Nel centenario della nascita, nella sezione Collaterali, il Premio Sulmona – 17 ottobre > 8 novembre 2026 – celebra Tito Amodei (1926–2018) con una selezione di opere e di immagini che attraversano l’intero percorso di ricerca e di impegno dell’artista isernino. Dopo Roma e L’Aquila, anche l’evento di Sulmona sarà accompagnato dal volume – curato da Sandra Leone e Alessandra Scerrato – “Tito 100 anni attraverso la forma” che trova il suo punto di forza – oltre che negli scatti di Stefano Fontebasso De Martino – in una attenta raccolta dei testi critici che hanno avuto per oggetto l’evoluzione e gli esiti della ricerca formale di Amodei sin dagli anni Sessanta del secolo scorso.

Ferdinando “Tito” Amodei – frate passionista e scultore – scegliendo un terreno tutt’altro che semplice, ha avuto il merito di aver contribuito a inserire la sostanza della ricerca spirituale all’interno dei linguaggi delle avanguardie che hanno attraversato il Novecento. Allievo di Primo Conti – esponente del Futurismo – negli anni dell’Accademia di Belle Arti, a Firenze, conoscerà anche Ottone Rosai e Giuseppe Viviani. Le riflessioni maturate da Tito negli anni fiorentini, in una stagione artistica che, dopo la fiammata delle avanguardie storiche, tornava ad indagare la realtà, nutriranno quell’insoddisfazione che Amodei finirà con il riversare all’interno della sua personalissima ricerca che fino agli inizi degli anni Sessanta sarà prevalentemente pittorica. Nel 1962, Amodei cura, pubblicato da De Luca Editori d’Arte, “50 Artisti per la Passione“. Questo lavoro di studio e di catalogazione consente a Tito di indagare l’iconografia della Passione di Cristo nell’arte contemporanea italiana. È qui che la fatica curatoriale cede all’artista, come necessità espressiva, il superamento dei canoni della tradizionale arte sacra devozionale. Dallo studio sarà tratto anche un documentario a colori ammesso alla Biennale di Venezia del 1964, alla Mostra del Documentario d’arte. Per Amodei, la svolta plastica avviene tra il 1960 e il 1964 con il Grande Nudo, prima scultura ricavata da un tronco di olmo recuperato dall’artista a Porto Ercole sulla spiaggia della Feniglia. La genesi di quest’opera fu descritta da Giorgio Saviane nel catalogo della mostra personale di Tito alla Galleria Viotti di Torino nel 1964. In seguito, sarà quello stesso torso antropomorfo scolpito da Amodei a ispirare Saviane per il titolo del volume La donna di legno (1979) edito da Rizzoli. La Quadriennale di Roma, per scongiurare lo scandalo – “un nudo di donna scolpito da un frate” – non accoglierà l’opera che, invece, nella produzione dell’artista si rivelerà fondamentale nel confermare il legno come medium d’elezione. Le venature della materia e i tagli netti dei colpi d’ascia già consentono all’artista – in opere chiaramente figurative – di raggiungere, attraverso una progressiva semplificazione del segno, la massima tensione delle forme. Da questa indagine, sia dipinte che scolpite o fuse in bronzo, nascono, risolte attraverso stringenti incastri volumetrici, le Pietà e le Deposizioni. Qui la materia, agita da potente tensione primitiva, evolve in chiari esiti espressionisti. Tito, nel 1965, con l’inserimento nei cataloghi “Scultura Italiana Contemporanea” curati da Gabriele Mandel e l’anno successivo, con un testo di Luigi Servolini, in “Arte Contemporanea Italiana”, troverà attenzione anche all’estero riuscendo a moltiplicare la propria attività espositiva. Una delle sue Pietà di quegli anni, in bronzo, troverà collocazione anche nella Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei Vaticani.

Nel 1976, a Roma, la Sala 1 – Centro di Sperimentazione Artistica voluto da Amodei nel complesso del Santuario della Scala Santa, lo stesso che ospita la Comunità Passionista – accoglie, proprio accanto allo studio dello scultore, la personale “Tito – Le sculture”. L’evento espositivo, registrando l’evoluzione del percorso artistico, sembra già poter prevedere le scelte espressive che caratterizzeranno il decennio seguente. Qui, nelle composizioni in legno e bronzo, Tito inscrive alcuni elementi dal forte carico simbolico all’interno delle nuove geometrie che cert’altri elementi scultorei vanno assumendo. La fruizione dell’opera, necessariamente, non è affidata ad un punto di vista privilegiato ma, dialogando con la luce, reagisce ai movimenti dell’osservatore. L’evoluzione monumentale e geometrica di questo linguaggio troverà, nella folta ripetizione ritmica degli elementi lignei, un nodo fondamentale nella proposta di una scultura che lascia evolvere “l’ordito strutturale” del segno in architettura. Sarà questo tipo di produzione a caratterizzare le scelte compositive di Tito sino agli anni Novanta.

Nel 1987, ancora negli spazi della Sala 1, per la presentazione dell’opera monumentale La Grande Scultura, sarà Filiberto Menna a storicizzare la maturità dell’artista. Nell’opera, una base circolare accoglie, secondo una scansione regolare, centotrentasei aste di legno alte quattro metri. La Grande Scultura di Tito Amodei si presenta come un intervento nello spazio fondato sull’estrema semplificazione compositiva, “una riduzione linguistica – scriverà Menna nel catalogo – spinta sin quasi all’azzeramento” che, potentissima, afferma l’arcaico dominio della manualità e le “ragioni intrinseche della materia”. L’intervento di semplificazione costruito su precisi rapporti geometrico-spaziali sarà utile a Tito nell’elaborazione del successivo ciclo dei Semi della Forma dove la scultura di Amodei, nonostante il vincolo della materia e della tattilità, arriverà a comprendere il principio della Forma che precede il tutto. L’ossessione di “tradurre il tormento in una forma che lo plachi”, ha permesso a Tito negli anni della sua decennale ricerca, di collegare la fede, all’astrazione e alla modernità proteggendo ed emancipando l’arte perché l’arte, in fondo, non ha bisogno di “aggettivi che la qualifichino”.
Generoso Bruno








