Un alfabeto incompleto, fatto di immagini che alludono e parole che sfuggono: è in questo territorio instabile che si muove “Man Ray: M for Dictionary” ampia retrospettiva dedicata a Man Ray appena inaugurata nello spazio della Galleria Giò Marconi a Milano. Promossa da Fondazione Marconi e Gió Marconi in occasione del cinquantenario della scomparsa dell’artista, la mostra si presenta come una retrospettiva ampia e insieme mirata, capace di mettere a fuoco un aspetto spesso rimasto in secondo piano: il ruolo del linguaggio come principio generativo della sua ricerca. Il progetto, sviluppato con lo storico dell’arte Yuval Etgar e la curatrice Deborah D’Ippolito, con l’allestimento dello studio Kuehn Malvezzi, restituisce la complessità di una figura che ha attraversato fotografia, pittura, oggetto e disegno senza mai fissarsi in un unico statuto.

Man Ray: M for Dictionary
Installation view
Gió Marconi
, Milan
Fondazione Marconi, Milan
Photo:
Fabio Mantegna

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Fabio Mantegna
Man Ray come “scrittore visivo”
Nato Emmanuel Radnitzky alla fine dell’Ottocento, figlio di immigrati russi negli Stati Uniti, Man Ray costruì la propria identità anche attraverso un gesto linguistico: la trasformazione del nome. Un atto che non fu soltanto mimetico, ma profondamente creativo, quasi una prima opera concettuale. In questo slittamento semantico si può già leggere una tensione destinata a segnare tutta la sua produzione: quella tra visibile e dicibile, tra oggetto e parola, tra immagine e significato. La mostra assume proprio questa tensione come chiave di lettura. Più che fotografo – pur essendo stato tra i più celebrati della modernità – Man Ray emerge qui come un vero e proprio “scrittore visivo”, capace di disseminare enigmi linguistici in ogni mezzo utilizzato. Il linguaggio diventa materia plastica, da piegare, condensare, moltiplicare: un campo di sperimentazione ironico e al tempo stesso rigoroso.

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Fabio Mantegna

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Cinque sezioni dove la fotografia si fa scrittura, l’oggetto diventa segno, il corpo si trasforma in codice
Emblematica è la presenza del ciclo Alphabet for Adults, in cui ogni lettera si apre a una costellazione di parole e immagini. Non un alfabeto normativo, ma un dispositivo instabile, in cui il senso si espande anziché fissarsi. È un invito a leggere le immagini e a vedere le parole, in un continuo scambio di ruoli. Il percorso espositivo si articola in cinque sezioni – dall’alfabeto alla scrittura di luce, dal corpo agli oggetti fino alle forme matematiche – costruendo una mappa tematica più che cronologica. Ne emerge un artista ossessionato dalla traduzione tra linguaggi: la fotografia che si fa scrittura, l’oggetto che diventa segno, il corpo che si trasforma in codice. A dialogare con questa eredità, un secondo nucleo di opere contemporanee riunisce artisti come Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani, le cui ricerche testimoniano quanto il rapporto tra linguaggio e immagine resti oggi un terreno fertile e problematico.

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