C’è una Roma che non coincide soltanto con i suoi monumenti, ma con le traiettorie degli artisti che l’hanno attraversata, trasformandola in un crocevia di idee, linguaggi e potere. È questa la città che emerge dalla mostra Vasari e Roma, presentata questa mattina ai Musei Capitolini dal sovrintendente Claudio Parisi Presicce e ospitata dal 20 marzo al 19 luglio 2026 a Palazzo Caffarelli. Un’esposizione ambiziosa che, attraverso oltre settanta opere, restituisce complessità e profondità al rapporto tra Giorgio Vasari e la capitale pontificia, sottraendolo alla dimensione manualistica a cui spesso è confinato e capace di tratteggiare un il ritratto di un protagonista del Cinquecento che seppe trasformare Roma in un passaggio decisivo non solo della propria carriera, ma della storia dell’arte europea. “Raccontiamo non solo uno dei protagonisti dell’arte del Cinquecento ma soprattutto colui che ha dato una lettura critica a tutto il Rinascimento” spiega il sovrintendente Parisi Presicci nel presentare la mostra. Il progetto curatoriale di Alessandra Baroni sceglie infatti di non limitarsi a celebrare l’autore delle celebri Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, ma di indagare la natura di un’esperienza romana che fu, al tempo stesso, palestra formativa, terreno di confronto e spazio di legittimazione politica e culturale. Roma non appare come semplice sfondo, bensì come dispositivo attivo nella costruzione dell’identità vasariana.


Una città ferita e vitale: l’arrivo del giovane Vasari
Il percorso della mostra – promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed organizzata con MetaMorfosi Eventi in collaborazione con Zètema Progetto Cultura – prende avvio dal primo soggiorno romano del 1532, quando il giovane artista giunge in città al seguito del cardinale Ippolito de’ Medici. La capitale porta ancora i segni del Sacco di Roma, ma proprio in quella ferita si innesta una straordinaria energia di ricostruzione. Roma è, già allora, un laboratorio europeo: vi confluiscono artisti, antiquari, umanisti, attratti tanto dalle vestigia dell’antico quanto dalle imprese più aggiornate della modernità. Per Vasari, questo contatto diretto con l’arte classica e con i capolavori contemporanei rappresenta un punto di non ritorno. L’incontro con Raffaello Sanzio e soprattutto con Michelangelo Buonarroti orienta in modo decisivo la sua visione. Non si tratta solo di assimilazione stilistica, ma della costruzione di un sistema gerarchico dell’arte che troverà forma compiuta proprio nelle Vite. “Michelangelo diventa un amico ed è importantissima la loro relazione perché sarà anche il suo consulente per quello che riguarda l’inzio della sua attività architettonica” spiega la curatrice Alessandra Baroni.

Mecenati, reti e potere: l’ingresso nei circuiti romani
Uno degli aspetti più convincenti della mostra è l’attenzione alle reti relazionali. Il successo romano di Vasari non si spiega senza il sostegno di figure chiave come Bindo Altoviti e Paolo Giovio, protagonisti di una committenza colta e strategica. Attraverso di loro, l’artista accede a un sistema in cui arte e politica sono profondamente intrecciate. Roma, in questo senso, è anche un teatro di rappresentazione del potere papale. I cantieri decorativi — dalla Cancelleria alle imprese vaticane — diventano luoghi in cui si definisce un linguaggio visivo capace di tradurre in immagini l’autorità della Chiesa. Vasari si muove con abilità in questo contesto, costruendo una carriera che lo porta a collaborare con pontefici come Papa Giulio III e Papa Pio V.


Le opere: tra sperimentazione e sintesi della “Maniera Moderna”
La selezione delle opere — resa possibile da prestiti di istituzioni italiane e internazionali — consente di seguire l’evoluzione del linguaggio vasariano. Non mancano i lavori giovanili, come la raffinata Natività di Camaldoli, nota come “Notte di Camaldoli”, in cui si coglie una sensibilità luministica di ascendenza nordica, né le prove della maturità, dove la costruzione compositiva si fa più complessa e teatrale. Particolarmente significative sono le diverse interpretazioni della Resurrezione, che permettono di osservare come Vasari rielabori modelli precedenti in una chiave sempre più dinamica, e il Ritratto di gentiluomo, testimonianza della sua capacità di confrontarsi con il genere ritrattistico, allora centrale nella definizione dell’identità sociale. Il culmine del percorso è rappresentato dall’attività in Vaticano, con riferimento alla decorazione della Sala Regia, realizzata negli anni Settanta del Cinquecento. Qui emerge con chiarezza la cifra distintiva della “Maniera Moderna”: una sintesi di pittura, architettura e scultura che ambisce a un’unità spettacolare e totalizzante.

Vasari scrittore: costruire la storia, costruire Roma
Accanto al pittore e all’architetto, la mostra restituisce il Vasari scrittore, figura decisiva per la nascita della storiografia artistica. Le Vite non sono solo una raccolta biografica, ma un dispositivo critico che ordina il passato e costruisce un canone. In questo senso, Roma occupa un ruolo centrale: è il luogo in cui le esperienze artistiche convergono e si misurano, diventando paradigma di eccellenza. Senza lo sguardo di Vasari, la percezione stessa del Rinascimento — e della Roma rinascimentale — sarebbe probabilmente diversa. La mostra insiste su questo punto: l’artista non si limita a raccontare la storia, ma contribuisce attivamente a plasmarla. “Negli anni scorsi, con mostre di grande successo ai Musei Capitolini, abbiamo celebrato Leonardo, Filippo e Filippino Lippi, Pintoricchio, Raffaello, Parmigianino e Barocci e, a più riprese, Michelangelo – conclude Pietro Folena, Presidente di MetaMorfosi. – Molte di queste mostre avevano come primo riferimento culturale le Vite di Vasari. Non poteva quindi mancare questo appuntamento, che permette di riconoscere il posto di primo piano che Giorgio Vasari riveste nella storia dell’arte di Roma e dell’intero Rinascimento”








