Nel 1974, al Museum of Modern Art di New York, un uomo si avvicina alla Guernica di Pablo Picasso e vi spruzza sopra, con vernice rossa, una scritta: Kill lies all, «Uccidi tutte le menzogne». È un atto vandalico clamoroso, sacrilego, politico. Ed è proprio da quell’episodio che prende avvio il nuovo libro dello storico dell’arte Luca Nannipieri, La Guernica di Picasso. Ascesa e oblio di un classico, pubblicato da Castelvecchi. Il saggio, disponibile dal 28 agosto 2026, non è soltanto una storia della celeberrima opera picassiana. È piuttosto una riflessione sul destino delle opere d’arte e sul rapporto che gli esseri umani intrattengono con ciò che considerano sacro. Perché si colpisce un capolavoro e non un oggetto qualsiasi? Perché alcune immagini attraversano i secoli mentre altre scompaiono? E cosa accade quando anche un’opera ritenuta assoluta comincia lentamente a entrare nell’oblio? Attraversando filosofia dell’arte, antropologia del sacro e storia culturale, Nannipieri trasforma la Guernica in un caso di studio per interrogare il potere simbolico delle immagini e l’impermanenza dei classici. Il libro si compone di 28 capitoli, corredati da tavole illustrative, grafici e un ampio repertorio iconografico».

Il punto di partenza è dunque Picasso, ma lo sguardo del volume è rivolto soprattutto al futuro. Le vicende di Guernica, compresi i diversi atti di vandalismo che l’hanno colpita e che paradossalmente hanno contribuito a consolidarne il mito, diventano l’occasione per osservare il movimento di luce e ombra a cui sono sottoposte le opere che le civiltà consacrano come classiche. Nannipieri mette così in discussione l’idea del classico come opera necessariamente eterna. La storia dell’arte mostra infatti che opere oggi considerate imprescindibili possono attraversare secoli di oblio prima di essere riscoperte, reinterpretate e nuovamente consacrate. È un percorso fatto di luce, penombra, oscurità e ancora luce, nel quale anche ogni vivente, indipendentemente dal proprio ceto sociale o dal livello di istruzione, contribuisce a fissare o a seppellire le pietre miliari del tempo. Da questa prospettiva, La Guernica di Picasso parla sì di Picasso, ma soprattutto di noi: della nostra necessità di creare miti, venerarli, consumarli, distruggerli e, infine, provare a sottrarli all’oblio.
Ne abbiamo parlato con l’autore in occasione dell’uscita del libro.
Perché ha scelto proprio Guernica e Picasso come punto di partenza?
«Sono partito da Guernica e Picasso per una ragione molto semplice: è una delle opere più iconiche del Novecento e mi interessava, mi catturava molto la sua luce. Non la luce pittorica, non la luce stilistica, ma la luce della sua fama. Ne vediamo continuamente repliche, riproduzioni, stilizzazioni, varianti, murales, gadget pubblicitari, riproduzioni televisive. È diventata una sorta di meme sui social. La sua capacità di generare riproduzioni di se stessa era per me un fatto stregonesco. Non è un fatto isolato, ovviamente: Guernica condivide questa caratteristica con tante altre opere iconiche, dalla Gioconda fino al Colosseo o ad altro. Siamo pieni di immagini stilizzate di opere d’alto patrimonio storico-artistico. Però il fatto che quest’opera, nata in un momento particolarissimo del Novecento, abbia, anche in virtù della fama della Picassomania che tuttora insiste nel nostro tempo, una capacità così straordinaria, l’ha fatta diventare uno straordinario tavolo di laboratorio per il mio studio. Mi colpiva la luce di Guernica e, studiandola attraverso la mia teoria sull’oblio e sulla luce delle pietre miliari di migliaia di popoli, mi sono chiesto quanto potesse durare questa luce e quale potesse essere il suo oblio».

Perché ha concentrato la sua ricerca proprio sul rapporto tra fama e oblio? Ritiene che anche un’opera al culmine della notorietà sia destinata, per la natura stessa delle cose, a perdere prima o poi quella centralità?
«È una delle obiezioni principali che mi fanno coloro che dicono: «Ma no, i classici sono opere che durano per sempre». Ripetono sempre Italo Calvino: il classico è un’opera che non smette mai di parlare, che dura per sempre. E io dico: studiamo la storia. La frase «il classico», e quindi la Guernica, come la Gioconda e come altre opere, «dura per sempre» è un moto d’amore, non è la realtà della storia. Se noi amiamo una cosa, vogliamo, desideriamo che duri per sempre. È iscritto nell’amore che proviamo. Ma la storia ci racconta un’altra evidenza, che io trovo estremamente interessante. L’evidenza è che le opere che noi oggi giudichiamo intramontabili, innegabili, indistruttibili, sono state per lunghi secoli sepolte, sono state per lunghi secoli cancellate. Penso al Laocoonte, di cui nel libro su Picasso faccio anche un confronto. Il Laocoonte, il cui originale è perduto e la cui opera di riferimento è quella dei Musei Vaticani, è un’opera prodotta dal primo secolo a.C. al primo secolo d.C. Poi parte l’oblio, dopo questa grande luce iniziale, ed è un oblio che dura fino al 1506, quando viene recuperato e riscavato a Roma e ricomincia il suo percorso di luce. Se noi vediamo dal primo secolo d.C. al 1500, sono quattordici secoli di oblio. Non quattordici secoli di luce, penombra. No: quattordici secoli di oblio, in cui il Laocoonte era semplicemente un’opera non presente nella considerazione dello scibile umano».

Fotografia di Dora Maar, © Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid.
Significa che tutte le opere sono destinate a passare dalla luce all’oblio e poi, forse, a tornare alla luce?
«Un limite che voglio dare alla mia ricerca è quello di non essere un veggente. Da storico dell’arte, dico che queste regolarità ci portano a verificare quanto accadrà anche alle opere che noi oggi consideriamo iconiche. Che poi tutte le opere umane abbiano quest’altalena di luce e oblio, questo lo potrà dire, se ci sarà, un signore dei tempi, un signore eterno. Noi, da storici dell’arte, verifichiamo. E io lo verifico attraverso questa ricerca che sto impiantando e che non si ferma a Guernica ma proseguirà per tante altre opere. I periodi di luce, paradossalmente, nella ricerca convenzionale sono periodi non considerati. Si dice: «Poi per quattro secoli, cinque secoli nessuno lo ha considerato». Poi ritorna e viene riconsiderato».
Lei parla infatti di una «seconda nascita» delle opere. Cosa significa?
«La seconda nascita si origina quando l’opera riprende la luce, il suo cammino di luce. Pensiamo al De rerum natura di Lucrezio: dopo secoli di oblio, arriva Poggio Bracciolini e lo riscopre. Cos’è questa seconda nascita del De rerum natura di Lucrezio? È interessantissima. Sarebbe pensabile questa seconda nascita di Lucrezio se non ci fossero stati questi secoli di oblio? Studiare il momento in cui l’opera ritorna a essere considerata una pietra miliare, un punto di riferimento, e i momenti di declivio, di rottura, di oblio, di oscurità, significa capire come da questa oscurità si rigenerano linee di indirizzo, di interesse, che riportano l’opera a essere rivista, riletta, reinterpretata e ristabilizzata come classico. Quindi, diversamente dal classico inteso come opera eterna».

Il libro parte dal celebre atto di vandalismo che Guernica subì mentre era esposta al MoMA. Come mette in relazione la sua teoria della luce e dell’oblio con il vandalismo? L’atto vandalico interrompe l’oblio o produce una nuova luce?
«L’atto di vandalismo conferma la luce. L’atto di vandalismo, in questo, è speculare al restauro. Entrambi lavorano sulla luce. L’atto di vandalismo, di fatto, nel momento in cui colpisce un’opera, ne vuole riconvalidare la centralità. Perché, ovviamente, se non fosse centrale, in quel momento il vandalo si riferirebbe a un’altra opera. Il vandalo convalida la luce di cui l’opera gode. In qualche modo le dà una sorta di patentino: conferma che quell’opera è, in quel momento, centrale».
È una chiave di lettura che vale anche per i recenti atti di protesta contro le opere d’arte?
«Un conto è la manifestazione in sé. Con il senno di poi, direi di no: hanno buttato queste vernici, spesso innocue, sopra vetri di protezione e tutto per sensibilizzare. Come gesto l’ho trovato in sé mediaticamente interessante, però poi non era una lotta, perché di fatto non ha portato a nessuna trasformazione radicale anche nel loro modo di lottare. Una lotta deve portare dei risultati, altrimenti è una pura dimostrazione di sé stessa. Da un punto di vista invece della ricerca che sto portando avanti, è interessantissimo. Capendo la forza simbolica, la luce delle opere che sono andati a colpire — i Van Gogh, i Klimt —con quei loro gesti non fanno altro che riconvalidarne la luce. E quindi far sì, paradossalmente, che anche in futuro ci siano altri che facciano il loro stesso gesto. Anche per motivazioni totalmente diverse. Magari per loro era la crisi climatica; domani potrà essere la guerra mondiale, che spero non si avvii. L’arte sarà a quel punto un tornasole, in virtù della sua luce, che verrà attaccata per le motivazioni più diverse. Come lo era nel caso dei vandali di Guernica, che invece lo fecero per la guerra in Vietnam o per motivi sociali inerenti agli anni in cui la Guernica è stata vandalizzata».

Fotografia di Kary Lasch, The Cordon Press, © Sucesión Pablo Picasso,
VEGAP, Madrid, 2017
Qual è, in definitiva, il messaggio del suo libro?
«Mentre molti pensano che le opere, i classici, le opere d’arte più famose siano opere eterne. La teoria dell’oblio e della luce dimostra, storia alla mano, che i percorsi di oblio che hanno le opere sono interessantissimi percorsi, al pari di quelli che stanno in luce, per capire la manifestazione umana che si chiama arte. Finora è un settore di indagine ancora poco indagato e sono contento davvero di portarlo avanti».
Ha già annunciato che nelle sue future opere analizzerà il Colosseo e i Klimt distrutti dai nazisti. Li ha scelti perché sono opere che, nell’immaginario collettivo, rappresentano una sorta di idea di immortalità, e proprio per questo possono essere colpite o perdute?
«Il caso di Klimt è singolarissimo perché i quadri di Vienna sono opere andate perse, perché distrutte dai nazisti. Eppure la luce attorno a Klimt ha fatto sì che ci fosse il desiderio, attraverso lo studio delle documentazioni rimaste, di ricrearle. E infatti ne sono sorte, diciamo, ricostruzioni immersive per farle rinascere. Ecco, la nuova luce di opere distrutte, il cui originale è stato distrutto, esattamente come il Laocoonte. Sul Colosseo ovviamente è una cosa un po’ più complessa, perché parliamo di due millenni e quindi i periodi di oblio e di luce li devo indagare con più nitore. Però sta di fatto che, se oggi il Colosseo continua a essere nelle monetine che circolano nel mezzo dell’Europa, vuol dire che la sua luce continua a splendere. E si tratterà di capire quale sarà invece il suo oblio, al pari di altri anfiteatri che hanno costellato l’Europa e il Nordafrica».

Fotografia di Manuel Litran, Paris Match Archives/Getty Images,
© Sucesión Pablo Picasso, VEGAP, Madrid, 2017.
Un’ultima domanda, forse irriverente ma non lo è: se dovesse indicare, nel panorama artistico mondiale attuale, alcune opere che potrebbero essere vandalizzate proprio perché rappresentano oggi il massimo nell’immaginario collettivo, quali individuerebbe? «Sicuramente alcune lo sono ripetutamente anche senza bisogno di vandali, cosiddetti o chiamati. Ad esempio, le opere di Banksy vengono regolarmente acclamate nella loro luce e poi, al tempo stesso, ritrasformate o tolte dai muri dove lui le ha fatte per metterle sotto teca da altre parti. Quindi oggi, sull’arte contemporanea, mi verrebbe da dire che il percorso che hanno le opere di Banksy è un percorso molto interessante da studiare nella luce e nell’oblio. Oggi comunque su Banksy c’è soltanto luce, non c’è oblio, perché di fatto ogni sua opera ha un richiamo così forte che si fa difficoltà a pensare all’oblio. Però questo è lo studio delle cose umane: capire anche i lati di ombra e di oscurità».
E per quanto riguarda invece il classico? Qual è l’opera che ancora oggi esercita una funzione così importante nell’immaginario da poter diventare un obiettivo?
«Forse, dopo che la Pietà di Michelangelo è stata picconata, il luogo più inaccessibile di tutti per quanto riguarda i vandali è il Vaticano. In particolare la Cappella Sistina. Mi sembra il luogo finora immune a qualunque tentativo di oltraggio. Però le modalità attraverso cui le persone possono colpire e provare a spegnere un’opera sono tante, sono infinite. E non è detto che anche l’Opera Suprema di più artisti lì dentro, la Cappella Sistina, non possa essere il grande obiettivo di qualche mente criminale».
Luca Nannipieri
La Guernica di Pablo Picasso
Ascesa e oblio di un classico
Castelvecchi editore, 2026
pp.179, con tavole e Illustrazioni, euro 20








