Dal 9 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027, Palazzo delle Esposizioni a Roma ospita per la prima volta in Italia l’intera serie In the American West, 1979–1984: 110 ritratti che raccontano il volto meno celebrato degli Stati Uniti attraverso lo sguardo di uno dei più grandi fotografi del Novecento.
C’è un’America che non compare sulle copertine delle riviste patinate, lontana dai riflettori di Hollywood e dalle immagini rassicuranti del sogno americano. È quella che Richard Avedon ha scelto di raccontare con In the American West, il progetto fotografico realizzato tra il 1979 e il 1984 che ha segnato una svolta nella storia del ritratto contemporaneo. Nell’essenzialità di quest’America, nella capacità di trasformare un incontro fotografico in una riflessione più ampia sull’America e sulla condizione umana, risiede la forza ancora attuale del lavoro di Avedon. A questa straordinaria ricerca Palazzo Esposizioni Roma dedica una mostra che riunisce, per la prima volta in Italia, tutti i 110 ritratti della serie, offrendo al pubblico l’occasione di confrontarsi direttamente con uno dei lavori più intensi e discussi del fotografo statunitense.
L’esposizione è curata da Clément Chéroux, direttore della Fondation Henri Cartier-Bresson. Le fotografie provengono dalla Richard Avedon Foundation e sono accompagnate da documenti d’archivio che permettono di approfondire la genesi e lo sviluppo di un progetto durato cinque anni, culminato nella pubblicazione del volume In the American West nel 1985.

Un viaggio attraverso l’America meno conosciuta
Quando cominciò a lavorare a questa serie, Richard Avedon era già una figura affermata della fotografia internazionale. Il suo nome era legato soprattutto alla fotografia di moda, grazie alle collaborazioni con testate come Harper’s Bazaar e Vogue, ma anche a una lunga attività nel campo del ritratto, attraverso cui aveva immortalato artisti, intellettuali e protagonisti della vita pubblica. Con In the American West, il fotografo decise di allontanarsi da quell’universo per rivolgere la propria attenzione a persone estranee alla celebrità, incontrate nei luoghi di lavoro e negli spazi marginali della società americana.
L’idea nacque nel 1978, durante un soggiorno in Montana. Nel corso della convalescenza, Avedon fotografò Wilbur Powell, responsabile di un ranch. L’immagine attirò l’interesse di Mitchell A. Wilder, allora direttore dell’Amon Carter Museum di Fort Worth, che gli propose di sviluppare un progetto dedicato agli abitanti del West. La ricerca prese ufficialmente avvio nel marzo del 1979 e si concluse nell’ottobre del 1984. Durante questo periodo Avedon attraversò ventuno Stati, incontrando persone appartenenti a mondi professionali e sociali molto diversi. Camionisti, allevatori, minatori, operai, agricoltori e lavoratori precari entrarono nel suo obiettivo in aree di servizio, mercati del bestiame, fiere, rodei, mattatoi e insediamenti minerari. In totale furono oltre mille le persone fotografate, anche se soltanto una parte dei ritratti confluì nella selezione definitiva. Il risultato è una galleria di volti che restituisce la complessità di un Paese attraverso le esperienze dei suoi abitanti. Non sono personaggi scelti per rappresentare un ideale di successo o un modello sociale, ma individui colti nella loro presenza fisica, con le tracce della fatica, del tempo e delle proprie esperienze visibili nei lineamenti e negli sguardi.
Il ritratto come incontro tra realtà e costruzione
L’elemento che rende immediatamente riconoscibili le fotografie di In the American West è la scelta di eliminare quasi ogni riferimento all’ambiente circostante. Davanti ai soggetti, Avedon disponeva un grande fondale bianco, collocato all’aperto in una zona d’ombra. La luce naturale, una macchina fotografica di grande formato e la frontalità della posa erano gli strumenti essenziali di una pratica apparentemente priva di artifici. Senza paesaggi, oggetti o altri elementi capaci di suggerire un contesto narrativo, l’attenzione si concentra interamente sulla persona. Gli abiti, le mani, la postura, le espressioni e le imperfezioni della pelle acquistano un rilievo particolare. Ogni dettaglio contribuisce a definire una presenza individuale, senza che il fotografo debba ricorrere a una storia esplicita o a una descrizione ambientale.
Questa apparente immediatezza nasconde, tuttavia, un processo di lavoro articolato. Avedon non si limitava a registrare ciò che aveva davanti: instaurava una relazione con chi posava, interveniva sulla postura e osservava le reazioni che emergevano durante la sessione. Il ritratto prendeva forma attraverso un confronto nel quale la personalità del soggetto e le scelte del fotografo si influenzavano reciprocamente. La questione della verità fotografica attraversa così l’intera serie. Per Avedon, la fotografia non coincide necessariamente con una riproduzione neutrale del reale. Anche un’immagine apparentemente spontanea è il risultato di decisioni, relazioni e scelte formali. La sua ricerca mette in discussione proprio la convinzione che una fotografia possa restituire una verità assoluta e incontestabile sulla persona rappresentata.
Il West oltre il mito
Realizzata in un periodo segnato da difficoltà economiche, trasformazioni industriali e cambiamenti nel mondo del lavoro, la serie offre anche una lettura della società americana alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta. Mentre l’immaginario collettivo continuava a celebrare il benessere e le possibilità individuali, Avedon si confrontava con una realtà fatta di occupazioni faticose, precarietà e condizioni di vita spesso lontane dai modelli dominanti. Il West che emerge dalle sue fotografie non è quello spettacolare dei grandi paesaggi o delle narrazioni epiche della frontiera. È un territorio umano, composto da persone che raramente avevano avuto accesso alla rappresentazione pubblica. Il fotografo non cerca di trasformarle in eroi né di ridurle a simboli di una condizione sociale. Le mette al centro dell’immagine, lasciando che siano la loro presenza e la loro individualità a confrontarsi con lo spettatore.
Tra i ritratti che compongono la serie figurano la giovane Sandra Bennett, fotografata in Colorado nel 1980, il minatore David Beason, immortalato a Denver nel 1981, e Petra Alvarado, operaia ritratta a El Paso nel giorno del suo compleanno, nel 1982. Ci sono inoltre un gruppo di minatori del Wyoming, un allevatore appartenente a una comunità hutterita del Montana e Boyd Fortin, tredicenne impegnato nella scuoiatura dei serpenti a sonagli in Texas. Le didascalie che accompagnano le immagini riportano il nome dei soggetti, la loro professione o attività, insieme al luogo e alla data dello scatto. Queste informazioni ancorano i ritratti a circostanze precise, senza esaurire il significato delle immagini: ciascuna fotografia conserva infatti un margine di ambiguità, lasciando aperta la possibilità di interpretazioni diverse.
Ronald Fischer e il confine tra artificio e autenticità
Tra le fotografie più celebri della serie spicca quella di Ronald Fischer, apicoltore ritratto a Davis, in California, nel maggio del 1981. Il suo volto e il suo corpo sono circondati da uno sciame di api, in una composizione che rende particolarmente evidente il ruolo della preparazione e del controllo nella pratica di Avedon. L’immagine sembra portare al limite il confronto tra ciò che è reale e ciò che viene costruito per la macchina fotografica. La scena è il risultato di una precisa organizzazione, ma l’artificio non cancella la presenza concreta del soggetto né la tensione del momento. Al contrario, diventa uno strumento attraverso cui il fotografo esplora nuove possibilità espressive.
Il ritratto di Fischer chiarisce così uno dei principi centrali del progetto: la ricerca di autenticità non richiede necessariamente l’assenza di costruzione. Può emergere anche da una situazione attentamente predisposta, nella quale il fotografo mette alla prova la propria capacità di osservare e interpretare la persona che ha davanti.
Gli archivi raccontano il lavoro dietro le immagini
Accanto alle 110 fotografie, la mostra presenta una selezione di materiali provenienti dall’archivio della Richard Avedon Foundation. Appunti autografi, Polaroid utilizzate durante il lavoro e documenti relativi alle persone fotografate consentono di entrare nel laboratorio creativo del fotografo.
Particolarmente significativi sono i fascicoli individuali che Avedon raccoglieva durante il progetto, comprendenti anche la corrispondenza con alcuni dei suoi soggetti. Questi materiali restituiscono una dimensione meno conosciuta del lavoro, mostrando come la serie non sia nata da una semplice successione di incontri occasionali, ma da un impegno prolungato, fatto di osservazione, selezione e confronto.
L’esposizione permette inoltre di vedere le stampe impiegate per la preparazione del libro pubblicato nel 1985 da Harry N. Abrams. La scelta di presentare proprio queste fotografie avvicina il percorso espositivo alla configurazione editoriale originaria, offrendo una prospettiva privilegiata sul modo in cui Avedon concepì e organizzò il progetto.
Una serie destinata a cambiare la storia del ritratto
Quando In the American West venne presentata per la prima volta nel 1985 all’Amon Carter Museum di Fort Worth, suscitò reazioni contrastanti. La rappresentazione degli abitanti del West proposta da Avedon fu giudicata da alcuni come una lettura provocatoria e problematica dell’identità americana. Il suo sguardo, distante dalle convenzioni celebrative, metteva in discussione le immagini attraverso cui il Paese era abituato a riconoscersi.
Con il passare del tempo, il progetto è diventato uno dei riferimenti fondamentali della fotografia del secondo Novecento. La forza della serie risiede nella capacità di tenere insieme due dimensioni: da una parte la singolarità irriducibile delle persone ritratte, dall’altra la possibilità di leggere attraverso quei volti le trasformazioni di un’intera società.
La tappa romana si inserisce nel percorso internazionale della mostra, già presentata alla Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi nel 2025 e alla Fundación Mapfre di Madrid nel 2026. Per Palazzo Esposizioni rappresenta anche una nuova occasione per approfondire la fotografia come linguaggio artistico e strumento di indagine sociale, in continuità con le esposizioni dedicate negli ultimi anni a figure come Don McCullin, Boris Mikhailov, Mario Giacomelli, Roger Ballen, Albert Watson e Lorenzo Meloni.
Informazioni Palazzo Esposizioni Roma Via Nazionale 194, Roma www.palazzoesposizioniroma.it Facebook: @PalazzoEsposizioni | Instagram: @palazzoesposizioni | Twitter: @Esposizioni
ORARI
Dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 20.00, lunedì chiuso.
L’ingresso è consentito fino a un’ora prima della chiusura.
BIGLIETTI
Dal 9 ottobre al 1° novembre 2026:
Intero € 12,00 – ridotto dai 19 ai 26 anni e over 65 € 10,00 – ragazzi dai 7 ai 18 anni € 7,00.
Ingresso gratuito per i bambini fino a 6 anni.
Dal 3 novembre 2026 al 31 gennaio 2027 (mostre Richard Avedon. In the American West, 1979 – 1984 – Fireworks. Ileana Sonnabend e il boom dell’arte contemporanea – dal 17 novembre 2026 Amelia Rosselli, Improvvisi):
Intero € 15,00 – ridotto dai 19 ai 26 anni e over 65 € 12,00 – ragazzi dai 7 ai 18 anni € 7,00.
Ingresso gratuito per i bambini fino a 6 anni. Il biglietto è valido per tutte le mostre in corso.
Primo mercoledì del mese: ingresso gratuito per gli under 30 (dalle ore 14.00 a chiusura).
ACCESSIBILITÀ
Palazzo Esposizioni Roma è accessibile alle persone con ridotta capacità motoria
o sensoriale da tre ingressi privi di barriere architettoniche.








