Un capolavoro giovanile di Caravaggio torna idealmente nel luogo in cui la sua vita si concluse. A Porto Ercole, dove Michelangelo Merisi morì nel luglio del 1610, una delle sue opere più enigmatiche entra nello spazio raccolto della chiesa di Sant’Erasmo, creando un dialogo tra la pittura degli esordi e l’ultimo capitolo della tormentata vicenda del pittore. Il “Ragazzo morso da un ramarro”, proveniente da una collezione privata romana, sarà visibile fino al 25 ottobre
A Porto Ercole Caravaggio arrivò nell’estate del 1610, alla fine di una fuga durata quattro anni. Aveva lasciato Roma nel 1606, dopo l’uccisione di Ranuccio Tomassoni, e da allora aveva attraversato Napoli, Malta e la Sicilia, continuando a dipingere mentre cercava una strada per ottenere il perdono papale e rientrare nella città da cui era stato costretto a fuggire. Il viaggio verso Roma si fermò sulla costa dell’Argentario. Caravaggio morì a Porto Ercole il 18 luglio 1610, a soli 38 anni, mentre aspettava di poter recuperare il proprio bagaglio e proseguire il viaggio. Una morte avvolta a lungo da interrogativi e ricostruzioni controverse, diventata uno dei capitoli più celebri della leggenda caravaggesca e della storia dell’arte moderna.
È dunque particolarmente significativo che oggi sia proprio Porto Ercole a ospitare una tela appartenente alla prima stagione romana dell’artista. Nella chiesa di Sant’Erasmo, nel Borgo Antico, arriva il “Ragazzo morso da un ramarro”, dipinto intorno al 1595 e proveniente da una collezione privata romana. L’esposizione sarà aperta dal 27 settembre al 25 ottobre, con ingresso gratuito. La distanza temporale tra l’opera e la morte dell’artista è enorme, ma il soggetto del dipinto sembra contenere già alcuni dei temi che accompagneranno la pittura e la fortuna critica di Caravaggio: il desiderio, la bellezza, la violenza improvvisa, il dolore e la precarietà dell’esistenza.

Il giovane raffigurato nella tela è colto nell’istante in cui un ramarro emerge dalla frutta e gli morde un dito. Un attimo prima il volto sembra abbandonato alla sensualità; quello successivo è deformato dalla sorpresa e dalla sofferenza. Tra i capelli porta una rosa, mentre davanti a lui compaiono una caraffa di vetro, frutti e altri dettagli accuratamente osservati dal pittore. È una scena apparentemente quotidiana che Caravaggio trasforma in una meditazione sulla fragilità. La rosa richiama la bellezza e il desiderio, ma anche la caducità; il morso del rettile interrompe brutalmente il piacere. E proprio questa improvvisa trasformazione dell’Eros in dolore ha portato la critica a leggere il dipinto attraverso il tema del rapporto tra Eros e Thanatos, tra passione e morte.
“È un dipinto che rappresenta la passione, Eros e Thanatos. Sono certo che Caravaggio abbia dato a questo dipinto anche un valore fortemente religioso”, spiega Pierluigi Carofano, storico dell’arte e curatore scientifico della mostra.

La tela appartiene agli anni della formazione di Caravaggio a Roma, quando il pittore stava elaborando quel linguaggio destinato a rompere gli equilibri della pittura del suo tempo. Il mondo reale entra nei suoi quadri senza idealizzazioni: i giovani hanno volti concreti, la frutta mostra la propria imperfezione, la luce si concentra sui corpi e sugli oggetti e il gesto quotidiano diventa improvvisamente drammatico. Il “Ragazzo morso da un ramarro” è inoltre al centro di una complessa vicenda attributiva e collezionistica. L’opera è ricordata dalle fonti secentesche di Giulio Mancini e Giovanni Baglione e fu esaminata nel 1958 da Roberto Longhi, che ne riconobbe il rilievo e manifestò anche l’interesse ad acquistarla.
La versione presentata a Porto Ercole mostra caratteristiche tecniche considerate particolarmente significative per la produzione giovanile dell’artista: dalla preparazione bruna all’uso dello strato preparatorio a risparmio, fino ai pentimenti individuabili nelle dita della mano sinistra. Alcuni dettagli la distinguono inoltre dalle altre versioni note del soggetto, conservate a Londra e Firenze.Tra questi, particolarmente suggestiva è la lacrima visibile sulla palpebra inferiore dell’occhio destro del ragazzo. Anche il colore del ramarro e le tonalità della rosa contribuiscono alla specificità della tela. Elementi che hanno portato studiosi come Sergio Rossi ed Emilio Negro a considerarla il possibile prototipo autografo della composizione.

Ma a Porto Ercole c’è un altro elemento che rende l’esposizione difficile da considerare come una semplice mostra temporanea. È il luogo stesso. La chiesa di Sant’Erasmo, nel cuore del Borgo Antico, porta infatti l’opera dentro una dimensione diversa da quella abituale del museo. La tela viene presentata in uno spazio sacro, in una città che custodisce la memoria degli ultimi giorni di Caravaggio. La sua presenza crea così una sorta di arco narrativo: da una parte il giovane pittore della Roma degli anni Novanta del Cinquecento, dall’altra l’artista maturo e tormentato che nel 1610 arrivò sulla costa dell’Argentario alla ricerca di una possibilità di ritorno.
E c’è anche un tema contemporaneo che la mostra intende mettere in evidenza: quello della vulnerabilità adolescenziale. Il protagonista del dipinto è un giovane colto in un momento di esposizione emotiva, quando la sicurezza e la seduzione lasciano improvvisamente spazio alla paura e al dolore. “È il trionfo della narrazione della fragilità dei ragazzi, dell’adolescenza. Quindi un tema di straordinaria contemporaneità”, sottolinea Pietro Folena, presidente di MetaMorfosi, l’associazione che organizza l’iniziativa. Il progetto nasce infatti dall’Associazione MetaMorfosi insieme alla Fondazione Guglielmo Giordano, con il patrocinio del Comune di Monte Argentario e il contributo di Marina di Cala Galera e Listone Giordano. Importante anche la collaborazione della Diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello, del vescovo monsignor Bernardino Giordano e del parroco don Adorno Della Monaca della Parrocchia di Sant’Erasmo e San Paolo della Croce.








