Quattro anni di studi, indagini scientifiche e lavoro sul campo hanno restituito una nuova immagine di uno dei capitoli più importanti della pittura italiana del Trecento. Nella Basilica di Santa Croce a Firenze, le Storie di San Francesco della Cappella Bardi tornano visibili dopo un lungo intervento di conservazione e restauro che non si è limitato a ripulire le superfici, ma ha permesso di comprendere meglio il modo in cui Giotto costruì, sulla parete, uno spazio destinato a cambiare per sempre la storia della pittura occidentale. L’intervento, promosso dall’Opera di Santa Croce e progettato e realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure, acquista un significato particolare nel 2026, anno dell’ottavo centenario del Transito di Francesco d’Assisi. Il ciclo dedicato al santo torna così al centro della basilica fiorentina proprio mentre l’anniversario invita a rileggere la figura di Francesco e la sua fortuna nella cultura europea.
Non è soltanto una questione di maggiore nitidezza. Il restauro consente di cogliere con più evidenza la vitalità cromatica, la forza espressiva e soprattutto l’audacia della costruzione spaziale di Giotto. Le sei scene della cappella, ispirate alla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, raccontano alcuni degli episodi fondamentali della vita di Francesco: dalla rinuncia alle ricchezze paterne all’approvazione della Regola, dall’episodio del Capitolo di Arles alla prova davanti al Sultano, fino alla morte e alla successiva apparizione del santo a frate Agostino e al vescovo Guido. Ma il vero protagonista che il cantiere permette oggi di riscoprire è anche lo spazio.

Una cappella trasformata dalla pittura
Giotto non si limita a dipingere episodi della vita di Francesco. Costruisce un ambiente dentro l’ambiente, sovrapponendo alla struttura architettonica reale della cappella una monumentale architettura dipinta. Il risultato è una sorta di grande apparato illusionistico che accompagna e unifica le diverse scene, quasi trasformando lo spazio della cappella in un gigantesco ciborio. Le figure sono inserite prevalentemente in ambienti rappresentati frontalmente, simili a grandi stanze aperte verso chi guarda. Le architetture diventano così strumenti per organizzare i personaggi, stabilire gerarchie, suggerire profondità. Anche quando l’azione si svolge all’aperto, come nella scena della rinuncia ai beni paterni, gli edifici continuano ad avere un ruolo decisivo nella costruzione narrativa.
È uno degli aspetti sui quali il restauro ha concentrato particolare attenzione. Le integrazioni delle lacune sono state eseguite in modo riconoscibile, cercando di ricomporre la continuità dell’impianto spaziale senza cancellare le ferite lasciate dal tempo. Per la prima volta, inoltre, l’insieme delle incisioni e delle tracce preparatorie utilizzate da Giotto per progettare l’architettura dipinta è stato oggetto di una mappatura digitale. Quelle linee, ottenute anche attraverso corde impregnate di colore e battute sull’intonaco, permettono oggi di seguire la progettazione dello spazio quasi come si osservasse il disegno preparatorio di un architetto. È una documentazione che offre agli studiosi una nuova chiave di lettura e, al tempo stesso, rende più comprensibile al pubblico la complessità del procedimento creativo giottesco.

Un cantiere, molti Giotto
Il restauro ha inoltre rafforzato una consapevolezza già presente negli studi: nella Cappella Bardi non lavorò una sola mano. Giotto, ormai artista maturo e alla guida di una grande bottega, coordinava altri pittori, le cui differenze tecniche e stilistiche emergono oggi con maggiore chiarezza. La cappella diventa così anche un luogo di sperimentazione. Il linguaggio di Giotto viene elaborato, adattato, trasmesso e trasformato, anticipando soluzioni che avrebbero avuto conseguenze decisive sulla pittura dei decenni successivi.
Anche la tecnica racconta questa libertà operativa. A una base prevalentemente ad affresco si affianca un uso esteso della pittura a secco. Una scelta che consentiva di ampliare la gamma dei pigmenti, modificare gli effetti cromatici e intervenire con tempi più flessibili sulle superfici. La tecnica, dunque, non è un semplice mezzo esecutivo: diventa parte della ricerca espressiva. Il cantiere ha permesso di distinguere meglio queste modalità di lavoro e di restituire alla cappella la complessità di un’impresa collettiva guidata da una personalità artistica di eccezionale forza innovativa.

Le ferite del tempo
Restaurare la Cappella Bardi significava però anche misurarsi con una storia conservativa tutt’altro che lineare. Le pitture erano state coperte da una scialbatura a calce nei primi decenni del Settecento e soltanto nel 1851 erano state riscoperte, dando avvio al restauro ottocentesco di Gaetano Bianchi. Un secolo dopo, tra il 1957 e il 1959, fu Leonetto Tintori, sotto la guida del soprintendente Ugo Procacci, a intervenire nuovamente sul ciclo.
Le vicende precedenti hanno lasciato tracce profonde. Oggi la superficie presenta grandi lacune, numerose abrasioni e migliaia di piccole mancanze: circa cinquemila quelle censite nel corso dell’attuale campagna. A queste si aggiungevano problemi meno evidenti ma potenzialmente più pericolosi per la sopravvivenza stessa delle pitture: distacchi dell’intonaco, sollevamenti della pellicola pittorica, fratture delle pareti e presenza diffusa di sali solubili. Prima ancora di restituire leggibilità alle immagini, dunque, era necessario mettere in sicurezza il manufatto.
Gli interventi hanno consolidato le zone fragili, ridotto i fenomeni di degrado, eliminato depositi e materiali alterati e sostituito numerose stuccature sintetiche del precedente restauro con materiali più compatibili con gli intonaci originali. La fase estetica ha richiesto altrettanta cautela. Ricostruire ciò che manca senza inventare ciò che non è più leggibile è uno dei problemi più delicati di ogni restauro. Per questo sono state adottate soluzioni diverse a seconda delle condizioni delle singole aree, con l’obiettivo di restituire continuità all’immagine mantenendo però visibili le tracce della sua storia.

Una volta che sembrava quasi dimenticata
Tra le sorprese del cantiere c’è anche una parte della cappella rimasta a lungo in secondo piano: la volta. La pulitura, condotta anche con l’impiego del laser, ha fatto emergere con maggiore forza le allegorie delle Virtù Francescane. In particolare, Obbedienza e Castità mostrano oggi dettagli che in precedenza risultavano difficili da leggere o erano stati interpretati in modo non corretto. È quasi una scoperta dentro la scoperta: una porzione del ciclo che sembrava meno capace di raccontare la novità di Giotto rivela invece una qualità figurativa e inventiva di grande interesse.
Un restauro che guarda oltre il cantiere
La conclusione dei lavori non coincide, in questo caso, con la fine della ricerca. Al contrario, il cantiere ha prodotto una quantità di dati destinati a diventare materiale per nuovi studi sulla pittura del primo Trecento, sulle tecniche di Giotto e della sua bottega e sulla storia conservativa del ciclo. Il progetto è stato sostenuto dall’Opera di Santa Croce e dall’Opificio delle Pietre Dure insieme al Ministero della Cultura, alla Fondazione CR Firenze e ad ARPAI, con il contributo di numerosi donatori privati. La campagna Giving4 Giotto ha inoltre coinvolto una comunità internazionale di sostenitori, trasformando il restauro in un’impresa condivisa.




