Martedì 27 Ottobre 2026

Warhol vs Banksy, Castello di Barletta (testata sinistra)

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Sebastião Salgado, a Bassano cinquant’anni di sguardi sul mondo

7 min di lettura

Sebastião Salgado, Spiaggia di Vung Tau, porticciolo di pescatori e località balneare da cui partì la maggior parte dei boat people, Vietnam, 1995. Collection MEP, Paris. Dono di Sebastião Salgado e Lélia Wanick Salgado, 2018. © Sebastião Salgado

Oltre 160 immagini dalla collezione della Maison Européenne de la Photographie di Parigi ripercorrono il lavoro del grande fotografo brasiliano, dai drammi sociali del Novecento alla bellezza degli ecosistemi incontaminati. La mostra inaugura il percorso di Bassano del Grappa verso la Capitale italiana della Cultura 2029.

Le immagini di Sebastião Salgado raccontano il lavoro, la migrazione, la povertà e i conflitti, ma soprattutto invitano a interrogarsi sulla dignità delle persone, sulle disuguaglianze e sul rapporto, sempre più fragile, tra l’uomo e il pianeta. È da questa capacità di tenere insieme testimonianza e riflessione che prende forma la grande esposizione Sebastião Salgado. Fotografie della collezione Maison Européenne de la Photographie, Parigi, aperta al pubblico dal 24 ottobre 2026 al Museo Civico di Bassano del Grappa. Per la prima volta in Italia, più di 160 fotografie provenienti dalle raccolte della prestigiosa istituzione parigina restituiscono un percorso attraverso cinquant’anni di ricerca artistica e di osservazione del mondo.

Sebastião Salgado, Pinguini dal mento nero su un iceberg, Isole Sandwich Australi, 2009. Collection MEP, Paris. Dono di Sebastião Salgado e
Lélia Wanick Salgado, 2018. © Sebastião Salgado

La rassegna non è soltanto un omaggio a uno dei protagonisti della fotografia contemporanea. Il suo arrivo in Veneto assume anche un significato culturale e istituzionale: rappresenta infatti il primo appuntamento ufficiale del cammino di Bassano del Grappa verso la candidatura a Capitale italiana della Cultura 2029. Una scelta che affida proprio alla forza delle immagini, alla loro capacità di attraversare confini geografici e culturali, il compito di aprire una riflessione sul futuro della comunità.

Dalle comunità latinoamericane alle grandi migrazioni

Il percorso espositivo segue lo sviluppo cronologico dell’opera di Salgado e si articola in due grandi nuclei, diversi per soggetto ma legati da una medesima tensione etica: comprendere il mondo attraverso uno sguardo che non separa mai la dimensione individuale da quella collettiva.

La prima parte ripercorre le ricerche dedicate alle trasformazioni sociali ed economiche del pianeta. Fin dagli esordi, il fotografo brasiliano ha scelto di avvicinarsi a territori segnati dalla povertà, dallo sfruttamento e dall’instabilità politica, lavorando a lungo nei luoghi e accanto alle persone che intendeva raccontare.

Con Other Americas (1977-1984), lo sguardo si posa sulle comunità contadine e indigene dell’America Latina. Le immagini, realizzate tra gli altopiani andini e le regioni montuose del Messico, restituiscono la persistenza di tradizioni e forme di vita comunitaria esposte alla pressione del cambiamento. Non sono semplici testimonianze di mondi lontani: attraverso i gesti quotidiani, i volti e i paesaggi, emerge una riflessione più ampia sul rapporto tra identità, territorio e modernità.

La sofferenza umana diventa invece il centro di Sahel: The End of the Road (1984-1985), progetto sviluppato in collaborazione con Medici Senza Frontiere nei campi profughi di Mali, Etiopia, Sudan e Ciad. Siccità, carestie e spostamenti forzati compongono uno scenario di estrema vulnerabilità. Salgado, tuttavia, non riduce i suoi soggetti alla condizione di vittime: nei suoi scatti, anche la resistenza e la capacità di affrontare l’avversità conservano un ruolo fondamentale.

Sebastião Salgado, Brooks Range, Riserva naturale nazionale dell’Artico, Alaska, Stati Uniti, 2009. Collection MEP, Paris.
Dono di Sebastião Salgado e Lélia Wanick Salgado, 2018. © Sebastião Salgado

Tra le tappe più note della sua produzione figura Gold (1986), il reportage realizzato nella gigantesca miniera di Serra Pelada, in Brasile. Migliaia di uomini risalgono e discendono pareti di terra e fango, trasportando sacchi e scavando alla ricerca dell’oro. L’organizzazione quasi vertiginosa delle figure umane nello spazio trasforma il lavoro in una scena di potenza visiva straordinaria, nella quale la promessa della ricchezza convive con la durezza dello sfruttamento.

Con Workers (1986-1993), Salgado estende la sua indagine a ventidue Paesi, seguendo il lavoro manuale nei cantieri, nelle fabbriche, nelle piantagioni e nei luoghi di estrazione. Il risultato è una sorta di atlante della fatica umana, realizzato mentre i processi industriali e tecnologici stavano modificando profondamente attività, competenze e rapporti di produzione. Il lavoro appare qui come esperienza concreta, ma anche come elemento fondante delle identità individuali e delle strutture sociali.

La prima sezione comprende inoltre le immagini del Kuwait del 1991, segnato dagli incendi dei pozzi petroliferi al termine della prima guerra del Golfo, e quelle dei progetti Exodus e Children of the Exodus (1994-1999). Attraverso più di trentacinque Paesi, il fotografo documenta le migrazioni di massa e le conseguenze delle crisi che costringono intere popolazioni ad abbandonare le proprie case.

Nei ritratti dei bambini, la dimensione globale della tragedia si concentra in una successione di volti. Gli sguardi restituiscono storie personali, ma parlano anche di un futuro sottratto alla normalità dell’infanzia. È qui che il linguaggio di Salgado rivela una delle sue caratteristiche più riconoscibili: la capacità di dare forma individuale a fenomeni che, osservati soltanto attraverso numeri e statistiche, rischierebbero di perdere la propria umanità.

Sebastião Salgado, Nomadi in cerca di rifugio, regione del lago Faguibin, Mali, 1985. Collection MEP, Paris. Dono di Sebastião
Salgado e Lélia Wanick Salgado, 2018. © Sebastião Salgado

Genesis, la ricerca di ciò che ancora resiste

Dopo anni trascorsi a confrontarsi con guerre, carestie e ingiustizie, Salgado ha rivolto progressivamente l’attenzione verso un’altra dimensione del mondo: quella dei territori in cui la presenza umana e gli equilibri naturali conservano forme di relazione ancora poco alterate.

Da questa svolta nasce Genesis (2004-2011), progetto realizzato nel corso di trentadue viaggi in alcune delle aree più remote della Terra. La seconda sezione della mostra accompagna il visitatore dall’Antartide alla Kamchatka, dalla Papua Nuova Guinea all’Amazzonia, fino ai grandi parchi del Nord America, attraverso immagini di animali, paesaggi, ecosistemi e comunità legate ai propri ambienti di vita.

Il cambiamento di prospettiva è evidente, ma non costituisce una rottura con la ricerca precedente. Se nei primi lavori l’obiettivo si confrontava soprattutto con le conseguenze delle trasformazioni economiche e sociali, in Genesis la domanda si sposta sulle condizioni che rendono possibile la vita e sulla necessità di preservare ciò che rimane della ricchezza naturale del pianeta.

Sebastião Salgado, Miniera d’oro di Serra Pelada, Stato del Pará, Brasile, 1986. Collection MEP, Paris. Dono di
Sebastião Salgado e Lélia Wanick Salgado, 2018. © Sebastião Salgado

La natura non viene proposta come uno scenario incontaminato da contemplare a distanza. Diventa piuttosto una presenza con cui misurare la responsabilità umana. La vastità dei paesaggi e la forza delle forme naturali invitano a ridimensionare la centralità dell’uomo, ricordando quanto la sua esistenza dipenda da equilibri più ampi e delicati.

In questo passaggio si riconosce la continuità profonda dell’opera di Salgado: dalle persone costrette a vivere gli effetti delle crisi alle regioni minacciate dalle trasformazioni ambientali, il suo lavoro indaga sempre le relazioni che legano gli esseri viventi ai luoghi che abitano.

Sebastião Salgado, Jade Maiwan Avenue, un tempo prestigiosa via cittadina, Kabul, Afghanistan, 1996. Collection MEP, Paris. Dono di
Sebastião Salgado e Lélia Wanick Salgado, 2018. © Sebastião Salgado

Il valore di una collezione internazionale

La mostra bassanese nasce dalla collaborazione con la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, istituzione di riferimento per la fotografia, che conserva un importante corpus di opere dell’artista. Il rapporto con Salgado si è sviluppato nel corso di decenni, attraverso acquisizioni, esposizioni e il sostegno a diversi progetti.

Un passaggio significativo risale al 2018, quando il fotografo e la moglie Lélia Wanick Salgado hanno donato alla MEP un nucleo di 105 stampe originali. Una parte consistente di queste opere è ora presentata a Bassano insieme ad altre fotografie entrate nella collezione parigina nel corso degli anni.

La selezione offre così l’opportunità di leggere l’evoluzione del linguaggio di Salgado attraverso stampe che testimoniano la coerenza della sua ricerca e la forza compositiva delle sue immagini. La fotografia diventa, allo stesso tempo, documento storico, costruzione estetica e strumento di conoscenza.

L’allestimento è accompagnato da un catalogo bilingue, italiano e inglese, pubblicato da Silvana Editoriale. Sono inoltre previsti laboratori per le scuole e percorsi guidati destinati agli studenti, ai visitatori individuali e ai gruppi. Le visite a partenza fissa per gruppi spontanei sono programmate ogni sabato, domenica e nei giorni festivi, alle ore 11 e alle 15.

Sebastião Salgado, Iguana marina, Galápagos, Ecuador, 2004. Collection MEP, Paris. Dono di Sebastião Salgado e Lélia Wanick
Salgado, 2018. © Sebastião Salgado

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