Dal 13 ottobre 2026 allo Spazio ARCA sessanta opere ripercorrono oltre mezzo secolo di attività dell’artista russo-francese. Al centro dell’esposizione l’amore, i ricordi, la fragilità umana e la capacità di trasformare la perdita in arte. In dialogo anche alcuni protagonisti della pittura italiana del Novecento.
Un viaggio nella memoria, nei colori e nelle emozioni di Marc Chagall, attraverso le immagini che hanno accompagnato una vita segnata dall’esilio, dalle guerre e dalla perdita delle proprie radici. È quanto propone la mostra Chagall, promossa e organizzata dal Comune di Vercelli e da Arthemisia, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Iannaccone, ed è curata da Francesca Villanti, in programma dal 13 ottobre 2026 negli spazi dell’Ex Chiesa di San Marco, sede dello Spazio ARCA a Vercelli. L’esposizione riunisce sessanta opere e attraversa oltre mezzo secolo di attività di uno dei protagonisti più riconoscibili dell’arte europea del Novecento.

Nato a Vitebsk nel 1887, nell’attuale Bielorussia, e morto a Saint-Paul-de-Vence nel 1985, Chagall ha costruito un universo pittorico inconfondibile, popolato da innamorati sospesi nel cielo, animali, musicisti, acrobati, bouquet di fiori e villaggi che sembrano emergere dal mondo dei sogni. Dietro questa apparente leggerezza si nasconde, tuttavia, una vicenda personale e artistica complessa, nella quale la felicità convive con la malinconia e la fantasia diventa uno strumento per affrontare le ferite della storia. La mostra invita proprio a superare la lettura più immediata delle sue immagini. Le figure che volano, i colori accesi e le composizioni fuori da ogni logica realistica non sono soltanto espressioni di una pittura fantastica, ma rappresentano anche il tentativo di conservare ciò che il tempo e gli eventi hanno sottratto all’artista.

Vitebsk, la patria che continua a vivere nei quadri
Uno dei fili conduttori dell’esposizione è il rapporto con Vitebsk, la città dell’infanzia che Chagall lasciò senza potervi fare ritorno. Case, strade innevate, animali domestici e scene della vita quotidiana della comunità ebraica diventano, nelle sue tele, frammenti di un mondo destinato a scomparire, ma capace di sopravvivere attraverso la pittura. La distanza non cancella questi ricordi. Al contrario, li trasforma. Nel corso dei decenni il villaggio ritorna continuamente nelle opere, assumendo forme sempre nuove, sospeso tra il paesaggio reale e una geografia interiore che appartiene soltanto all’artista. La memoria, così, non coincide con la nostalgia: diventa una presenza viva, capace di modificarsi insieme all’esperienza.

È una prospettiva che rende la vicenda di Chagall particolarmente attuale. Le guerre, le persecuzioni e l’esilio attraversarono la sua esistenza, costringendolo ad abbandonare luoghi e affetti. La distruzione del mondo nel quale era cresciuto non cancellò però le immagini che lo abitavano, destinate a riemergere anche durante gli anni trascorsi negli Stati Uniti e, successivamente, nel sud della Francia, dove si stabilì nel 1950. Il percorso espositivo comprende opere come Villaggio russo del 1929, nelle quali il paesaggio dell’infanzia comincia già a trasformarsi in uno spazio immaginario. Accanto alle case e alle strade riconoscibili compaiono elementi inattesi, figure e animali che sfidano la gravità e le proporzioni, mostrando come il ricordo possa diventare una realtà autonoma sulla tela.

Dall’amore ai fiori, le immagini di una vita
Accanto al villaggio, l’amore è uno dei grandi temi della pittura di Chagall. Gli innamorati che fluttuano sopra i tetti, i corpi intrecciati e le figure che sembrano sottrarsi alle leggi dello spazio raccontano un sentimento capace di attraversare il tempo e di resistere alle avversità.
In mostra figurano Ritratto di Vava (1953-56), Gli innamorati con l’asino blu (circa 1955) e Gli innamorati su fondo giallo (1960), opere che restituiscono alcune delle declinazioni più caratteristiche del suo linguaggio. Il colore non ha una funzione soltanto decorativa, ma contribuisce a costruire un mondo emotivo nel quale le figure e gli oggetti assumono significati che vanno oltre la loro presenza materiale. Anche il circo occupa un posto importante in questo immaginario. Clown, acrobati e animali della pista diventano interpreti della condizione umana, sospesa tra spettacolo e fragilità. La maschera sorridente del pagliaccio, in particolare, può nascondere inquietudine e sofferenza: dietro il personaggio che diverte il pubblico emerge una persona attraversata da sentimenti contraddittori. Lo testimonia Il clown dal volto verde, datato intorno al 1975, mentre Il gallo viola (1966-72) restituisce la vitalità di un repertorio nel quale gli animali assumono spesso una dimensione simbolica e poetica.

Un’intera sezione del percorso è dedicata ai fiori, immagini che accompagnano Chagall dagli anni giovanili fino alla maturità. I bouquet sono legati all’amore, alla natura e alla gioia, ma anche alla precarietà dell’esistenza. Recisi e raccolti in un vaso, i fiori evocano infatti, attraverso la loro stessa bellezza effimera, il tema dello sradicamento. Nei dipinti più tardi i mazzi diventano sempre più grandi, i colori si espandono e i contorni sembrano dissolversi. La pittura trattiene così ciò che per natura è destinato a svanire. Tra le opere selezionate figura Grande mazzo di fiori rosso del 1975, esempio di una ricerca nella quale la forza cromatica si accompagna a una riflessione sulla durata e sulla rinascita.
Quattro sezioni per entrare nell’universo di Chagall
L’itinerario è articolato in quattro nuclei tematici: Il villaggio interiore, La voce che resta, La scena dell’umano e Rifiorire. Ciascuno affronta un aspetto della ricerca dell’artista, mettendo in relazione le opere e i temi che ritornano lungo la sua carriera.
La prima sezione è dedicata al legame con la terra natale e alla trasformazione dei ricordi in immagini. La seconda approfondisce un aspetto meno conosciuto della sua attività: la scrittura poetica. Chagall compose infatti versi in russo e in yiddish per gran parte della vita, riuniti in una raccolta pubblicata nel 1968 con il titolo Poèmes. Per accompagnarli realizzò anche una serie di xilografie a colori, che costituiscono un elemento centrale del percorso. Pittura e poesia non vengono presentate come esperienze separate, ma come due linguaggi attraverso i quali l’artista affronta gli stessi temi: la memoria, gli affetti, il trascorrere del tempo e la vulnerabilità dell’uomo. I versi accompagnano le opere senza trasformarsi in spiegazioni, offrendo piuttosto un accesso ulteriore al suo immaginario.

La scena dell’umano si concentra invece sull’identità e sulle sue contraddizioni. Attraverso autoritratti, volti sdoppiati e figure circensi, Chagall mette in discussione l’idea che una persona possa essere ricondotta a un’unica immagine. Anche il pittore si rappresenta come un individuo attraversato da stati d’animo diversi, capace di essere contemporaneamente fermo e in movimento, presente e rivolto verso il passato. Tra le opere richiamate in questo ambito figura Doppio autoritratto con cespuglio bianco del 1978, nel quale due profili guardano in direzioni opposte mentre sullo sfondo ricompaiono le case di Vitebsk. Il tema dell’identità si intreccia così con quello della memoria, in una composizione che tiene insieme aspetti diversi della stessa esistenza.
L’ultima sezione, Rifiorire, torna infine ai fiori e al loro valore simbolico. Dopo la perdita, la pittura restituisce la possibilità di una rinascita: non il recupero di ciò che è stato, ma la capacità di trasformare l’esperienza vissuta in nuove forme.


Il dialogo con la pittura italiana del Novecento
Ad arricchire l’esposizione è una selezione di opere provenienti dalla Collezione Giuseppe Iannaccone, dedicata ad alcuni artisti italiani attivi tra la fine degli anni Venti e gli anni Quaranta. La sezione, curata da Daniele Fenaroli, comprende lavori di Antonietta Raphaël, Scipione, Fausto Pirandello, Renato Birolli e Italo Valenti.
Non si tratta di stabilire un rapporto diretto tra i diversi linguaggi pittorici, ma di mettere in luce una comune attenzione alla dimensione emotiva dell’immagine. In un periodo in cui una parte della cultura artistica italiana privilegiava il recupero della solidità formale e della figura monumentale, questi autori sperimentarono strade differenti, dando spazio al colore, all’inquietudine e a una rappresentazione più intima della realtà. Le loro opere saranno distribuite lungo il percorso, entrando in relazione con i temi delle diverse sezioni. Il confronto amplia così lo sguardo oltre la vicenda individuale di Chagall, mostrando come, in contesti differenti, una parte dell’arte europea abbia cercato di restituire all’immagine una funzione poetica e profondamente umana.

Un nuovo appuntamento per la cultura a Vercelli
La mostra è promossa e organizzata dal Comune di Vercelli e da Arthemisia, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Iannaccone, ed è curata da Francesca Villanti. L’iniziativa rappresenta la seconda tappa di un progetto pluriennale destinato a rafforzare l’offerta culturale cittadina e a consolidare il ruolo di Vercelli nel panorama espositivo nazionale e internazionale.
Il progetto si avvale inoltre del sostegno di Regione Piemonte, Provincia di Vercelli, Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, Fondazione CRT e di numerosi altri enti e realtà del territorio.
L’appuntamento allo Spazio ARCA offre dunque l’occasione per rileggere l’opera di un artista che ha saputo fare della propria biografia una materia universale. Le sue immagini nascono da esperienze personali e da una storia attraversata da fratture profonde, ma non rimangono confinate nel passato. Parlano anche al presente, in un mondo nel quale migrazioni, conflitti e perdita dei luoghi d’origine continuano a segnare la vita di milioni di persone.

La pittura di Chagall non cancella il dolore e non ricostruisce ciò che è andato perduto. Gli assegna, piuttosto, una forma nuova. Ed è proprio nella possibilità di trasformare la memoria in colore, la lontananza in immagine e la fragilità in poesia che risiede la forza di un’opera capace di attraversare le generazioni.








