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Tito Amodei, cento anni tra spirito e materia: il Premio Sulmona celebra la sua ricerca artistica

7 min di lettura

TITO -Tito Amodei che lavora a LA GRANDE SCULTURA 1986-87

Dal 17 ottobre all’8 novembre 2026, una mostra nella sezione Collaterali ripercorre il cammino dello scultore e religioso passionista, protagonista di un dialogo originale tra fede, avanguardia e sperimentazione formale. A completare l’omaggio, il volume Tito 100 anni attraverso la forma.

Il rapporto tra spiritualità e arte contemporanea, tra la profondità della fede e la libertà della materia, è il filo conduttore dell’omaggio che il Premio Sulmona dedica a Tito Amodei nel centenario della sua nascita. L’artista, nato nel 1926 e scomparso nel 2018, sarà protagonista della sezione Collaterali della manifestazione, in programma dal 17 ottobre all’8 novembre 2026, attraverso una selezione di opere e immagini che restituisce la complessità di un percorso sviluppato nell’arco di oltre mezzo secolo.

TITO – MAGNIFICAT, 2008. Ph. Stefano Fontebasso de Martino, Roma

Frate passionista, pittore e scultore, Amodei ha attraversato le trasformazioni dell’arte del Novecento senza rinunciare alla propria identità spirituale. La sua ricerca si è progressivamente allontanata dai modelli tradizionali della rappresentazione religiosa per esplorare nuove possibilità espressive, affidando al legno, al bronzo e alle strutture geometriche il compito di dare forma a una tensione interiore. Un itinerario nel quale la dimensione sacra non rimane confinata nei soggetti, ma si manifesta nella stessa costruzione dell’opera.

Dalla formazione fiorentina alla ricerca di un linguaggio personale

Gli anni della formazione all’Accademia di Belle Arti di Firenze rappresentano una tappa decisiva per Amodei. Allievo di Primo Conti, figura legata al Futurismo, entra in contatto anche con personalità come Ottone Rosai e Giuseppe Viviani. È una stagione nella quale l’eredità delle avanguardie storiche convive con il ritorno all’osservazione della realtà, offrendo al giovane artista stimoli destinati a sedimentare nel tempo.

Fino ai primi anni Sessanta, la pittura costituisce il principale terreno della sua attività. Ma l’esigenza di superare le forme espressive consolidate si fa progressivamente più forte, fino a coinvolgere anche il modo di affrontare l’iconografia cristiana. Nel 1962 Amodei cura il volume 50 Artisti per la Passione, pubblicato da De Luca Editori d’Arte, un lavoro di ricognizione dedicato alle interpretazioni della Passione di Cristo nell’arte italiana contemporanea. L’esperienza di studio e catalogazione si trasforma in un’occasione per interrogarsi sul significato stesso dell’arte sacra: non più soltanto illustrazione devozionale, ma ricerca capace di misurarsi con il presente e con le inquietudini dell’uomo moderno. Dal progetto nasce anche un documentario a colori, ammesso alla Mostra del Documentario d’arte della Biennale di Venezia del 1964. È il segno di un interesse che supera i confini della produzione artistica individuale e si estende alla riflessione critica e alla divulgazione.

Tito-Euclidea-1990-legno-cm-190x190x100-Foto-Stefano-Fontebasso-de-Martino-Roma

Il legno come materia viva

Tra il 1960 e il 1964 prende forma la svolta che orienterà in modo determinante il lavoro di Amodei: il passaggio alla scultura. Un momento emblematico è rappresentato dal Grande Nudo, realizzato a partire da un tronco di olmo recuperato sulla spiaggia della Feniglia, a Porto Ercole. L’opera segna una scelta tanto significativa sul piano artistico quanto problematica rispetto alle convenzioni dell’epoca. La sua mancata accoglienza alla Quadriennale di Roma, legata alla difficoltà di conciliare l’immagine di un nudo femminile scolpito con l’identità religiosa dell’autore, mette in evidenza il carattere di rottura della ricerca di Amodei. Proprio questa scultura, tuttavia, contribuirà a consolidare il legno come materiale privilegiato del suo lavoro.

Nelle venature, nelle irregolarità e nei segni lasciati dall’ascia, l’artista individua una possibilità espressiva che non richiede alla materia di nascondere la propria natura. Al contrario, è la resistenza del legno a diventare parte integrante del linguaggio plastico. La figura umana, inizialmente ancora riconoscibile, viene progressivamente semplificata, fino a raggiungere una concentrazione formale nella quale ogni taglio e ogni volume assumono un’intensità particolare.

Da questa ricerca prendono corpo opere dedicate alla Pietà e alla Deposizione, realizzate attraverso differenti tecniche, dalla scultura lignea alla fusione in bronzo. Il tema religioso viene affrontato senza indulgere nella rappresentazione convenzionale del dolore: la sofferenza emerge piuttosto dalla tensione dei corpi, dall’incastro delle masse e dalla forza quasi primordiale della materia. La produzione di Amodei comincia così a trovare spazio anche nel panorama critico nazionale e internazionale. Nel 1965 il suo lavoro compare nel repertorio Scultura Italiana Contemporanea, curato da Gabriele Mandel; l’anno successivo viene incluso in Arte Contemporanea Italiana, accompagnato da un testo di Luigi Servolini. Una delle Pietà in bronzo realizzate in quegli anni entra inoltre nella Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei Vaticani.

La scultura conquista lo spazio

Nel corso degli anni Settanta, la ricerca di Amodei si orienta verso una progressiva trasformazione delle forme. Il rapporto con la figura lascia spazio a composizioni nelle quali il legno e il bronzo vengono organizzati secondo strutture più essenziali, capaci di mettere in relazione volumi, vuoti e luce.

Un momento importante di questo passaggio è la mostra Tito – Le sculture, allestita nel 1976 negli spazi della Sala 1 – Centro di Sperimentazione Artistica, fondato dall’artista nel complesso romano della Scala Santa, sede della comunità passionista. La vicinanza tra luogo di lavoro, spazio espositivo e ambiente religioso restituisce anche fisicamente la continuità tra le diverse dimensioni della sua esperienza. Le opere presentate mostrano un linguaggio in evoluzione, nel quale elementi simbolici vengono integrati in configurazioni geometriche sempre più autonome. La scultura non è più pensata come un oggetto da osservare frontalmente, da una posizione prestabilita: è una presenza che cambia con il movimento dello spettatore e con il mutare della luce.

TITO – Studio dell’artista – IL GRANDE NUDO 1960-64

Negli anni successivi, la ripetizione ritmica degli elementi lignei diventa uno strumento fondamentale. Le strutture si sviluppano nello spazio, acquisiscono un respiro monumentale e suggeriscono un rapporto sempre più stretto tra scultura e architettura. Il segno, liberato da ogni dettaglio superfluo, si trasforma in un principio costruttivo.

La Grande Scultura e il principio della forma

Questa evoluzione trova una delle sue espressioni più significative nel 1987, quando la Sala 1 ospita la presentazione di La Grande Scultura, opera monumentale sulla quale interviene il critico Filiberto Menna.

La composizione si sviluppa a partire da una base circolare, sulla quale sono disposte regolarmente 136 aste di legno alte quattro metri. La ripetizione di un elemento semplice genera un organismo complesso, nel quale la relazione tra pieni, vuoti e distanze assume un ruolo determinante. La forza dell’opera non deriva dalla ricchezza dei dettagli, ma dalla precisione con cui pochi elementi costruiscono una presenza imponente. Menna riconosce in questa scelta una radicale riduzione del linguaggio plastico, spinta quasi fino all’azzeramento. Un processo che non impoverisce la scultura, ma ne mette in evidenza le componenti essenziali: il gesto manuale, le caratteristiche intrinseche del materiale e l’organizzazione dello spazio.

Tito-nello-studio-con-alle-spalle-La-chioma-di-Narciso-del-1990-Foto-Stefano-Fontebasso-de-Martino-Roma

Da questa esperienza si sviluppa il ciclo dei Semi della Forma, nel quale la ricerca di Amodei si spinge verso una dimensione ancora più astratta. La materia conserva il proprio peso e la propria concretezza, ma diventa anche il mezzo per suggerire un principio originario, una possibilità formale che precede la definizione degli oggetti. È una ricerca che non abbandona la dimensione spirituale, ma la traduce in termini sempre più essenziali. La trascendenza non viene rappresentata attraverso simboli immediatamente riconoscibili: affiora, piuttosto, nell’ordine delle strutture, nella misura delle relazioni e nella capacità della materia di suggerire qualcosa che va oltre la sua consistenza fisica.

Un centenario per rileggere un percorso

L’appuntamento del Premio Sulmona si inserisce in un più ampio percorso di valorizzazione della figura di Amodei, già ricordato a Roma e L’Aquila. Alla mostra sarà affiancato il volume Tito 100 anni attraverso la forma, curato da Sandra Leone e Alessandra Scerrato.

La pubblicazione riunisce immagini di Stefano Fontebasso De Martino e una selezione di contributi critici che, a partire dagli anni Sessanta, hanno seguito lo sviluppo della ricerca dell’artista. Non soltanto una documentazione delle opere, dunque, ma uno strumento per ricostruire le questioni che hanno accompagnato il suo lavoro e le diverse interpretazioni maturate intorno alla sua produzione. Il centenario diventa così un’occasione per osservare da una prospettiva complessiva un itinerario che ha attraversato figurazione, espressionismo, astrazione e sperimentazione spaziale. Un percorso nel quale l’identità di religioso non ha impedito ad Amodei di confrontarsi con i linguaggi della modernità, ma ha contribuito a definire le domande da cui la sua arte ha preso forma.

Al centro rimane il tentativo di dare una struttura al tormento interiore, trasformandolo in una forma capace di contenerlo e renderlo visibile. La fede, in questa prospettiva, non costituisce un limite imposto alla ricerca, così come la materia non è un semplice strumento esecutivo. Entrambe diventano elementi di un confronto aperto, nel quale il gesto dell’artista cerca un equilibrio tra concretezza e trascendenza. La lezione di Tito Amodei si misura anche in questa libertà: aver dimostrato che la scultura può parlare di spiritualità senza rinunciare all’autonomia del linguaggio artistico. Perché l’arte, nella sua ricerca, non ha bisogno di essere definita da un’etichetta religiosa o da una categoria stilistica. Le basta trovare, attraverso la materia, una forma capace di interrogare chi la guarda.

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