Un oggetto della tradizione maschile islamica trasformato in simbolo universale, capace di interrogare identità, memoria e rappresentazione del femminile. È questa la chiave di lettura di “Le Tarbouche. Quando un accessorio diventa simbolo”, la mostra personale dell’artista libanese-canadese Mouna Rebeiz, fino all’8 novembre 2026 al Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo, che invita così il pubblico a osservare un accessorio apparentemente marginale come chiave di accesso a questioni più ampie: identità, memoria, tradizione e trasformazione.
Curata da Roberta Semeraro e Chiara Squarcina, la rassegna riunisce oltre trenta opere, tra dipinti storici e lavori realizzati appositamente per gli spazi veneziani, costruendo un percorso che mette in relazione arte, storia del costume e riflessione contemporanea. Al centro della ricerca di Rebeiz si trova il tarbouche, il tradizionale copricapo diffuso nel mondo islamico fin dal XIV secolo e storicamente associato all’universo maschile. Nelle sue tele, tuttavia, questo elemento perde la funzione originaria per assumere un valore simbolico nuovo: viene indossato da figure femminili monumentali, trasformandosi in un dispositivo visivo che mette in discussione ruoli di genere, appartenenze culturali e stereotipi consolidati.«Svincolandosi dalla lezione dei grandi maestri, la pittura di Mouna Rebeiz è entrata nella sua fase matura ritrovando una sua piena coscienza e libertà di espressione, che ricorda per alcuni aspetti la pittura organica di Francis Bacon e quella astratto introspettiva di Lucien Freud» commenta la curatrice Roberta Semeraro.


L’artista, tra Oriente e Occidente
La pittura dell’artista si confronta apertamente con la grande tradizione figurativa europea. La formazione parigina e gli studi sulla psicologia rappresentano due matrici fondamentali della sua ricerca. Nata a Beirut nel 1957 e cresciuta in una famiglia di musicisti, pittori e poeti, Rebeiz si è laureata in Psicologia alla Sorbona e all’Università Saint Joseph di Beirut, sviluppando un interesse costante per le dinamiche della psiche e per la complessità dell’identità umana. Un percorso che si riflette nella costruzione dei suoi personaggi, mai semplici figure allegoriche ma presenze dense di riferimenti simbolici. Determinante è stato anche il suo apprendistato tecnico. A partire dagli anni Novanta ha approfondito i procedimenti pittorici dei grandi maestri con Alix de la Source, docente del Louvre specializzata nella pittura del Settecento, perfezionando poi lo studio del colore con Abraham Pincas all’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi e con Mohamed El Rawas alla Scuola di Belle Arti di Beirut. Questa formazione emerge nella monumentalità delle composizioni, nella costruzione plastica dei corpi e nella qualità della luce, elementi che dialogano con la pittura rinascimentale e barocca senza rinunciare a un linguaggio profondamente contemporaneo.

Un progetto espositivo decennale
Le figure femminili, spesso ispirate all’iconografia delle Tre Grazie, acquistano una presenza quasi scultorea, nella quale il tarbouche diventa il fulcro della composizione e il segno attraverso cui riscrivere una narrazione storicamente dominata dallo sguardo maschile. La sua ricerca si muove infatti lungo una serie di polarità – Oriente e Occidente, tradizione e modernità, maschile e femminile – che diventano strumenti per riflettere sull’identità culturale nel mondo globale. Il progetto dedicato al tarbouche accompagna l’artista da oltre un decennio. Una prima importante tappa risale al 2015 con la mostra “Le Tarbouche” alla Saatchi Gallery di Londra, dove il fez veniva già reinterpretato come simbolo femminile e veicolo di dialogo interculturale. L’iniziativa aveva anche una finalità benefica: i proventi dell’asta delle opere furono destinati all’organizzazione internazionale Innocence in Danger, impegnata nella tutela dei minori vittime di abusi.


Il confronto con Venezia e la sua cultura
L’esposizione trova una collocazione particolarmente coerente proprio a Palazzo Mocenigo, museo dedicato all’evoluzione dell’abito e dell’identità sociale. Qui il copricapo non viene considerato soltanto come accessorio, ma come elemento capace di raccontare gerarchie, appartenenze e trasformazioni culturali. In questo contesto il dialogo tra le opere contemporanee e le collezioni permanenti amplia il significato della mostra, creando un confronto continuo tra passato e presente. Uno dei nuclei più originali del progetto nasce inoltre dall’incontro con un raro copricapo dogale veneziano conservato nelle raccolte dei Musei Civici di Venezia. Da questo confronto sono scaturite opere inedite realizzate appositamente per la mostra, nelle quali il tema del potere si intreccia con quello dell’identità e della memoria, stabilendo un ponte ideale tra la cultura mediterranea e la storia della Serenissima.«Sono particolarmente onorata di presentare la mia serie Le Tarbouche a Palazzo Mocenigo. – spiega Mouna Rebeiz. – Questa mostra trova qui una naturale risonanza: Venezia e Costantinopoli furono per secoli due grandi crocevia di scambi. Ho la sensazione che i miei dipinti, i loro colori e i loro drappeggi instaurino qui un dialogo silenzioso con questo palazzo ricco di storia, come se questo luogo e il mio lavoro fossero destinati a incontrarsi»

Quindici reinterpretazioni del tarbouche firmate da designer e creativi internazionali
Accanto ai dipinti, il percorso espositivo comprende quindici reinterpretazioni del tarbouche firmate da designer e creativi internazionali. Il progetto, avviato da Rebeiz nel 2015, ha coinvolto alcune delle più importanti firme della moda, dell’arte e del design – tra cui Nathalie Rykiel per Sonia Rykiel, Marni, Jimmy Choo, Paola Caovilla per René Caovilla e Zaha Hadid – chiamate a trasformare il tradizionale copricapo in un oggetto di sperimentazione. Ne emerge un dialogo fertile tra discipline diverse, dove il tarbouche supera la propria funzione originaria per diventare un simbolo capace di attraversare linguaggi, culture e pratiche artistiche.
La mostra veneziana si inserisce inoltre in un percorso internazionale già consolidato. Nel 2022 Mouna Rebeiz è stata invitata alla 59ª Biennale di Venezia con il ciclo “The Soothsayer”, ventidue opere ispirate agli Arcani Maggiori dei Tarocchi di Marsiglia, confermando una ricerca che intreccia archetipi, simbologie e riferimenti alla storia dell’arte. Oggi l’artista vive e lavora tra Londra, Parigi e Milano, proseguendo un’indagine che mantiene al centro il dialogo tra culture e la ridefinizione dei simboli attraverso la pittura.
L’iniziativa è accompagnata dalla pubblicazione di un catalogo edito da Maretti Editore, mentre il percorso di ricerca sviluppato da Mouna Rebeiz insieme alla storica e critica d’arte Roberta Semeraro proseguirà il prossimo 10 settembre con “L’Indovino”, la nuova mostra che sarà ospitata al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

INFO
Titolo: LE TARBOUCHE. QUANDO UN ACCESSORIO DIVENTA SIMBOLO – Opere di Mouna Rebeiz
Sede: Museo di Palazzo Mocenigo, Venezia
Santa Croce 1992, 30135 Venezia
Orari: da martedì a giovedì e domenica 10:00 – 18:00 (ultimo ingresso ore 17:00)
Venerdì e sabato 10:00 – 20:00 (ultimo ingresso ore 19:00). Lunedì chiuso.








