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Jan Fabre, la morte come principio di metamorfosi: alla Galleria Gaburro la luce inquieta di Death Keeps me Awake

8 min di lettura

Jan Fabre, Death Keeps me Awake, installation views della mostra a cura di Melania Rossi presso la sede della Galleria Gaburro di Via Cerva 25 a Milano. Photo: Zima Studio; Courtesy: l’artista e Galleria Gaburro.

A Milano, fino al 22 gennaio 2027, una mostra curata da Melania Rossi riunisce opere storiche e inedite realizzate con le elitre iridescenti – ali indurite e ispessite (spesso con riflessi metallici o colorati) che si aprono quando l’insetto deve volare e si richiudono a protezione del corpo – dello scarabeo gioiello. Al centro, una riflessione sul limite, sulla perseveranza e sulla capacità dell’arte di trasformare la finitudine in energia vitale.

La morte non come negazione della vita, ma come ciò che la mantiene vigile, la sottrae all’abitudine e la costringe a interrogarsi sul proprio destino. È da questo rovesciamento di prospettiva che prende forma Death Keeps me Awake (La morte mi tiene sveglio), la mostra personale di Jan Fabre che la Galleria Gaburro presenta nella sede milanese di via Cerva 25, con apertura al pubblico fino al 22 gennaio 2027.
Curata da Melania Rossi, l’esposizione riunisce per la prima volta un nucleo speciale di opere, tra lavori storici e creazioni inedite, accomunate dall’impiego delle elitre dello scarabeo gioiello: una materia organica che, nella ricerca dell’artista belga, si fa strumento di una riflessione insieme estetica, filosofica e spirituale.

Jan Fabre, Death Keeps me Awake, installation views della mostra a cura di Melania Rossi
presso la sede della Galleria Gaburro di Via Cerva 25 a Milano. Photo: Zima Studio;
Courtesy: l’artista e Galleria Gaburro.

Jan Fabre e il suo linguaggio multidisciplinare

Nato ad Anversa nel 1958 e formatosi tra l’Istituto di Arti Decorative e la Royal Academy of Fine Arts della sua città, Fabre ha costruito, a partire dagli anni Ottanta, un linguaggio radicalmente multidisciplinare, muovendosi tra disegno, scultura, installazione, performance, cinema e teatro. La sua opera abita territori di confine: il corpo e il pensiero, la bellezza e la vulnerabilità, l’eros e la trascendenza, la vita e la morte. Materiali inconsueti, talvolta perturbanti, diventano nelle sue mani veicoli di una ricerca che non separa mai la dimensione sensibile da quella concettuale. Le elitre degli insetti, così come le ossa, il sangue e altri elementi organici impiegati nel corso della sua carriera, non sono semplici espedienti formali, ma sostanze attraverso cui interrogare la trasformazione incessante della materia e il posto dell’essere umano nel mondo.

Jan Fabre, Death Keeps me Awake, installation views della mostra a cura di Melania Rossi
presso la sede della Galleria Gaburro di Via Cerva 25 a Milano. Photo: Zima Studio;
Courtesy: l’artista e Galleria Gaburro.

Death Keeps me Awake a Milano

La scelta di questo materiale ha dato origine ad alcune delle opere più riconoscibili dell’artista, tra cui Heaven of Delight (2002), l’installazione permanente che riveste il soffitto della Sala degli Specchi del Palazzo Reale di Bruxelles. In quel vasto campo di riflessi, migliaia di elitre compongono una superficie mutevole, capace di restituire la luce in una gamma di verdi, blu e sfumature cangianti. Anche in Death Keeps me Awake la preziosità della materia assume un valore più profondo: ciò che in origine proteggeva il corpo di questi insetti – scarabei dell’Africa o Indocina che vengono da università e musei di storia naturale – diventa una pelle luminosa, al tempo stesso resistente e fragile, che custodisce la memoria di una vita e ne suggerisce la possibilità di una nuova forma.

Jan Fabre ritratto da Yiannis Vastardis.
Jan Fabre portrayed by Yiannis Vastardis.

Il titolo della mostra proviene dai Giornali notturni di Fabre, pubblicati in Italia da Cronopio, e in particolare da una riflessione annotata a Bogotá il 6 aprile 2000: «La morte mi tiene sveglio, attento. Senza la morte, non c’è consapevolezza». Poche parole che contengono una dichiarazione di poetica. Nella visione dell’artista, la morte non coincide semplicemente con una conclusione, né può essere ridotta a un evento negativo. È piuttosto una presenza che alimenta la coscienza, una soglia che rende percepibile il valore del tempo e impedisce alla vita di irrigidirsi in una condizione di passività. Riconoscere il limite significa, in questa prospettiva, essere spinti a oltrepassarlo continuamente, non necessariamente per sconfiggerlo, ma per comprenderne la funzione generativa.

L’insonnia, esperienza che accompagna Fabre fin dall’infanzia, si inserisce in questo orizzonte come una condizione esistenziale prima ancora che biografica. Restare svegli significa abitare un tempo sottratto al ritmo ordinario delle giornate, quando la coscienza si trova in una zona intermedia tra lucidità e visione, tra controllo razionale e libera associazione. È in questa sospensione che l’immaginazione può dare forma a immagini archetipiche, capaci di connettere il corpo e lo spirito, la memoria personale e quella collettiva. L’insonnia diventa così una metafora del lavoro artistico: un esercizio di attenzione incessante, una disponibilità a sostare davanti alle domande senza accontentarsi di risposte definitive.

Jan Fabre, Death Keeps me Awake, installation views della mostra a cura di Melania Rossi
presso la sede della Galleria Gaburro di Via Cerva 25 a Milano. Photo: Zima Studio;
Courtesy: l’artista e Galleria Gaburro.

L’insonnia e la creatività

Le opere in mostra sembrano emergere proprio da questo spazio notturno, disponendosi come gli elementi di una cosmologia privata. Una croce si offre come immagine dell’albero della vita; i teschi richiamano la tradizione della vanitas, ma assumono anche il carattere di reliquie, frammenti attraverso cui la storia continua a esercitare la propria presenza. Una nicchia a forma di slitta e un’urna evocano il trasporto e la custodia, suggerendo che la materia possa essere tanto un involucro quanto un tramite verso ciò che non è immediatamente visibile. Le forme sferiche, infine, condensano la tensione tra gravità ed elevazione, tra il peso che trattiene e il movimento che spinge verso l’alto.

In questo repertorio simbolico, il richiamo alla tradizione non comporta mai un ritorno nostalgico al passato. Fabre recupera immagini e motivi antichi per sottoporli a una nuova pressione semantica, restituendo loro una capacità di interrogare il presente. È un procedimento coerente con la sua intera carriera, che lo ha condotto a esporre in istituzioni internazionali come la Kunsthaus di Bregenz, il Kröller-Müller Museum, il MAXXI di Roma e il MAC di Lione, fino a diventare, nel 2008, il primo artista vivente a presentare una mostra personale al Louvre di Parigi. Nel 2016 un’altra personale all’Ermitage di San Pietroburgo ha confermato la dimensione internazionale della sua ricerca, da sempre attraversata dal dialogo tra cultura visiva, storia, scienza e mito.

Jan Fabre, Death Keeps me Awake, installation views della mostra a cura di Melania Rossi
presso la sede della Galleria Gaburro di Via Cerva 25 a Milano. Photo: Zima Studio;
Courtesy: l’artista e Galleria Gaburro.

A Milano, questo dialogo si concentra attorno a una figura che attraversa civiltà e immaginari: lo scarabeo. Presente nell’arte e nella simbologia di numerose culture antiche, l’insetto è legato ai cicli della natura, alla rigenerazione e al rapporto tra mondo terreno e dimensione celeste. Fabre ne recupera anche le raffigurazioni della pittura fiamminga, dove può assumere il significato di rinascita, trasformandolo in una figura centrale della propria mitologia personale. Lo scarabeo diventa così un mediatore tra la dimensione ctonia della terra e l’apertura del cosmo, tra la mortalità del corpo e il desiderio umano di permanenza.

È soprattutto nel suo movimento che questa figura rivela la propria forza. Lo scarabeo stercorario spinge una sfera il cui peso sembra sproporzionato rispetto alle dimensioni del suo corpo. In questa azione ostinata, Fabre riconosce una moderna incarnazione del mito di Sisifo, l’eroe condannato a trascinare eternamente il proprio masso dopo aver sfidato Thanatos, la personificazione della morte. Il riferimento ad Albert Camus è inevitabile: nel suo celebre saggio Il mito di Sisifo, il filosofo immagina l’eroe consapevole della propria condizione e, proprio per questo, capace di riappropriarsi del suo destino. «Il destino gli appartiene. Il macigno è cosa sua», scrive Camus. La fatica non scompare, ma cambia significato: da punizione si trasforma in un gesto di consapevolezza e di libertà.

Jan Fabre, Death Keeps me Awake, installation views della mostra a cura di Melania Rossi
presso la sede della Galleria Gaburro di Via Cerva 25 a Milano. Photo: Zima Studio;
Courtesy: l’artista e Galleria Gaburro.

La qualità delle elitre contribuisce in modo decisivo a questa ambivalenza. A differenza delle superfici colorate da pigmenti, la loro iridescenza nasce dall’interazione tra luce e struttura microscopica del materiale: il colore muta con l’angolo di osservazione, sfugge alla fissità e si offre come un fenomeno sempre diverso. La preziosità visiva è quindi inseparabile dall’instabilità. Ciò che appare compatto e resistente restituisce un’immagine cangiante, mai del tutto possedibile. In questo scarto tra consistenza fisica e trasformazione ottica si condensa una delle intuizioni più fertili di Fabre: la fragilità non è il contrario della forza, ma una delle condizioni attraverso cui la vita si manifesta.

L’impronta della curatrice Melania Rossi

La mostra trova così una particolare coerenza anche nel lavoro curatoriale di Melania Rossi, storica dell’arte e curatrice indipendente, da tempo impegnata nella progettazione di esposizioni in cui l’arte contemporanea entra in relazione con luoghi, memorie e patrimoni culturali. Il suo percorso comprende progetti di ampia scala come Jan Fabre. Spiritual Guards, realizzato nel 2016 a Firenze tra il Forte di Belvedere, Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria insieme a Joanna De Vos, oltre a interventi in contesti storici e istituzionali come il Pio Monte della Misericordia e la Cappella di San Gennaro a Napoli. Dalle installazioni permanenti ai progetti sviluppati per musei, festival e biennali, Rossi ha costruito una pratica curatoriale attenta alla contaminazione dei linguaggi e alla possibilità di far dialogare discipline umanistiche e scientifiche. Un approccio che trova in Fabre un interlocutore particolarmente affine, per la sua capacità di intrecciare riferimenti biologici, filosofici, storici e spirituali senza ricondurli a un’unica interpretazione.

Skull with Bacongo Cross (Red) (2018). Elitre di scarabeo gioiello, polimeri, metallo, ottone, 89,9 x 22 x 22cm.
Skull with Bacongo Cross (Red) (2018). Jewel beetle elytra, polymers and metal, 89,9 x 22 x 22cm.

Informazioni sulla mostra

Jan Fabre. Death Keeps me Awake
A cura di Melania Rossi

  • Sede: Galleria Gaburro, via Cerva 25, Milano
  • Periodo espositivo: 8 ottobre 2026 – 22 gennaio 2027
  • Inaugurazione: mercoledì 7 ottobre 2026, dalle 18.30 alle 21.00
  • Ingresso: libero
  • Orari: dal lunedì al venerdì, 10.00–13.00 e 14.00–19.00
  • Informazioni: info@galleriagaburro.com
  • Sito web: galleriagaburro.com
  • Telefono: +39 02 99262529

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