in quello spazio, entrando in contatto con una generazione di artisti e intellettuali che contribuisce a ridisegnare il panorama culturale italiano. Tra le figure che animano quell’orizzonte compaiono Cy Twombly, Pier Paolo Pasolini e Carmelo Bene, protagonisti di una stagione in cui i confini tra le discipline diventano sempre più permeabili.
Dopo le prime esperienze nella ceramica, nel 1956 l’artista sceglie il legno come materiale privilegiato. La decisione si rivelerà determinante per la definizione del suo immaginario: attraverso sagome, profili, ripetizioni e costruzioni ambientali, il legno perde la tradizionale funzione di supporto per diventare strumento di una ricerca sul corpo, sulla memoria e sulla rappresentazione. Nel 1966 Ceroli riceve il Premio Gollin alla Biennale di Venezia. Dopo un soggiorno a New York, partecipa inoltre a importanti esposizioni legate all’esperienza dell’Arte Povera, sviluppando un percorso autonomo nel quale la sperimentazione sui materiali si accompagna a una forte dimensione simbolica.

Dal 1968 estende il proprio lavoro alla scenografia teatrale, cinematografica e televisiva. Non si tratta di una parentesi rispetto alla scultura, ma di un ampliamento coerente della sua visione: lo spazio diventa un luogo da costruire e abitare, mentre le opere assumono la capacità di coinvolgere lo spettatore in un’esperienza che supera la contemplazione frontale.
Le partecipazioni a sei Biennali di Venezia e a quattro Quadriennali d’arte di Roma, insieme alle importanti rassegne antologiche che gli sono state dedicate, testimoniano l’ampiezza di una carriera nella quale la dimensione monumentale convive con la sperimentazione. Nel 2007 il Palazzo delle Esposizioni di Roma gli dedica una grande retrospettiva; nel 2024 Palazzo Citterio a Milano presenta Mario Ceroli. La forza di sognare ancora, mentre nel 2025 la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ospita Ceroli Totale. Nel 2026, oltre alla mostra romana, l’artista è presente al MAXXI nell’ambito di Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi, a cura di Andrea Bellini e Francesco Stocchi.
Il passato non è mai una forma definitiva
Il cuore di Mario Ceroli {IO} risiede nella possibilità di ritornare sulle proprie opere senza considerarle mai concluse una volta per tutte. È una pratica che distingue la semplice riproposizione dalla vera riscrittura: un lavoro del passato può essere recuperato, modificato e trasformato in una nuova esperienza, conservando la memoria della propria origine ma acquisendo significati differenti.
Emblematica, in questo senso, è Un anno d’amore del 2026, installazione composta da 987 elementi metallici. L’opera riprende un lavoro omonimo del 1972, allora realizzato in legno e articolato in 365 quadrati, uno per ogni giorno dell’anno, ai quali si aggiungeva un elemento dedicato al titolo. A distanza di oltre mezzo secolo, Ceroli ne modifica radicalmente la struttura materiale e ne riapre il significato.

Mario Ceroli Un anno d amore 2026 987 placche di metallo 265×500 cm Foto Giorgio Benni
Il calendario, da misura convenzionale del tempo, si trasforma in una sorta di diario personale e collettivo. Gli elementi che compongono l’installazione sembrano registrare non soltanto il trascorrere dei giorni, ma anche la sedimentazione degli incontri, degli affetti e delle esperienze. Il tempo non è più una sequenza ordinata di unità equivalenti: diventa una materia vissuta, attraversata da relazioni che continuano a modificare il presente. La nuova opera assume così anche il valore di un gesto di riconoscenza verso le persone entrate nella vita dell’artista, tra legami ritrovati e nuove conoscenze.
Un processo analogo interessa Curvilinee e squadra, lavoro del 1965 che nella versione del 2026 assume una nuova identità e il titolo L’architetto. Anche qui la trasformazione non si limita a un aggiornamento formale. Cambiare nome significa spostare il punto di vista, suggerire una diversa funzione, aprire la struttura originaria a una lettura inedita. La memoria, nella pratica di Ceroli, non coincide dunque con la conservazione di un’immagine immutabile: è una riserva di possibilità da cui ripartire.
Questa attitudine rende la mostra qualcosa di diverso da una ricognizione retrospettiva. Le opere storiche non sono chiamate a certificare il valore di una carriera, ma a partecipare a un nuovo momento della ricerca. Ogni ritorno diventa un’occasione per sperimentare, ogni ripresa un modo per riaprire il discorso.

Lo spazio come palcoscenico
Il carattere teatrale del percorso attraversa l’intera esposizione. Labirinto, composta da cinquanta elementi, mette in gioco l’orientamento e la percezione, facendo dello spazio un sistema di relazioni da esplorare. Le campane di Trinità dei Monti, scultura monumentale realizzata in ferro, terre colorate e legno, introduce invece un riferimento alla memoria urbana romana, traducendola in una presenza fisica che si misura con l’ambiente circostante.
Sono opere differenti per scala, struttura e impatto visivo, ma accomunate da una qualità essenziale: non si esauriscono nella propria consistenza materiale. Chiedono allo spettatore di avvicinarsi, di cambiare posizione, di confrontarsi con ciò che appare e con ciò che resta nascosto. Il rapporto con l’opera si trasforma così in un’esperienza attiva, nella quale il corpo e lo sguardo partecipano alla costruzione del significato.
È in questo senso che la dimensione teatrale evocata dal curatore Cesare Biasini Selvaggi va intesa non come semplice metafora scenografica, ma come principio strutturale del lavoro di Ceroli. Le opere entrano in relazione tra loro come personaggi, assumono ruoli diversi a seconda del contesto e sembrano recitare ogni volta una parte nuova. Anche l’allestimento contribuisce a questa dinamica, diventando un organismo autonomo e irripetibile.
L’esperienza maturata dall’artista nel teatro e nel cinema emerge qui come parte integrante del suo modo di pensare la scultura. Non esiste una separazione netta tra oggetto e ambiente, tra forma e azione, tra costruzione materiale e immaginazione. L’opera è insieme presenza e possibilità, cosa concreta e dispositivo narrativo.
Il blu di Roma, tra cielo e memoria
Un filo cromatico lega numerosi lavori della mostra: il blu, ottenuto attraverso le terre coloranti naturali dei fratelli Dolci di Verona. La scelta non risponde soltanto a un’esigenza di coerenza visiva, ma introduce una dimensione evocativa che attraversa il percorso.È il blu del cielo romano, della luce limpida che cambia intensità nel corso della giornata, ma anche quello di una tradizione artistica che lega il colore alla costruzione di uno spazio mentale e spirituale. Il riferimento al cielo stellato della Cappella degli Scrovegni di Padova, affrescata da Giotto, amplia ulteriormente questo orizzonte, connettendo l’esperienza contemporanea di Ceroli alla memoria della grande arte italiana.
Il colore diventa così un elemento costruttivo, non un semplice rivestimento della superficie. Interviene nella percezione dei volumi, modifica il rapporto tra le forme e contribuisce a creare un’atmosfera comune senza cancellare le differenze tra le opere. Nella sua intensità, il blu porta con sé anche una riflessione sull’appartenenza: richiama un luogo preciso, ma allo stesso tempo apre lo sguardo verso un immaginario più ampio, fatto di storia, miti mediterranei e stratificazioni culturali. Roma ritorna, ancora una volta, come una città che non può essere ridotta a fondale. È un organismo in continua trasformazione, un insieme di presenze storiche e contemporanee che l’artista continua a interrogare senza cercare una sintesi definitiva.
Un omaggio alla città e agli incontri
Tra le opere esposte, Pensiero a Fabrizio De André, realizzata nel 2024 in legno e terre colorate, introduce una nota più intima. La scultura nasce dal ricordo di una chitarra che il cantautore aveva regalato a Ceroli dopo una sua esibizione nel teatro della residenza romana dell’artista, strumento che in seguito fu rubato.
Da questa vicenda personale prende forma un omaggio che supera la dimensione del ritratto. La memoria di De André si lega a un oggetto carico di significato, alla storia di un’amicizia e alla capacità dell’arte di conservare ciò che il tempo e gli eventi sottraggono alla disponibilità materiale. Anche in questo caso, la scultura non illustra semplicemente un ricordo: lo trasforma in una presenza nuova, capace di rendere condivisibile un’esperienza privata. La relazione con gli altri è del resto un tema che Ceroli riconosce come centrale nel proprio percorso. L’artista considera ogni mostra un’occasione per avviare una nuova ricerca, incontrare persone, sperimentare procedure differenti e accettare il rischio insito in ogni cambiamento. Nel presentare l’esposizione romana, torna anche sul suo rapporto con la città, descrivendola come una presenza affascinante, contraddittoria e irresistibile, capace di conservare intatto il proprio potere di attrazione.








