La corteccia di un albero abbattuto può diventare una superficie preziosa, capace di raccontare il tempo, la perdita e la possibilità di una rinascita. È da questa intuizione che prende forma ORO, la mostra personale di Silvia Canton, quinto appuntamento del ciclo Diary, il programma di attivazioni che accompagna Minor Frequencies: The Inner Life Of A Nation, il Padiglione Nazionale della Repubblica Unita di Tanzania alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.

ORO, il quinto progetto di Diary nel Padiglione della Tanzania
L’esposizione, curata da Martina Cavallarin e Antonio Caruso, inaugura il 3 luglio negli spazi della Gervasuti Foundation at Supernova, dove resterà aperta fino al 26 luglio. Si tratta del quinto progetto nato per confermare la vocazione di Diary a trasformare il Padiglione in un laboratorio permanente di ricerca, confronto e approfondimento, capace di estendere i temi della mostra principale attraverso esposizioni temporanee, incontri, workshop e collaborazioni con istituzioni culturali e accademiche. Con ORO, Silvia Canton – che dopo gli studi in scenografia teatrale all’Accademia di Belle Arti di Roma e un’esperienza nel costume teatrale, dal 2007 si dedica alla pittura sviluppando una ricerca che coniuga linguaggi artistici, materiali naturali e riflessione ambientale -.propone una riflessione intensa sulla relazione tra uomo e ambiente, intrecciando pratica artistica, ricerca scientifica e memoria ecologica. Al centro del suo lavoro vi sono infatti gli effetti della tempesta Vaia, che nel 2018 devastò vaste aree delle foreste alpine, e della successiva proliferazione del bostrico tipografo, responsabile di un’ulteriore trasformazione degli ecosistemi montani.

Dalle cortecce di alberi abbattuti alla memoria del paesaggio e delle sue trasformazioni
Dal 2021 l’artista conduce una ricerca sul campo insieme a studiosi, enti accademici ed esperti del settore forestale. È lei stessa a raccogliere le cortecce degli alberi abbattuti, frammenti destinati naturalmente alla decomposizione che vengono recuperati, conservati e successivamente rivestiti in foglia simil oro, argento o rame. Il gesto artistico non cancella la ferita, ma la rende visibile, trasformando materiali residuali in opere pittorico-scultoree che custodiscono la memoria del paesaggio e delle sue trasformazioni. L’oro evocato dal titolo non allude dunque a un valore ornamentale, bensì alla preziosità di ciò che rischia di scomparire. Le superfici luminose delle opere dialogano con le lacerazioni della materia, facendo emergere una poetica della vulnerabilità che invita il pubblico a interrogarsi sulla responsabilità collettiva nei confronti dell’ambiente.
L’esposizione si inserisce coerentemente nel percorso di Minor Frequencies: The Inner Life Of A Nation, progetto curatoriale firmato da Lorna Benedict Mashiba e Martina Cavallarin, che pone al centro le connessioni tra identità, paesaggio, memoria e trasformazioni sociali. In questo contesto, il lavoro di Canton amplia la riflessione sul rapporto tra essere umano e natura, mostrando come l’arte possa farsi strumento di conservazione della memoria e di consapevolezza ecologica.








