Alla Fondazione Magnani-Rocca oltre 300 opere raccontano, dal 12 settembre al 13 dicembre, “tutto” Man Ray, come recita il titolo della mostra “Man Ray: tutto”, la grande retrospettiva che apre domani e che celebra la libertà creativa di uno dei protagonisti assoluti delle avanguardie del Novecento. Fotografia, pittura, cinema, oggetti e design diventano le diverse forme di una stessa incessante ricerca. Più che una semplice rassegna fotografica, la mostra ambisce a restituire l’artista nella sua interezza, attraverso opere che spaziano fra fotografie, dipinti, sculture, oggetti, grafiche, libri e film.
È una scelta espositiva importante perché Man Ray è stato spesso raccontato per frammenti. Il fotografo delle avanguardie parigine, il dadaista, il surrealista, l’autore di immagini entrate nell’immaginario collettivo: ciascuna definizione è vera, ma nessuna basta. La sua originalità sta proprio nella capacità di passare continuamente da un mezzo all’altro, senza riconoscere alle tecniche una gerarchia.
La fotografia, naturalmente, resta il punto di accesso più immediato. Le Violon d’Ingres, del 1924, con il corpo nudo di Kiki de Montparnasse trasformato in un gigantesco strumento musicale attraverso le due effe dipinte sulla schiena, è una di quelle immagini che hanno smesso da tempo di appartenere soltanto alla storia della fotografia. È diventata un’icona. Ma attorno a quel capolavoro la mostra costruisce un racconto più vasto, nel quale compaiono anche Lacreme, La prière, Anatomie, Noire et Blanche e i ritratti di alcune delle donne che furono al centro della vita artistica e sentimentale dell’autore, da Kiki a Lee Miller, fino a Nusch Éluard.

Dada, Parigi e l’invenzione di un nuovo sguardo
Nato a Philadelphia nel 1890, Man Ray si forma nell’America dei primi decenni del Novecento, quando la fotografia sta ancora cercando una propria autonomia rispetto alla pittura. Il suo incontro con il Dada gli permette però di rovesciare la questione: non si tratta più di stabilire quale mezzo sia più nobile, ma di capire che cosa possa diventare arte quando l’artista decide di spostare, alterare o semplicemente guardare diversamente un oggetto. È il caso delle sue prime sculture e dei suoi oggetti dadaisti. By Itself, concepita nel 1918 e qui presente nella versione in bronzo realizzata nel 1966, testimonia già la volontà di sottrarre gli oggetti alla loro funzione ordinaria. Ancora più radicale è Ostruzione, del 1920: una struttura formata da decine di grucce di legno che, moltiplicate e sospese, perdono la loro identità quotidiana per trasformarsi in un dispositivo visivo.
Poi arriva Parigi. Nel 1921 Man Ray si trasferisce nella capitale francese e incontra Marcel Duchamp, figura decisiva per la sua formazione e per la sua libertà di pensiero. È un passaggio fondamentale: nella Parigi delle avanguardie l’artista entra in contatto con Breton, Éluard, Dalí e con una comunità creativa nella quale fotografia, letteratura, pittura e performance convivono naturalmente. Man Ray diventa così il testimone fotografico di un’intera generazione. Ma proprio mentre documenta quel mondo, lo reinventa. Nascono i rayographs, immagini ottenute senza macchina fotografica attraverso l’esposizione diretta degli oggetti sulla carta fotosensibile, e le solarizzazioni, frutto di procedimenti che trasformano il dato fotografico in qualcosa di straniante, quasi mentale.
È una delle ragioni per cui la sua opera appare oggi così vicina alla sensibilità contemporanea: Man Ray non considera la tecnica un fine, ma un campo di possibilità. La fotografia non deve necessariamente registrare il mondo; può inventarlo.

La pittura non è mai scomparsa
Il fotografo, tuttavia, non cancella mai il pittore. Anzi, negli anni Trenta la pittura torna con forza al centro della sua attività e trova spazio nelle grandi esposizioni surrealiste.
Tra le opere più significative figura À l’Heure de l’Observatoire, les Amoureux, realizzata fra il 1932 e il 1934: due enormi labbra femminili attraversano il cielo sopra Parigi. Sono quelle di Lee Miller, musa, assistente, compagna e poi fotografa capace di costruire una propria straordinaria carriera. Il sentimento privato diventa immagine pubblica, e la separazione si trasforma in una sorta di paesaggio mentale. È una dinamica tipica di Man Ray: partire da qualcosa di concreto e portarlo altrove. Un corpo diventa strumento musicale, un oggetto quotidiano diventa scultura, una fotografia diventa apparizione, un ricordo amoroso si trasforma in una visione cosmica.

L’arte come oggetto, gioco e possibilità di replica
Uno degli aspetti più interessanti della mostra è proprio quello che mette in discussione l’idea tradizionale di opera d’arte come pezzo unico e irripetibile.
Cadeau, il ferro da stiro disseminato di chiodi sulla superficie inferiore, nasce nel 1921 in occasione della prima personale parigina di Man Ray. L’oggetto originale viene rubato praticamente subito. Decenni dopo, l’artista ne realizza nuove versioni. Non sembra esserci, per lui, alcuna contraddizione: l’opera non coincide necessariamente con la materia originaria, ma con l’idea e con il gesto che la rende significativa.
Lo stesso vale per L’oggetto indistruttibile, il metronomo al quale è applicata la fotografia di un occhio di Lee Miller. Il titolo cambia nel tempo, così come cambia il significato dell’oggetto in relazione alla vicenda personale dell’artista. È un’opera che può essere modificata, distrutta, ricostruita. In questo atteggiamento c’è qualcosa di sorprendentemente vicino al presente. In un momento storico in cui l’intelligenza artificiale, la riproducibilità digitale e la circolazione infinita delle immagini stanno obbligando il mondo dell’arte a ridefinire concetti come originalità, autorialità e autenticità, Man Ray sembra arrivare da un futuro già sperimentato.

© Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE
Dal cinema al design: nessuna disciplina è sufficiente
La sua curiosità non si ferma alla fotografia e alla pittura. Il cinema d’avanguardia rappresenta un altro terreno di sperimentazione, mentre la grafica e l’editoria gli permettono di moltiplicare e far circolare le proprie immagini. Il rapporto con il design conduce invece verso oggetti nei quali arte e funzione si sovrappongono, come Palettable, il tavolo a forma di tavolozza concepito nel 1941 e poi prodotto nel 1971.
La mostra restituisce dunque un Man Ray difficilmente comprimibile nella figura del fotografo surrealista. È piuttosto un artista totale, interessato ai processi quanto ai risultati, alla possibilità di trasformare continuamente il significato delle cose. Un’attitudine che trova una sintesi particolarmente efficace nella documentazione di Résurrection des Mannequins, legata alla leggendaria Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1938 alla Galerie Beaux-Arts di Parigi. I manichini trasformati dagli artisti diventano corpi enigmatici, presenze perturbanti, oggetti sospesi fra moda, teatro e scultura. È ancora una volta il confine, più che il genere, a interessare Man Ray.

Un artista americano nella storia delle avanguardie europee
La parabola di Man Ray è anche quella di un artista americano che trova nella Parigi delle avanguardie il proprio laboratorio ideale, senza però perdere il legame con gli Stati Uniti. Negli ultimi decenni della sua vita la sua figura viene progressivamente trasformata in icona della modernità artistica. Non è casuale il rapporto con Andy Warhol, che riconoscerà in lui un precedente fondamentale di quella cultura dell’immagine, della riproduzione e della contaminazione fra arte e industria che avrebbe caratterizzato il secondo Novecento.
Particolare rilievo assume inoltre il rapporto con l’Italia, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta: un capitolo al quale la retrospettiva dedica un’attenzione specifica, completando una geografia artistica che dalla Philadelphia degli inizi conduce alla Parigi delle avanguardie e quindi a un contesto internazionale nel quale Man Ray continua a essere celebrato e reinterpretato.
Man Ray accanto ai maestri della Magnani-Rocca
La scelta della Fondazione Magnani-Rocca aggiunge un ulteriore livello alla mostra. La Villa dei Capolavori non presenta Man Ray in isolamento, ma lo colloca accanto a una collezione permanente che comprende opere di Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Monet, de Chirico e Morandi.
E proprio nelle sale della collezione tornano inoltre visibili i tre dipinti di Renoir, Cézanne e Matisse recentemente ritrovati e restituiti alla Collezione di Luigi Magnani. Il confronto è tutt’altro che ornamentale: mette un artista nato nel 1890 di fronte alla grande tradizione europea della pittura e permette di leggere, per contrasto, quanto Man Ray abbia fatto per liberare l’immagine dalle categorie convenzionali.
Curata da Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi, la retrospettiva riunisce prestiti provenienti da musei, gallerie e collezioni private italiane e internazionali. Il catalogo, pubblicato da Dario Cimorelli Editore, raccoglie le opere esposte e contributi di studiosi di ambiti diversi.








