Dal 13 settembre al 1° novembre 2026, il Castello di Racconigi ospita “Specchi del Giappone. Stefano Faravelli al Castello di Racconigi”, una mostra che porta per la prima volta in esposizione i taccuini, gli album e gli strumenti di lavoro dell’artista torinese. Un’occasione per entrare nel laboratorio creativo di uno dei protagonisti italiani del carnet de voyage e, insieme, per rileggere il rapporto tra l’immaginario europeo e il Giappone reale.
C’è un Giappone che nasce dalla distanza, dalle immagini raccolte nei libri, dagli oggetti arrivati in Europa e da una fascinazione che, soprattutto tra Otto e Novecento, trasformò l’Estremo Oriente in un territorio dell’immaginazione occidentale. E poi c’è il Giappone osservato da vicino, percorso lentamente, disegnato dal vivo, ascoltato attraverso i suoi dettagli quotidiani.

È tra questi due sguardi che si muove “Specchi del Giappone”, la mostra dedicata a Stefano Faravelli allestita negli ambienti dell’Appartamento cinese del Castello di Racconigi dal 13 settembre al 1° novembre 2026. L’esposizione si inserisce negli appuntamenti di settembre della rassegna culturale EFFIMERA. Vivere il Parco del Castello di Racconigi e nasce con il contributo della Fondazione CRC, in collaborazione con EDT e con la partecipazione del Gruppo di Lettura di Carmagnola. Più che una semplice esposizione di disegni, il progetto invita il pubblico a entrare nel processo attraverso cui un viaggio si trasforma in racconto. Per la prima volta vengono infatti riuniti i materiali originali dai quali ha preso forma Giappone. Taccuini dal mondo fluttuante, pubblicato da EDT nel 2026: quaderni, tavole, album, annotazioni e strumenti che normalmente rimangono dietro le quinte della creazione artistica.
Il viaggio come forma di conoscenza
Faravelli appartiene a quella particolare tradizione di artisti-viaggiatori per i quali il taccuino non è un semplice diario illustrato. È uno strumento di conoscenza. Il viaggio procede attraverso il disegno, la scrittura, l’osservazione paziente e la raccolta di frammenti. Nei suoi carnet una veduta può convivere con una nota, un dettaglio botanico con una riflessione, una figura incontrata per strada con la descrizione di un paesaggio. La pagina diventa così uno spazio in cui ciò che l’artista vede e ciò che pensa finiscono per sovrapporsi. È una pratica che richiede tempo e attenzione e che sembra quasi muoversi in direzione opposta rispetto alla velocità con cui oggi si consumano le immagini. Nell’epoca dominata dalla velocità di messaggio e di racconto per immagini video degli influencer, per Faravelli disegnare significa fermarsi, scegliere, guardare più a lungo. Significa lasciare che un luogo smetta di essere soltanto uno scenario e diventi esperienza.

Nel caso del Giappone, questo atteggiamento assume un significato particolare. Faravelli si confronta infatti con un paese sul quale l’Occidente ha costruito per lungo tempo una complessa stratificazione di fantasie, stereotipi e rappresentazioni. Il suo lavoro prova a superare quella distanza attraverso l’esperienza diretta. Il risultato è un Giappone fatto certamente di templi, giardini, bambù e montagne, ma anche di presenze fugaci, persone, animali, dettagli urbani e piccoli episodi della vita quotidiana. Un paese che non viene immobilizzato in un’immagine definitiva, ma restituito nella sua continua trasformazione.
Il “mondo fluttuante”
Non è casuale il riferimento all’ukiyō, il “mondo fluttuante” della cultura giapponese. Il termine, nelle sue diverse stratificazioni storiche, rimanda a un universo segnato dalla transitorietà e dal mutamento. È una chiave particolarmente efficace per leggere il lavoro di Faravelli, dove il viaggio diventa anche una raccolta di istanti destinati a passare.
Le sue tavole restituiscono paesaggi e figure attraverso colori limpidi e una pennellata mobile. Il segno, vicino alla sensibilità calligrafica, non cerca necessariamente la precisione fotografica: cerca piuttosto una forma di presenza. Il monte Fuji, le foreste di bambù, i santuari, i giardini e le architetture tradizionali compaiono accanto a soggetti più minuti, secondo una logica che non separa il monumentale dal quotidiano. È proprio nella capacità di dare valore al frammento che il carnet acquista la sua forza narrativa. La mostra consente quindi di seguire un percorso che va dall’osservazione alla pagina finita, mostrando non soltanto l’opera, ma anche la sua genesi.

Un Giappone raccontato attraverso due epoche
Il dialogo con Racconigi aggiunge al progetto un ulteriore livello di lettura. Le opere contemporanee di Faravelli vengono infatti presentate all’interno di ambienti che testimoniano una lunga storia di fascinazione europea per l’Oriente. Le stanze dell’Appartamento cinese conservano le antiche carte dipinte di provenienza cinese, testimonianza del gusto orientale che attraversò le residenze aristocratiche europee. Nei primi anni del Novecento, durante la stagione dello japonisme, questi ambienti furono reinterpretati e finirono per essere identificati come “Appartamento Giapponese”, con nuovi arredi e oggetti orientali.
È un cortocircuito storico particolarmente suggestivo: negli stessi spazi in cui il Giappone veniva un tempo immaginato e ricreato secondo il gusto europeo, oggi viene presentato attraverso lo sguardo di un artista che lo ha realmente attraversato. La mostra diventa così anche una riflessione sul modo in cui le culture si incontrano: attraverso gli oggetti, le immagini, i viaggi e, inevitabilmente, le proiezioni di chi osserva.

Le lacche e la memoria dell’Oriente
A completare il percorso sono tre manufatti giapponesi in lacca maki-e appartenenti alle collezioni del Castello. La tecnica, basata sulla lavorazione della lacca urushi e sulla sovrapposizione di raffinati elementi decorativi, produce superfici di particolare profondità e luminosità. Tra gli oggetti esposti figurano una piccola scatola ornata con gru in volo, un sagejubako, tradizionale contenitore da viaggio composto da più elementi, e una scatola portadocumenti riccamente decorata con pini, camelie, rocce e nuvole. All’interno di quest’ultima, la tecnica nashiji accompagna ulteriori piccoli contenitori ornati con motivi floreali e animali.
La presenza di questi manufatti non ha soltanto una funzione documentaria. Le lacche fanno da contrappunto alle carte di Faravelli e permettono di mettere in relazione epoche e modalità differenti di guardare al Giappone: da una parte l’oggetto orientale raccolto, collezionato e reinterpretato in Europa; dall’altra l’esperienza diretta di un artista contemporaneo.

Una storia personale dietro il viaggio
Il rapporto di Faravelli con il Giappone ha anche una dimensione familiare. Negli archivi di casa l’artista ha ritrovato fotografie della prozia Irma, ritratta all’inizio del Novecento con abiti e atteggiamenti ispirati alla figura della geisha. Un’immagine che rimanda alla grande influenza esercitata in Europa dalla cultura dello spettacolo giapponese e, in particolare, alla notorietà di Sada Yacco, la celebre attrice giapponese la cui tournée del 1902 raggiunse anche Torino. Quel documento privato sembra condensare in una sola fotografia il meccanismo attraverso cui il Giappone entrò nell’immaginario italiano: prima ancora di essere conosciuto, veniva rappresentato, interpretato, reinventato.
Stefano Faravelli, artista del carnet
Nato a Torino nel 1959, Stefano Faravelli è pittore, scrittore e orientalista. Il suo nome è strettamente legato alla diffusione in Italia del carnet de voyage, genere nel quale il viaggio diventa contemporaneamente esperienza visiva, letteraria e personale. Nel corso degli anni ha dedicato i suoi taccuini a paesi come Cina, Mali, India, Egitto e Madagascar, portando le sue opere anche in sedi internazionali a Londra, Parigi, New York, Istanbul e Gerusalemme. Nel 2017 il volume Verde Stupore. Madagascar, nell’edizione francese, ha ottenuto il Grand Prix del Festival International de Carnet de Voyage di Clermont-Ferrand.

Accanto alla produzione legata al viaggio, Faravelli ha pubblicato anche Verso capo Horn per Adelphi nel 2025. Con Giappone. Taccuini dal mondo fluttuante, il suo percorso torna invece a confrontarsi con una cultura studiata e osservata per anni. A Racconigi, quel viaggio esce dalle pagine del libro e diventa esperienza espositiva. Il pubblico non incontra soltanto il Giappone di Faravelli, ma il modo in cui quel Giappone è stato costruito sulla pagina: attraverso il gesto della mano, la scelta di un dettaglio, una parola annotata ai margini, una macchia di colore.
INFORMAZIONI
Castello di Racconigi, via Francesco Morosini 3, Racconigi (CN)
Specchi del Giappone. Stefano Faravelli al Castello di Racconigi
13 settembre – 1 novembre 2026
Informazioni: drm-pie.racconigi@cultura.gov.it
Biglietti online su www.museiitaliani.it e tramite app Musei Italiani.








