Nel 2025 l’Anatolia si conferma uno dei più vasti cantieri archeologici del mondo, un territorio in cui ogni nuova indagine non aggiunge solo reperti, ma ridefinisce interi capitoli della storia umana. Le ricerche condotte nell’ultimo anno mostrano un’archeologia sempre meno legata alla scoperta isolata e sempre più orientata a una lettura d’insieme dei processi culturali, sociali ed economici che hanno modellato la regione nel corso dei millenni. Nel loro insieme, le scoperte del 2025, tra recipienti tridimensionali, sculture antropomorfe, relitti di navi ottomane, spille d’oro e di ambra e idoli in marmo, osso e terracotta, delineano un’Anatolia che non smette di interrogare il presente: un mosaico di pratiche, credenze e sistemi economici che, messi in relazione, raccontano una storia lunga diecimila anni e ancora in piena riscrittura. Il rafforzamento dei programmi di ricerca nazionali, sostenuti da iniziative come il Legacy to the Future Project, ha permesso di ampliare gli scavi e di affiancare allo studio scientifico una maggiore attenzione alla tutela e alla restituzione dei contesti. Ne emerge l’immagine di un laboratorio in continuo movimento, capace di collegare tra loro epoche lontanissime.


Il viaggio parte inevitabilmente dal Neolitico dell’Anatolia sud-orientale, dove l’area di Şanlıurfa continua a offrire risultati di risonanza internazionale. A Karahantepe, un piccolo recipiente decorato con figure animali ha attirato l’attenzione degli studiosi per la sua forza narrativa: non un semplice oggetto ornamentale, ma una forma precoce di racconto simbolico in tre dimensioni. Nello stesso sito, un pilastro scolpito con tratti umani rafforza l’idea che la rappresentazione dell’uomo fosse centrale nei primi complessi monumentali. Poco distante, a Göbeklitepe, una figura antropomorfa inglobata in una struttura muraria suggerisce pratiche votive in cui il corpo, reale o simbolico, diventava parte integrante dell’architettura sacra. A Sayburç, invece, una scultura raffigurante un defunto con la bocca chiusa in modo rituale solleva interrogativi sulle concezioni neolitiche della morte e del silenzio. Le scoperte di Sefertepe, con rilievi di volti e un ornamento a doppia faccia, completano un quadro in cui lo sguardo e l’identità sembrano elementi chiave della costruzione simbolica.



Passando all’Età del Bronzo, una scoperta eccezionale arriva da Troia. Gli scavi hanno restituito una spilla in oro risalente al III millennio a.C., associata a un raro manufatto in giada. Oltre alla straordinaria conservazione, l’oggetto offre uno spiraglio sulle dinamiche di prestigio, sulle reti di scambio a lunga distanza e sulle competenze artigianali di élite che operavano in un mondo già fortemente interconnesso. Anche il mare racconta storie decisive. Al largo di Datça, le ricerche subacquee su un relitto ottomano del XVII secolo — unico nel suo genere in Türkiye — hanno riportato alla luce un carico che unisce armi, munizioni, oggetti d’uso quotidiano e merci di lusso provenienti dall’Estremo Oriente. Un’istantanea sorprendentemente completa della vita materiale ottomana, sospesa tra guerra, commercio e abitudini quotidiane, grazie alla presenta di oltre 30 fucili, più di 50 granate, migliaia di proiettili, la più grande collezione di pipe da tabacco di epoca ottomana mai rinvenuta e porcellane cinesi.


Nell’Anatolia occidentale, a Tavşanlı Höyük, idoli in marmo, osso e terracotta disposti intorno a un focolare raccontano una ritualità domestica radicata nella vita di tutti i giorni, mentre nel nord, ad Amasra, il restauro di una stoà romana ha restituito un’immagine inattesa di Medusa: non mostruosa, ma sorridente, una variazione locale che invita a ripensare il significato protettivo delle immagini mitologiche. A Efeso, un bruciaprofumi con il volto del dio Serapide testimonia la diffusione organizzata di culti sincretici e di una produzione artigianale seriale, segno di un mercato strutturato e di una circolazione stabile di modelli religiosi. Dall’Anatolia centrale, invece, arrivano cinque pani carbonizzati di epoca altomedievale, decorati con simboli cristiani: una rara prova materiale delle pratiche liturgiche tra VII e VIII secolo.



Chiude idealmente questo percorso l’est del paese, dove al castello di Kevenli sono emersi decine di grandi contenitori con iscrizioni cuneiformi, utilizzati dagli Urartei per conservare derrate e bevande. Il complesso, il più esteso mai individuato nella regione di Van, offre nuovi dati sull’organizzazione economica e amministrativa di questo antico regno.










