«Che cosa rimarrà di me quando io me ne andrò? Il colore». La fotografia italiana perde uno dei suoi interpreti più originali e riconoscibili. Franco Fontana è morto a Modena il 29 agosto 2026, all’età di 92 anni, nella città dove era nato e alla quale era rimasto profondamente legato. Con lui scompare un artista che, nell’arco di oltre sessant’anni, ha contribuito in maniera decisiva a cambiare il modo di guardare e di intendere la fotografia a colori. Di lui rimangono i paesaggi trasformati in geometrie, le ombre diventate presenze, le città ridotte a linee e superfici, i contrasti cromatici che sembrano quasi appartenere a un mondo immaginario.
Fontana era nato a Cognento, nel territorio modenese, il 9 dicembre 1933. Aveva iniziato a fotografare nei primi anni Sessanta e, da autodidatta, aveva costruito progressivamente un linguaggio personalissimo, lontano tanto dalla fotografia documentaria quanto dall’idea di una semplice riproduzione della realtà. La sua fotografia non voleva raccontare il mondo così com’era, ma interpretarlo, selezionarlo, trasformarlo.

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Il coraggio di scegliere il colore
In un’epoca nella quale la fotografia d’autore era ancora fortemente associata al bianco e nero, Fontana comprese che il colore poteva diventare qualcosa di molto più profondo di un elemento decorativo. Poteva essere struttura, ritmo, emozione, forma. Poteva persino sostituire la prospettiva tradizionale e costruire una realtà nuova. Le sue immagini di paesaggio sono diventate celebri proprio per questa capacità di ridurre il mondo a campiture cromatiche, linee, geometrie, contrasti di luce e ombra. Un campo, una strada, una collina, un edificio o una figura umana potevano perdere la loro dimensione narrativa e trasformarsi in forme quasi astratte. È qui che si trova una delle grandi rivoluzioni di Fontana: la fotografia smette di essere necessariamente testimonianza e diventa visione. La critica e la storia dell’arte hanno riconosciuto questa caratteristica come uno degli elementi centrali della sua ricerca.

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Dal paesaggio alla geometria
Fontana ha fotografato il paesaggio italiano e quello americano, le città, le strade, le automobili, i corpi, le ombre. Ma ciò che cercava non era tanto il soggetto quanto la possibilità di trasformarlo attraverso lo sguardo. Le sue fotografie sono spesso immagini di sottrazione. Eliminano il superfluo per arrivare all’essenza: una striscia di terra, una superficie blu, un’ombra nera, una parete rossa, una figura lontana. Opere e serie come Terra da leggere, Skyline, Paesaggio urbano e Presenzassenza mostrano l’evoluzione di questa ricerca, nella quale il dato reale viene progressivamente trasformato in una costruzione visiva autonoma. Skyline, pubblicato nel 1978, rappresentò in particolare uno dei momenti di affermazione internazionale della sua arte. La sua fotografia urbana, soprattutto quella realizzata negli Stati Uniti, porta questa ricerca ancora più avanti. Grattacieli, strade e architetture diventano superfici, blocchi di colore e rapporti geometrici. La città non è più raccontata: è composta.

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Una fotografia italiana capace di parlare al mondo
L’importanza di Franco Fontana non si misura soltanto nell’originalità delle sue immagini, ma anche nella vastità della sua presenza internazionale.Le sue opere sono conservate in oltre cinquanta musei nel mondo e nel corso della sua carriera gli sono state dedicate più di 400 mostre e circa 70 libri. Ha esposto e collaborato con importanti istituzioni internazionali e ha lavorato anche nel campo della fotografia pubblicitaria, firmando campagne per marchi come Fiat, Volkswagen, Sony, Volvo, Versace e Kodak.
Questo percorso testimonia una caratteristica fondamentale del suo lavoro: la capacità di muoversi tra fotografia d’arte, editoria, pubblicità e cultura visiva senza perdere la propria identità. Anzi, Fontana ha dimostrato che una fotografia può essere immediatamente riconoscibile anche quando entra negli spazi della comunicazione di massa. Il suo stile era abbastanza forte da sopravvivere al contesto: bastavano una determinata luce, un accostamento cromatico, una composizione essenziale perché l’immagine portasse la sua firma.

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Modena e un legame mai spezzato
Non è casuale che Fontana abbia trascorso la sua vita mantenendo un forte rapporto con Modena. Era nato lì e lì aveva scelto di rimanere, pur avendo viaggiato e lavorato in tutto il mondo. «Sono stato in tutto il mondo, ma ciò che conta è quello che porti dentro», aveva detto ricordando il proprio rapporto con la città. È una frase che restituisce bene anche la sua idea della fotografia: il viaggio, il paesaggio e l’esperienza diventano immagini soltanto quando vengono filtrati attraverso una sensibilità personale. Nel 2024 Modena gli aveva dedicato, attraverso la Fondazione Modena Arti Visive, iniziative per celebrare i suoi novant’anni; nello stesso periodo il Museo di Santa Giulia di Brescia gli aveva dedicato la mostra Franco Fontana. Colore, mentre a Roma il Museo dell’Ara Pacis aveva ospitato la grande retrospettiva Retrospective.








