Dal 23 settembre al 28 novembre 2026, a Roma, la Fondazione Pastificio Cerere ospita la mostra dedicata al progetto di Eugenio Tibaldi nato all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia. Un percorso che mette al centro arte, partecipazione e trasformazione.
Una fenice può essere molte cose: un simbolo antico, un’immagine di rinascita, una metafora della trasformazione. Nel progetto BENU, ideato dall’artista Eugenio Tibaldi, diventa soprattutto uno strumento per costruire un dialogo tra mondi apparentemente lontani. Quello del carcere e quello della città, l’esperienza individuale e quella collettiva, la condizione della detenzione e la possibilità di immaginare un nuovo inizio. È proprio questa esperienza a essere al centro della mostra che dal 23 settembre al 28 novembre 2026 sarà ospitata dalla Fondazione Pastificio Cerere di Roma. L’esposizione, curata da Marcello Smarrelli, è promossa dalla Fondazione Pastificio Cerere e dalla Fondazione Severino, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, e nasce per restituire al pubblico il percorso che ha portato alla realizzazione di BENU all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia.

Il progetto ha preso forma attraverso un processo di co-progettazione nel quale le donne detenute hanno partecipato direttamente ai laboratori e alla definizione dell’immaginario dell’opera. L’arte, in questo caso, non è stata soltanto il risultato finale, ma il mezzo attraverso cui creare occasioni di confronto, espressione e partecipazione. Il percorso ha condotto alla realizzazione di una grande opera site-specific permanente, inaugurata a Rebibbia in occasione del Giubileo 2025 alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La mostra romana ne racconta oggi la genesi e gli sviluppi, trasformando gli spazi del Pastificio Cerere in una sorta di archivio visivo e creativo del progetto.

Dalla fenice egizia a Rebibbia
Il nome BENU affonda le proprie radici nella mitologia dell’antico Egitto. Il Benu era una creatura sacra associata al dio Ra, successivamente assimilata all’immagine della fenice: un essere legato al sole, alla ciclicità e alla rinascita. Nel lavoro di Tibaldi questo riferimento diventa una figura aperta, capace di assumere significati differenti a seconda del contesto. Le due fenici realizzate a Rebibbia non rappresentano soltanto un’immagine simbolica, ma costituiscono il punto di arrivo di un processo nel quale le idee delle partecipanti sono entrate progressivamente nella costruzione dell’opera. C’è inoltre un elemento concreto che rende il progetto particolarmente significativo: le sculture luminose installate nel carcere continuano a dipendere dall’impegno delle donne detenute, chiamate a produrre l’energia necessaria ad alimentarle. Il gesto artistico, dunque, non si esaurisce nell’inaugurazione dell’opera, ma continua nel tempo attraverso una pratica condivisa. Per il curatore Marcello Smarrelli, le due fenici diventano così immagini di speranza e trasformazione, ma anche un ponte tra il luogo della detenzione e la società esterna. La mostra cerca di trasferire questo stesso principio negli ambienti della Fondazione Pastificio Cerere, facendo emergere non soltanto le opere concluse, ma anche le fasi, le relazioni e le idee che le hanno generate.

Una mostra costruita come una mappa
Il progetto espositivo non segue unicamente la logica della tradizionale mostra d’arte. Disegni, documenti, fotografie, dipinti, installazioni e video sono presentati come parti di una narrazione più ampia, una mappa attraverso cui ricostruire la nascita di BENU. Una sezione è dedicata agli elaborati prodotti dalle donne durante i laboratori. Accanto a questi materiali sono esposti i dipinti realizzati da Tibaldi nel corso del processo di ricerca e confronto con le partecipanti. Sono lavori che documentano una progressiva elaborazione dell’immaginario del progetto, fino ad arrivare alle opere definitive.

A un anno dalla realizzazione dell’installazione di Rebibbia, l’esposizione presenta inoltre nuove opere nate da quella esperienza. BENU diventa così un progetto in espansione, capace di generare ulteriori interpretazioni anche al di fuori del contesto nel quale è nato. Tra gli elementi più spettacolari della mostra c’è una grande installazione diffusa realizzata da Tibaldi insieme agli studenti e alle studentesse della Masterclass della RUFA – Rome University of Fine Arts. Sono oltre mille le fenici di carta che invadono gli ambienti della Fondazione, tutte differenti tra loro. Le sagome, realizzate attraverso il taglio della carta e applicate su pareti, pavimenti e soffitti, nascono da una riflessione collettiva sul significato della fenice nelle diverse culture di provenienza dei partecipanti. Il risultato mette in relazione un simbolo antichissimo con le esperienze e le sensibilità del presente, interrogandosi sulla sua capacità di continuare a rappresentare trasformazione, rinascita e cambiamento.

Dal carcere allo spazio pubblico
L’immaginario di BENU non rimane confinato all’interno del Pastificio Cerere. Tra gli sviluppi del progetto c’è anche una bandiera realizzata dall’organizzazione non profit torinese Progetto Abito, utilizzando tessuti donati e materiali di recupero. Nata dal dialogo con Tibaldi, la bandiera è diventata un elemento identitario per le persone che hanno dato vita e animano il progetto, sintetizzandone alcuni dei valori fondamentali: inclusione, sostenibilità e partecipazione.
Un’altra diramazione della ricerca riguarda il tatuaggio. La mostra presenta una fotografia dell’avambraccio di Barbara Sales, attivista impegnata nella tutela dei levrieri rescue, che ha scelto di portare sulla propria pelle l’immagine di BENU. Il tatuaggio è stato realizzato dal tatuatore Fabrizio, noto come novemberokbranch.
Accanto alla fotografia è proposta una raccolta di centinaia di immagini di tatuaggi raffiguranti fenici, reperite online. Un insieme eterogeneo che mostra quanto questo simbolo sia diffuso e continuamente reinterpretato, entrando nella dimensione personale di chi decide di trasformarlo in un segno permanente sul proprio corpo. Anche la città di Roma sarà coinvolta. Grazie al sostegno di APA – Agenzia Pubblicità Affissioni, alcune immagini realizzate da Tibaldi saranno protagoniste di una campagna di affissioni cartacee e digitali distribuita nello spazio urbano. A queste immagini sarà associata una poesia scritta da una delle detenute durante il percorso laboratoriale.

Il prototipo e il racconto video
Nel percorso espositivo trova posto anche il prototipo di BENU, una versione in scala ridotta della scultura luminosa che ha preceduto le installazioni permanenti di Rebibbia. È il modello sperimentale dal quale il progetto ha progressivamente preso forma. La documentazione viene completata da un lavoro video realizzato da Eugenio Tibaldi insieme a Lorenzo Morandi e prodotto da TIMO. Il filmato nasce dall’esperienza diretta della costruzione del progetto e assume una funzione che va oltre la semplice documentazione: diventa un ulteriore strumento di ricerca e di narrazione.

Un progetto che diventa anche un libro
Alla mostra si affianca un volume pubblicato da Magonza, pensato come ulteriore testimonianza della genesi e degli sviluppi di BENU. Il libro raccoglie contributi del curatore Marcello Smarrelli, di Simone Ciglia e del cardinale José Tolentino de Mendonça e comprende interventi istituzionali, oltre a un ampio apparato fotografico dedicato sia alla realizzazione delle opere a Rebibbia sia alla mostra al Pastificio Cerere. L’edizione, realizzata insieme a Tibaldi in italiano e inglese, utilizza una veste grafica e tipografica sperimentale e diventa, nelle intenzioni del progetto, una nuova tappa del percorso artistico.








