È morto a 86 anni Fabrizio Plessi, uno dei protagonisti più originali dell’arte contemporanea italiana e tra i pionieri della videoarte. Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940 e profondamente legato a Venezia, Plessi ha costruito in oltre mezzo secolo di attività un percorso artistico riconoscibile in tutto il mondo, fondato sul dialogo tra natura, tecnologia e immagine. La sua ricerca non ha mai seguito un’unica direzione. Al contrario, è stata un continuo attraversamento di linguaggi e materiali, con l’obiettivo di mettere in relazione ciò che appartiene alla dimensione primordiale della natura con gli strumenti più avanzati della contemporaneità.
L’acqua, elemento simbolo della sua arte
Dopo la formazione artistica e gli studi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove sarebbe poi diventato docente di pittura, Plessi si allontanò progressivamente dalla pittura tradizionale. A partire dalla fine degli anni Sessanta concentrò la propria attenzione sugli elementi naturali, soprattutto sull’acqua, destinata a diventare il filo conduttore della sua produzione. L’acqua nelle sue opere non era soltanto un soggetto da rappresentare. Diventava movimento, energia, memoria. Attraverso installazioni, performance, film e videotape, Plessi cercava di ricrearne la presenza utilizzando anche immagini elettroniche e schermi. A questa ricerca si sarebbero aggiunti nel tempo il fuoco, la lava, la terra e altri elementi primordiali. La tecnologia entrava così nell’opera non come semplice strumento, ma come una vera e propria materia artistica.
La rivoluzione della videoarte
Plessi appartiene alla generazione di artisti che, tra gli anni Sessanta e Settanta, iniziarono a interrogarsi sulle possibilità offerte dai nuovi mezzi elettronici. Fu tra i primi in Italia a intuire che il monitor televisivo potesse uscire dalla dimensione domestica e diventare parte integrante dell’opera. I primi esperimenti con il video risalgono agli anni Settanta. Da allora la sua ricerca si sviluppò rapidamente, portandolo nei principali spazi espositivi internazionali. La vera consacrazione arrivò nel 1986, quando rappresentò l’Italia alla 42ª Biennale di Venezia con Bronx. Fu un passaggio fondamentale della sua carriera e, più in generale, della storia della videoarte italiana. Plessi dimostrava che immagini elettroniche, materiali industriali ed elementi naturali potevano convivere all’interno di una stessa costruzione artistica. Da quel momento il suo nome avrebbe raggiunto musei, biennali e istituzioni culturali in numerosi Paesi.
Monumenti di luce e acqua
La dimensione monumentale sarebbe diventata una delle caratteristiche più riconoscibili del suo lavoro. Plessi concepiva installazioni capaci di occupare grandi spazi e di coinvolgere fisicamente lo spettatore. Tra le opere più imponenti figura Mare Verticale, realizzata per il padiglione italiano all’Expo di Hannover del 2000. Una gigantesca struttura trasformava l’immagine dell’acqua in un elemento architettonico e spettacolare, confermando la capacità dell’artista di portare la videoarte fuori dagli spazi tradizionali dei musei. Un altro momento significativo arrivò a Venezia con Waterfire, opera che trasformò la facciata del Museo Correr in una superficie attraversata da immagini e suggestioni legate all’acqua e al fuoco.
Venezia, una presenza costante
Venezia non fu soltanto la città nella quale Plessi studiò e insegnò. Fu una componente essenziale della sua identità artistica. L’acqua della laguna, la luce, le architetture e il rapporto tra passato e futuro rappresentarono per lui un patrimonio visivo inesauribile. Ma Plessi non guardava Venezia con nostalgia. La sua operazione era, piuttosto, quella di confrontare la storia della città con il linguaggio del presente. Un esempio particolarmente significativo arrivò nel 2020, durante i mesi più difficili della pandemia. In occasione dei suoi 80 anni, Plessi realizzò L’Età dell’Oro, un’installazione luminosa sulle finestre del Museo Correr. Poco dopo, in occasione del Natale, realizzò anche un grande albero digitale composto da decine di monitor Led e collocato nella zona di Piazza San Marco. In una Venezia insolitamente silenziosa e quasi deserta, l’opera divenne un’immagine di luce in un periodo segnato dall’isolamento e dall’incertezza.








