Dal 18 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027, PM23 a Roma ospita la terza mostra della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. Trentotto abiti della Maison e ventisei dipinti dell’artista polacca costruiscono un dialogo sulla femminilità, sull’identità e sulla metamorfosi dello sguardo. Al centro, un’opera inedita ispirata all’iconico rosso Valentino.

Nel cuore di Roma, tra l’eleganza senza tempo di Piazza Mignanelli e la raffinatezza degli spazi di PM23, la moda incontra la pittura in un percorso di straordinaria suggestione visiva. Abiti preziosi, tessuti dalle forme scultoree e dipinti di intensa bellezza si confrontano in AURA. Valentino Garavani – Ewa Juszkiewicz, la mostra presentata dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti dal 18 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027. Trentotto creazioni della Maison Valentino e ventisei opere dell’artista polacca danno vita a un dialogo in cui il fascino dell’alta moda si intreccia con l’immaginazione pittorica, invitando il visitatore a lasciarsi conquistare dalla forza del colore, dalla ricchezza dei dettagli e dalla metamorfosi delle forme.
In questa cornice, la bellezza è innanzitutto un’esperienza visiva: si manifesta nella costruzione impeccabile degli abiti, nella preziosità dei materiali, nell’intensità dei colori Valentino e nelle figure enigmatiche dipinte da Ewa Juszkiewicz, i cui volti si trasformano in composizioni sorprendenti di tessuti, fiori e forme organiche. Due universi creativi diversi, accomunati da una raffinata ricerca estetica e dalla capacità di trasformare elementi familiari in immagini inattese. È proprio da questo incontro che prende forma AURA.

Valentino, la bellezza come presenza
Nel mondo creativo di Valentino Garavani, la bellezza non è mai stata soltanto una questione di ornamento. È piuttosto una costruzione armonica in cui colore, materia, proporzioni e movimento concorrono a esprimere la personalità di chi indossa un abito. La sua idea di eleganza, riconoscibile attraverso decenni di attività, ha saputo coniugare il rigore della tradizione sartoriale con una sensibilità scenografica capace di rendere ogni creazione immediatamente riconoscibile.
Nato a Voghera l’11 maggio 1932, Valentino Clemente Ludovico Garavani si avvicina giovanissimo al mondo della moda, per poi perfezionare la propria formazione a Parigi, dove studia e lavora negli atelier di importanti maison francesi. Tornato in Italia, nel 1959 apre il suo primo atelier a Roma. È nella capitale che prende avvio il percorso destinato a trasformarlo in una figura centrale della moda internazionale.

Nel 1960 incontra Giancarlo Giammetti, compagno di vita e soprattutto partner fondamentale nella costruzione e nello sviluppo della Maison. Il sodalizio tra i due unisce visione creativa e capacità imprenditoriale, contribuendo a fare di Valentino un nome di riferimento nel panorama del lusso internazionale. La consacrazione arriva negli anni Sessanta, quando le sue creazioni conquistano un pubblico internazionale e diventano espressione di un’eleganza sofisticata, femminile e cosmopolita.
Tra i segni distintivi del suo universo estetico spicca il rosso Valentino, una tonalità diventata nel tempo molto più di una scelta cromatica: un emblema, una dichiarazione di presenza, un codice visivo immediatamente associato alla Maison. Accanto al colore, la ricerca di Valentino si distingue per l’attenzione alle lavorazioni, ai tessuti preziosi, alle silhouette e ai dettagli decorativi, in un equilibrio tra tradizione e modernità.

Untitled (After Jan Adam Kruseman), 2020
Oil on canvas
220 x 160 cm
Collezione Privata
Nel 2008, dopo quasi mezzo secolo di attività, lo stilista lascia ufficialmente la direzione creativa della Maison. La sua eredità rimane legata a una concezione della moda nella quale l’abito non si limita a vestire il corpo, ma ne amplifica il carattere e la presenza.
È proprio questa capacità di conferire alla figura femminile una forza quasi iconica a costituire uno dei punti di contatto con la ricerca di Juszkiewicz. Se Valentino esalta la presenza attraverso la costruzione sartoriale, l’artista polacca interviene sull’immagine stessa della donna, sottraendola alla riconoscibilità convenzionale e aprendo il ritratto a possibilità inattese.

Ewa Juszkiewicz, quando il volto diventa un enigma
Nata nel 1984 a Danzica, in Polonia, Ewa Juszkiewicz si è affermata sulla scena internazionale dell’arte contemporanea attraverso una ricerca pittorica che rilegge criticamente la tradizione europea del ritratto femminile. La sua pratica nasce da un confronto approfondito con la pittura storica, della quale riprende la tecnica, la composizione e l’apparente fedeltà ai codici estetici del passato, per poi introdurre un elemento di rottura.
Nei suoi dipinti, i volti delle protagoniste vengono nascosti, sostituiti o trasformati attraverso intricate costruzioni di capelli, tessuti, fiori, frutti e altre forme organiche. La figura conserva spesso l’abbigliamento, la postura e l’impostazione di un ritratto d’epoca, ma perde il volto che dovrebbe renderla identificabile. Al suo posto emerge una composizione ambigua, sospesa tra il meraviglioso e l’inquietante, tra l’attrazione estetica e il disorientamento.
L’intervento non è un semplice espediente surrealista. È una strategia che interroga il modo in cui la storia dell’arte ha costruito e tramandato l’immagine della donna. Per secoli, infatti, il ritratto femminile è stato spesso regolato da ideali di bellezza, decoro e comportamento, trasformando il volto in uno strumento attraverso il quale definire identità e ruolo sociale. Juszkiewicz altera questo sistema dall’interno: conserva il linguaggio della pittura storica, ma ne sovverte le aspettative.

Privato della possibilità di essere letto secondo i consueti criteri fisiognomici, il soggetto sfugge a una definizione univoca. Non è più soltanto una figura da riconoscere o giudicare, ma un’immagine aperta, nella quale possono convivere molteplici interpretazioni. La femminilità si sottrae così alla rigidità di un modello prestabilito e diventa uno spazio di libertà visiva e simbolica.
La qualità tecnica della pittura, che richiama quella delle opere storiche da cui l’artista trae ispirazione, rende ancora più incisiva questa operazione. La dissonanza tra la familiarità della forma e l’imprevedibilità della trasformazione genera un cortocircuito percettivo: ciò che sembra antico si rivela contemporaneo, mentre un’immagine apparentemente rassicurante si apre a significati inattesi.
Il percorso di Juszkiewicz ha trovato spazio in importanti istituzioni internazionali, tra cui il Brooklyn Museum di New York, il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid, il Centre Pompidou-Metz, il Musée d’Art Moderne de Paris, il Museo Picasso Málaga e il National Museum of China di Pechino. Le sue opere sono inoltre presenti nelle collezioni del Musée d’Art Moderne de Paris, del Brooklyn Museum, dell’Albertina Museum di Vienna, del Long Museum di Shanghai e del Museum of Contemporary Art San Diego.

Trentotto abiti e ventisei dipinti: un dialogo tra materia e immaginazione
La mostra riunisce 38 abiti selezionati dall’archivio della Maison Valentino e 26 dipinti di Ewa Juszkiewicz. Non si tratta semplicemente di accostare moda e pittura, ma di costruire un confronto nel quale ciascun linguaggio contribuisce a ridefinire la lettura dell’altro.
Negli abiti di Valentino, i volumi e le superfici tessili modellano il corpo, ne suggeriscono il movimento e ne sottolineano la presenza. Nei dipinti di Juszkiewicz, la materia organica si sostituisce invece ai tratti del volto, trasformando il ritratto in un territorio di metamorfosi. In entrambi i casi, ciò che appare familiare viene rielaborato attraverso una composizione che modifica la percezione e mette in discussione l’idea di un’immagine definitiva.
Il tessuto, in particolare, assume un ruolo centrale nel dialogo. Nella moda è materia da costruire, drappeggiare e modellare; nella pittura di Juszkiewicz può diventare una forma autonoma, capace di occultare, sostituire e reinventare il volto. L’ornamento smette così di essere un elemento accessorio e diventa un dispositivo espressivo, in grado di modificare il significato dell’intera figura.
Anche il colore agisce come elemento di connessione. Nella ricerca di Valentino, contribuisce a definire l’identità visiva della creazione; nell’opera di Juszkiewicz, può rafforzare la tensione tra la memoria della pittura storica e l’irruzione di una presenza nuova. Il confronto tra i due artisti suggerisce dunque che la bellezza non sia una qualità immutabile, ma il risultato di una relazione tra forme, materiali, cultura e sguardo.

Il rosso Valentino diventa un ritratto
Il fulcro simbolico del progetto è A PORTRAIT in VALENTINO RED, il dipinto realizzato da Ewa Juszkiewicz appositamente per AURA e presentato per la prima volta in questa occasione.
L’opera nasce dall’osservazione di un abito della collezione Haute Couture Autunno/Inverno 2007-08 di Valentino, riconoscibile per il rosso emblematico della Maison e per la sua presenza scultorea. Juszkiewicz trasferisce sulla tela la forza visiva dell’abito, trasformandone il vocabolario formale in una nuova immagine pittorica.
Una complessa composizione di tessuto rosso, impreziosita da un motivo a foglia di palma, avvolge il volto della figura fino a modificarne radicalmente la percezione. La materia sembra animarsi, assumendo configurazioni che richiamano contemporaneamente una rosa, un fiocco e una forma organica in crescita. Il tessuto non incornicia il soggetto: lo sostituisce, ne ridisegna i confini e ne determina la presenza.
L’opera si colloca così al crocevia tra ritratto, ornamento e scultura. L’abito diventa il punto di partenza per una metamorfosi che conserva la memoria della creazione originale, ma la conduce verso un significato nuovo. Il rosso, con la sua intensità, non è soltanto una citazione della storia di Valentino: diventa il protagonista di un’immagine che mette in tensione riconoscibilità e mistero.
«Per il dipinto che ho realizzato appositamente per questa mostra, ho scelto un abito nel rosso emblematico di Valentino: la sua presenza scultorea e la sua forza visiva hanno immediatamente catturato la mia immaginazione», racconta Juszkiewicz. «Mi affascina in particolare la visione della femminilità di Valentino, in equilibrio tra delicatezza e forza, con al centro una donna dalla presenza forte e sicura di sé».
Le parole dell’artista chiariscono la natura del progetto: non una semplice reinterpretazione di un abito, ma il riconoscimento di una sensibilità condivisa, nella quale la femminilità non coincide con la fragilità e la bellezza non esclude la forza.

Ewa Juszkiewicz
In a Shady Valley, Near a Running Water
(after François Gérard), 2023
Oil on canvas
270 x 160 cm unframed
278 x 168 x 8 cm
FAAM / Francia – Collezione Levett
La bellezza come esperienza culturale
Per Giancarlo Giammetti, AURA rappresenta anche la prosecuzione di una visione culturale che accompagna da sempre il suo percorso accanto a Valentino. La Fondazione, attraverso PM23, propone infatti un luogo di incontro tra linguaggi creativi, capace di mettere in relazione la storia della moda con le pratiche artistiche contemporanee. «Con AURA abbiamo voluto esplorare la capacità della moda e dell’arte di trasformare il nostro sguardo sulla bellezza», afferma Giammetti. «Le creazioni di Valentino e i dipinti di Ewa Juszkiewicz, attraverso la materia, il colore, la forma e la metamorfosi, ci invitano a superare ciò che è familiare per scoprire nuove prospettive».
Nelle sue parole emerge un’idea della cultura come esperienza dinamica, capace di generare immaginazione e cambiamento. La bellezza non viene presentata come un canone da preservare immutato, ma come una possibilità di conoscenza: qualcosa che acquista nuovi significati quando viene osservato da una prospettiva diversa.
È qui che i percorsi di Valentino e Juszkiewicz trovano la loro convergenza più profonda. Il primo ha costruito un universo estetico nel quale l’abito esalta la presenza della donna; la seconda trasforma l’immagine femminile per sottrarla alle convenzioni che l’hanno definita. Entrambi, attraverso strategie differenti, invitano a guardare oltre la superficie e a riconoscere nella forma una possibilità di espressione.






