Dal 17 ottobre 2026 al 29 marzo 2027, a Roma, “Food. Il gusto nell’arte” riunisce 190 opere di oltre 60 artisti per indagare il rapporto tra alimentazione, identità, desiderio, potere e ambiente. Un percorso che attraversa epoche e linguaggi, dalla natura morta barocca alle installazioni immersive, trasformando un gesto quotidiano in una chiave di lettura della società.
C’è un gesto che accomuna epoche, culture e geografie: mangiare. Un bisogno primario che, nel corso della storia, ha assunto significati ben più complessi del semplice nutrimento, diventando espressione di appartenenza, strumento di potere, rito collettivo e custode di ricordi. È da questa dimensione universale che prende forma Food. Il gusto nell’arte, la mostra che il Chiostro del Bramante dedica al rapporto tra cibo e creazione artistica in occasione dei trent’anni di attività e di grandi esposizioni della sua istituzione.
Dal 17 ottobre 2026 al 29 marzo 2027, gli spazi romani accolgono 190 opere, realizzate da oltre 60 artisti e provenienti da musei, istituzioni, collezioni private e studi d’artista. Pittura, fotografia, scultura, video, cinema, design e installazioni concorrono a costruire una narrazione che dal XVI secolo arriva ai nostri giorni. A curare il progetto è Suzanne Landau, che propone una lettura trasversale del cibo, non più soltanto soggetto da raffigurare, ma materia capace di interrogare il corpo, le relazioni umane e le contraddizioni del mondo contemporaneo.
Prodotta e organizzata da DART – Chiostro del Bramante, la rassegna si sviluppa in sei sezioni tematiche, dedicate alla dimensione globale dell’alimentazione, al rapporto con il corpo, al gioco, alla tradizione della natura morta, alle questioni ecologiche e al legame con la memoria. Il risultato è un dialogo tra opere lontane nel tempo e nello stile, unite dalla capacità di trasformare un’esperienza familiare in una domanda aperta sul presente.

Natura morta con ciliegie , 1699
Olio su tela / Oil on Canvas
113 x 152 cm (senza cornice); 175 x 200 x 20 (senza
cornice)
Courtesy Ministero della Cultura – Ville e Residenze
Monumentali Fiorentine, Villa medicea di Poggio a
Caiano, Museo della Natura Morta -Foto Gianluca
Passarelli
Dal nutrimento al desiderio: il corpo al centro della scena
Nell’arte contemporanea il cibo perde progressivamente la distanza rassicurante dell’immagine dipinta e diventa presenza concreta: si mangia, si manipola, si consuma, si trasforma. Il corpo dell’artista e quello dello spettatore entrano così nella narrazione, mettendo in discussione i confini tra rappresentazione e vita.
È quanto accade in The Onion di Marina Abramović, dove il gesto del mangiare si inserisce nella dimensione performativa, caricandosi di significati che superano la quotidianità. Sophie Calle, con Le régime chromatique, intreccia invece alimentazione, colore e ritualità, mostrando come anche le abitudini più personali possano diventare strumenti di osservazione del mondo. La ricerca di Vanessa Beecroft porta in primo piano il corpo e la sua esposizione allo sguardo, mentre Sigalit Landau, in DeadSea, costruisce un’immagine di forte impatto visivo attraverso il proprio corpo e una spirale di angurie nelle acque del Mar Morto.
In questi lavori il cibo è insieme oggetto del desiderio, elemento simbolico e veicolo di riflessione sull’identità. Non è soltanto ciò che si consuma, ma ciò attraverso cui si manifesta il rapporto con se stessi e con gli altri. Una prospettiva diversa, ma altrettanto critica, emerge nelle fotografie di David LaChapelle. Opere come Leonardo DiCaprio: Unspoiled e Death by Hamburger, Beverly Hills utilizzano l’estetica spettacolare e satura della fotografia contemporanea per mettere in evidenza le ambiguità della cultura del consumo. L’abbondanza diventa immagine, seduzione e, al tempo stesso, motivo di inquietudine.
Anche l’ironia trova spazio nel percorso. Con Is it cake?, Claire Fontaine rilegge la storia dell’arte attraverso un oggetto che richiama il celebre orinatoio di Marcel Duchamp, trasformandolo in una scultura che lascia intravedere gli strati di una torta. Il confine tra arte e quotidianità si fa così instabile, mentre il cibo diventa un dispositivo per mettere alla prova le nostre aspettative e il nostro modo di guardare.
La natura morta e il tempo che trasforma le cose
Uno dei nuclei più significativi della mostra nasce dall’incontro tra la pittura storica e le sperimentazioni contemporanee. Al centro c’è la natura morta, genere che per secoli ha affidato a frutti, verdure, fiori e composizioni alimentari il compito di raccontare la bellezza della materia, la ricchezza, la caducità dell’esistenza e il trascorrere del tempo. A rappresentare questa tradizione sono, tra gli altri, Bartolomeo Bimbi, Christian Berentz e Cristoforo Munari. Le loro opere dialogano con lavori che riprendono gli stessi soggetti per rovesciarne o aggiornarne il significato.
In Pomegranate, Ori Gersht si confronta con la tradizione della natura morta seicentesca, costruendo un’immagine in cui la bellezza convive con la tensione e la violenza. Still Life di Sam Taylor-Johnson affida al video il racconto accelerato della decomposizione della frutta: ciò che nella pittura rimane sospeso in un istante perfetto viene restituito alla sua inevitabile trasformazione biologica.
Con la serie Last Meal on Death Row, Mat Collishaw rievoca invece gli ultimi pasti dei condannati a morte attraverso composizioni che richiamano la pittura fiamminga. La tavola, tradizionalmente associata alla convivialità, si carica qui di un significato radicalmente diverso, legato alla giustizia, alla pena e alla fine della vita
È proprio in questi accostamenti che la mostra rivela una delle sue intuizioni più interessanti: cambiano le tecniche e i linguaggi, ma restano aperte le domande sul tempo, sul consumo e sulla fragilità della materia. Un frutto dipinto secoli fa e uno ripreso da una videocamera possono diventare due modi diversi di interrogare la stessa esperienza

Flower Garden – Sweet Memories , 2025
Courtesy: Simone Post commissioned by museum
Voorlinden, Wassenaar, The Netherlands.
Photo Gianluca Passarelli
Quando il cibo diventa architettura
Il percorso non si limita a invitare il pubblico a osservare le opere. Due grandi installazioni trasformano gli ambienti del Chiostro in spazi da attraversare, offrendo una dimensione fisica e sensoriale dell’esperienza artistica.
Sweet Memories di Simone Post e Pasta Shell Grotto di Bompas & Parr, quest’ultima commissionata e prodotta da DART – Chiostro del Bramante con il supporto tecnico di La Molisana, ampliano il significato del cibo fino a farne architettura, struttura e immaginazione. Il visitatore non è più soltanto davanti all’opera: può entrarvi, percorrerla e misurarsi con essa attraverso il proprio corpo.
La scelta di puntare su installazioni immersive risponde a una concezione dell’esposizione che supera la tradizionale successione di dipinti e sculture. Il cibo, materia concreta e immediatamente riconoscibile, diventa così un mezzo privilegiato per coinvolgere i sensi e stimolare una partecipazione diretta. L’esperienza estetica si avvicina a quella del gioco e della scoperta, senza rinunciare alla riflessione.
La tavola come specchio della società
Mangiare significa anche occupare un posto nel mondo. Le abitudini alimentari raccontano differenze culturali, ruoli sociali, disuguaglianze economiche e rapporti di potere. La tavola è uno spazio domestico e affettivo, ma anche un luogo in cui si costruiscono identità e si rendono visibili le gerarchie.
Nella Kitchen Table Series, Carrie Mae Weems trasforma la cucina in un palcoscenico della vita quotidiana, facendo emergere attraverso le relazioni tra i personaggi questioni legate alla famiglia, al genere e alla rappresentazione sociale. Martha Rosler, con Semiotics of the Kitchen, utilizza invece il linguaggio dei programmi televisivi dedicati alla cucina per contestare gli stereotipi che hanno storicamente associato le donne al lavoro domestico.
Il cibo diventa così una lente attraverso cui leggere le strutture della società, dalle dinamiche familiari alla cultura di massa. Non è un elemento neutro: il modo in cui viene prodotto, distribuito, preparato e consumato rivela molto delle relazioni che regolano la vita collettiva.
Questa dimensione politica si allarga alla scala globale con Food Man di Yinka Shonibare, che mette in relazione alimentazione, eredità coloniale e cambiamento climatico. Ernesto Neto utilizza legumi e materiali organici per dare forma a una grande installazione sospesa, richiamando la dimensione naturale e relazionale del nutrimento. Con Flooded McDonald’s, il collettivo Superflex immagina invece un ristorante della celebre catena di fast food progressivamente sommerso dall’acqua, trasformando un simbolo del consumo globale in una riflessione sulle conseguenze della crisi ambientale.
Il cibo diventa, in questi casi, il punto di partenza per interrogare modelli economici, processi di globalizzazione e responsabilità collettive. Dietro un pasto si nasconde una rete complessa di risorse, lavoro, trasporti e scelte produttive, che lega il gesto individuale a questioni di portata planetaria.
Ambiente, biodiversità e responsabilità
Il rapporto tra alimentazione ed ecologia attraversa l’intera esposizione. La produzione del cibo, il consumo delle risorse naturali e la tutela della biodiversità non sono temi separati dall’esperienza quotidiana, ma questioni che riguardano direttamente la salute delle persone e la sostenibilità dei sistemi alimentari. In questa prospettiva, il confronto tra arte storica e contemporanea permette di osservare come sia cambiato il nostro rapporto con la natura. Se le nature morte celebravano spesso la varietà e la ricchezza dei prodotti della terra, le opere contemporanee possono spostare l’attenzione sulle fragilità degli ecosistemi e sulle conseguenze delle attività umane.
La collaborazione annunciata con Coldiretti approfondirà proprio il legame tra rappresentazione artistica e mondo agricolo, affrontando temi quali la stagionalità, il cibo sano, il lavoro degli agricoltori e la salvaguardia delle tradizioni rurali. Il percorso ideale dalla tela alla terra invita a riconoscere ciò che spesso rimane invisibile quando il prodotto arriva sulla tavola: le comunità, i saperi e gli equilibri ambientali da cui dipende.
La memoria passa anche dalla cucina
Accanto alle questioni politiche ed ecologiche, la mostra restituisce al cibo la sua dimensione più intima. Sapori e odori sono capaci di riattivare ricordi, riportare alla mente luoghi lontani e ricostruire legami familiari. Una ricetta può custodire la storia di una persona, di una comunità o di una migrazione; un piatto può diventare il segno concreto di un’appartenenza culturale.
È su questa relazione tra arte, biografia e quotidianità che si fonda Il gusto di Roma, il progetto di audioguida realizzato da Giovanni De Stefano, editorialista di Rolling Stone, Marie Claire ed Elle. Otto opere della mostra vengono messe in dialogo con otto persone che vivono ogni giorno la cultura gastronomica della capitale, dai fruttivendoli alle banchiste. L’idea è sottrarre l’interpretazione artistica alla sola voce dell’esperto, lasciando che siano le esperienze professionali e personali degli interlocutori a suggerire nuove prospettive. La conversazione parte dall’opera, attraversa la storia di chi la osserva e torna infine all’immagine, che acquista significati inattesi.
Ne emerge un racconto di Roma costruito attraverso gesti, mestieri e memorie: la città di chi sceglie, vende, prepara e serve il cibo. Un modo per ricordare che la cultura gastronomica non si esaurisce nei piatti celebri o nelle ricette codificate, ma vive soprattutto nelle persone e nelle pratiche che la tramandano.

Sweet Memories, 2025
Courtesy: Simone Post commissioned by museum
Voorlinden, Wassenaar, The Netherlands. Foto Gianluca
Dalla conservazione del patrimonio alla cura delle persone
Il dialogo tra arte e alimentazione si estende anche alla ricerca storica, alla conservazione e alla divulgazione scientifica. La collaborazione con la Villa medicea di Poggio a Caiano, attraverso le Ville e Residenze Monumentali Fiorentine e il Museo della Natura Morta, valorizza lo studio della pittura alimentare tra Sei e Settecento.
Il progetto ha inoltre consentito di intervenire sulle cornici intagliate e dorate realizzate da Vittorio Crosten per i dipinti di Bartolomeo Bimbi. Il restauro, affidato a Roberto Buda e Iolanda Larenza e finanziato da DART – Chiostro del Bramante, è stato avviato attraverso un cantiere aperto al pubblico nel luglio 2026. La sua presentazione in occasione della mostra permette di portare l’attenzione non soltanto sulle opere, ma anche sul lavoro necessario a conservarle e trasmetterle alle generazioni future.
Un altro asse del progetto riguarda il rapporto tra alimentazione e salute. La collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù introduce contenuti scientifici sulla nutrizione pediatrica, consultabili attraverso QR code, e prevede attività formative e incontri divulgativi. Da gennaio 2027, il progetto proseguirà anche in ospedale con laboratori, video e iniziative rivolte ai bambini e agli adolescenti ricoverati. L’arte esce così dagli spazi espositivi per incontrare nuovi pubblici e contesti di vita, compresi quelli in cui la relazione con il corpo e con il nutrimento assume un significato particolarmente delicato.
Un museo aperto a pubblici diversi
A completare il progetto è il programma del Dipartimento educativo del Chiostro del Bramante, che propone visite guidate, laboratori per le scuole, appuntamenti domenicali per le famiglie e strumenti dedicati ai visitatori più giovani, come il Ricettario delle Meraviglie e la pannellistica family.
L’attenzione all’accessibilità comprende visite in Lingua dei Segni Italiana (LIS) e attività pensate per persone con esigenze differenti. Con Chiostro a scuola, inoltre, le proposte educative raggiungono direttamente le classi, favorendo occasioni di apprendimento che mettono in relazione arte, alimentazione e sostenibilità.
Il progetto espositivo coinvolge anche altre realtà culturali e scientifiche, tra cui la Fondazione Museo Archivio Richard Ginori della Manifattura di Doccia, Fondazione Brescia Musei, le Gallerie Nazionali Barberini Corsini, la Galleria Borghese, Garum – Biblioteca e Museo della Cucina e l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
L’obiettivo è costruire un’esperienza che non si limiti alla trasmissione di contenuti, ma incoraggi curiosità, confronto e pensiero critico. La mostra diventa così un luogo di incontro tra competenze e sensibilità diverse, in cui la storia dell’arte dialoga con la scienza, la cultura gastronomica e le questioni sociali.






