A Torino il segno si fa vita, materia vibrante, racconto universale. Dal 6 marzo al 24 aprile 2026, la Galleria Elena Salamon dedica una grande esposizione a Katsushika Hokusai, maestro assoluto dell’ukiyo-e, riunendo oltre 180 xilografie originali in un percorso che attraversa l’intera parabola creativa dell’artista giapponese. Il titolo, Hokusai. Il segno che diventa vita, racchiude la tensione poetica di colui che scelse come ultimo nome d’arte Gakyō rōjin Manji, il “vecchio pazzo per il disegno”, e che per tutta l’esistenza inseguì la perfezione di una linea capace di restituire l’essenza del mondo.


Fondata su una tradizione familiare avviata negli anni Sessanta, la galleria torinese – punto di riferimento dal 2002 per i collezionisti di stampe originali – prosegue così un dialogo con l’Oriente che affonda le radici nella storia stessa del gusto europeo. Fu infatti quasi per caso che le opere di Hokusai giunsero in Europa, utilizzate come materiale da imballaggio per le porcellane: immagini destinate a rivoluzionare lo sguardo occidentale. Artisti come Claude Monet, Edgar Degas, Paul Gauguin, Vincent van Gogh e James McNeill Whistler trovarono in quelle composizioni ardite e in quella sintesi formale una libertà nuova, destinata a trasformare il corso dell’arte moderna.
Il percorso espositivo si apre con due xilografie policrome dalla serie Tour delle cascate in varie province, dove la forza dell’acqua si traduce in ritmo visivo e intensità cromatica. Ma è con Il demone Hannya che ride (Warai Hannya, 1831) che si tocca uno dei vertici della mostra: un’opera rarissima, in cui il ghigno dello spirito vendicativo femminile – nato dalla gelosia e trasformato in creatura mostruosa – intreccia iper-realismo, fantasia e un sottile umorismo. L’esemplare esposto colpisce per lo straordinario stato di conservazione e per la presenza del mokume-zuri, le venature del legno visibili nelle prime impressioni, che rendono ogni stampa un oggetto unico. Testimonianza della stagione giovanile sono le tavole della cosiddetta Piccola Tokaido, dedicate alle cinquantatré stazioni del viaggio tra Edo e Kyoto: scene brulicanti di vita quotidiana, animate da una freschezza narrativa sorprendente.


Le trentasei vedute del monte Fuji e La Grande Onda
Impossibile non soffermarsi sulla serie che consacrò Hokusai alla fama internazionale, le Trentasei vedute del monte Fuji, da cui proviene anche la celeberrima La Grande Onda. In mostra, tuttavia, l’attenzione critica si concentra soprattutto sulle Cento vedute del monte Fuji: 102 stampe in tre toni di grigio realizzate oltre i settant’anni, dove il monte sacro diventa presenza metafisica. Nell’opera Il Fuji dal mare (Kaijo no Fuji), l’onda si dissolve in uno stormo di pivieri sospesi nel vento, mentre il Fuji emerge come unico punto fermo dell’universo: un’immagine di potente spiritualità, sintesi estrema tra natura e visione interiore.
Tra i nuclei più suggestivi figurano anche le 55 xilografie tratte da Denshin kaishu Ippitsu gafu, raccolta dal titolo programmatico – “Trasmettere lo spirito, rivelare la forma delle cose attraverso un sol colpo di pennello” – che esprime la convinzione dell’artista: l’arte non deve limitarsi a riprodurre il reale, ma catturarne l’energia vitale. Un principio che affascinò profondamente Van Gogh, il quale nel 1888 scriveva al fratello Theo che il segreto di Hokusai stava nella capacità di eliminare il superfluo per far risplendere l’essenziale.Chiudono la rassegna i tre volumi completi della trilogia Guerrieri Illustrati di Cina e Giappone, potenti xilografie in bianco e nero dove eroi leggendari prendono vita con straordinaria energia grafica.

L’importanza di Hokusai non è soltanto storica ma anche economica: le quotazioni della Grande Onda hanno superato i 2,5 milioni di euro nelle recenti aste internazionali, confermando l’interesse globale per la sua opera. Le stampe esposte a Torino sono per qualità e conservazione comparabili a quelle custodite nei grandi musei come il British Museum o il Metropolitan Museum of Art. «Fu mia nonna a trasmettermi l’amore per Hokusai», racconta la curatrice Elena Salamon, ricordando come nel 1969 la prima galleria al femminile della città introdusse per prima le stampe giapponesi a Torino. Fino all’ultimo, Hokusai inseguì la perfezione. A 89 anni, poco prima di morire, confidò: «Se il cielo mi avesse concesso altri dieci anni di vita, o anche cinque, sarei potuto diventare un vero artista».










