A Lugano una mostra rilegge l’opera dell’artista attraverso una frase che ne riassume la poetica: «Io sono un pittore». Oltre 35 opere raccontano una ricerca fatta di ferro, carbone, juta, fuoco, oggetti e memoria
C’è una frase che Jannis Kounellis ha ripetuto più volte nel corso della sua vita: «Io sono un pittore». Detta da un artista che ha progressivamente abbandonato la tela tradizionale per lavorare con ferro, carbone, sacchi di juta, lana, fuoco, oggetti e odori, potrebbe sembrare una provocazione. In realtà è una delle chiavi più efficaci per entrare nella sua opera. È da qui che parte “Jannis Kounellis: Io sono un pittore”, la mostra che la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati di Lugano dedica all’artista greco naturalizzato italiano, nato al Pireo nel 1936 e morto a Roma nel 2017. Curata da Vincenzo de Bellis, in collaborazione con l’Archivio Kounellis di Roma, l’esposizione è aperta dal 20 settembre 2026 al 17 gennaio 2027 e riunisce più di 35 opere realizzate tra la fine degli anni Cinquanta e il 2014.

Il punto di vista scelto è preciso: tornare alla pittura per guardare Kounellis oltre l’etichetta di protagonista dell’Arte Povera. Una definizione storicamente inevitabile, ma che rischia di mettere in secondo piano una domanda che accompagna tutta la sua ricerca: che cosa può essere la pittura quando smette di coincidere con una tela e con un’immagine? Per Kounellis la risposta è stata nei materiali e nello spazio. Ha dipinto con il ferro e con il carbone, con la juta e con la lana, con il fuoco e con il fumo. Ha trasformato oggetti comuni in presenze capaci di evocare un mondo, una storia, una persona. La pittura, insomma, non è scomparsa: si è spostata.
Una mostra costruita per temi
Il percorso della Collezione Olgiati non segue l’ordine cronologico degli anni e delle opere. Le oltre 35 presenze sono organizzate attorno a quattro temi: la pittura come linguaggio, come materia e peso, come memoria e silenzio, come scena e icona. È una scelta che permette di accostare lavori lontani nel tempo e di mostrare quanto alcuni motivi siano rimasti costanti nell’opera di Kounellis.

All’inizio c’è il rapporto con il linguaggio. Lettere, numeri, insegne e fiori diventano segni di un alfabeto personale. Un grande quadrato nero dipinto direttamente sulla parete richiama il celebre Quadrato nero di Kazimir Malevič e lo mette in relazione con opere del 1958 nelle quali compaiono la parola «Tabacchi» e alcuni numeri. Da una parte l’astrazione radicale dell’avanguardia russa, dall’altra la quotidianità della strada romana. È già presente, in questa fase, una delle caratteristiche fondamentali di Kounellis: la capacità di far convivere la storia dell’arte e la vita quotidiana senza scegliere tra le due. Anche le rose appartengono a questo universo di segni. Alla Collezione Olgiati arrivano quattro opere della serie, tra cui la monumentale Rosa rossa del 1966-1967 e una rara Rosa nera su carta con fondo spray argentato del 1966, qui presentata per la prima volta. Il fiore non è soltanto un soggetto: diventa una forma elementare, quasi una parola della pittura.

Quando la materia prende il posto dell’immagine
Poi arrivano i materiali. Ferro, piombo, carbone, juta, lana. Sono loro a occupare lo spazio e a dare peso all’opera. In un lavoro del 2005, un gruppo di cactus è racchiuso da rotoli di piombo. La materia organica incontra quella industriale e il contrasto produce una tensione immediata. In altre opere sono i sacchi di juta a sporgere dalla superficie della tela, come se la realtà avesse improvvisamente preso il sopravvento sull’immagine. È uno dei passaggi decisivi della ricerca di Kounellis. Il quadro non deve più rappresentare qualcosa: può essere direttamente qualcosa. Il materiale porta con sé il proprio significato, ma anche il proprio peso, la propria storia, la propria fisicità. Per questo davanti alle sue opere lo spettatore non è chiamato soltanto a guardare. Deve percepire la presenza delle cose.

La memoria di Van Gogh e il viaggio
La dimensione della memoria emerge con particolare forza nel grande Senza titolo (Omaggio a Van Gogh) del 1991. L’opera, raramente esposta, è composta da una lunga sequenza di lastre di ferro che percorre un corridoio di dodici metri. Le dimensioni delle lastre riprendono quelle dei dipinti di Van Gogh, ma sulla superficie non compare nessuna citazione diretta del pittore olandese. Kounellis conserva soltanto la struttura, le proporzioni, quasi il fantasma di quei quadri. È un omaggio che passa attraverso l’assenza.
Il riferimento a Van Gogh è parte di un confronto più ampio con la storia della pittura. Malevič, Mondrian, James Ensor e Hans Arp sono alcuni degli artisti con cui Kounellis stabilisce un dialogo nel corso della sua carriera. La tradizione non viene cancellata: viene attraversata e trasformata. Anche il giallo, che ricorre in alcune opere, porta con sé una memoria precisa: quella del colore di Van Gogh, ma anche quella dell’oro delle icone bizantine. E poi c’è la barca, immagine ricorrente nella sua opera. È il simbolo di un viaggio, ma anche dell’esodo e dello spostamento. Per Kounellis, che dalla Grecia arrivò in Italia, il tema della migrazione appartiene anche alla propria esperienza personale e alla memoria di una generazione.

Un autoritratto senza volto
Tra le opere della sezione dedicata alla scena e all’icona c’è un lavoro del 2007 costruito intorno a pochi oggetti: un cappotto appoggiato su una sedia sospesa, un cappello e un paio di scarpe. Non c’è nessuna figura umana, eppure la presenza di qualcuno sembra inevitabile. Gli oggetti diventano il ritratto di una persona che non vediamo più. È una delle modalità con cui Kounellis affronta il tema dell’assenza: non mostrando il corpo, ma lasciandone una traccia. In questa parte della mostra lo spazio diventa sempre più importante. Le opere non sono semplicemente appese alle pareti: occupano l’ambiente, lo modificano, coinvolgono fisicamente chi le attraversa.
La conclusione del percorso è affidata a un’installazione del 1988. Centinaia di bicchieri contenenti grappa sono accompagnati da forme in piombo ispirate alle figure di Hans Arp. Qui entra in gioco anche l’olfatto: l’odore della grappa arriva al visitatore prima ancora che abbia terminato di osservare l’opera. È un gesto tipicamente kounelliano. La pittura non è più soltanto qualcosa che si guarda. Coinvolge il corpo, il tempo, la memoria e persino l’odore.
Alla mostra è accompagnato un catalogo bilingue italiano-inglese pubblicato da Mousse Publishing, con contributi di Giancarlo e Danna Olgiati, Vincenzo de Bellis e Bruno Corà, oltre alle schede delle opere e agli apparati biografici e bibliografici.









