Mercoledì 28 Ottobre 2026

Warhol vs Banksy, Castello di Barletta (testata sinistra)

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Warhol vs Banksy, Castello di Barletta

Lorenzo Quinn: «Roma è una città che non ti lascia mai. E io vorrei regalarle una scultura pubblica»

11 min di lettura

Lorenzo Quinn accanto all'opera Mater Roma realizzata per la mostra Hi Human alla Teldil Gallery di Roma

Dalle mani come simbolo universale di umanità e inclusione al rapporto con la tecnologia, dall’eredità dei grandi maestri alla possibilità di realizzare un’opera pubblica nella sua città natale. Lorenzo Quinn, in mostra a Roma con Hi Human alla Teldil Art Gallery, racconta il suo legame con Roma, la sua idea di arte e il bisogno di riscoprire ciò che ci rende umani.

Lorenzo Quinn, Lei è nato a Roma e nel corso della Sua carriera ha lavorato molto in Italia, realizzando anche importanti opere pubbliche. Eppure, da parecchi anni non tornava nella capitale con una mostra in galleria. Che cosa significa per Lei questa occasione?

«Ho lavorato molto in Italia, da Venezia alle Biennali, passando per diverse città. A Venezia, per esempio, ho collaborato con la Galleria Contini. Ma una mostra in una galleria romana non la facevo da quando ero giovanissimo, agli inizi della mia carriera: forse avevo ventuno o ventidue anni. Ricordo ancora che una mia scultura fu acquistata da Virna Lisi, un’amica di famiglia che aveva recitato con mio padre in diversi film, tra cui La venticinquesima ora, uno dei più belli che abbia mai interpretato. È un ricordo che mi è rimasto nel cuore. Da allora non ero più tornato a Roma con le mie sculture in una galleria. Quando Stefano Contini mi ha proposto questa collaborazione, mi ha fatto immediatamente molto piacere: l’idea di tornare nella mia città con il mio lavoro era davvero speciale».

Hi Human alla Teldil Art Gallery a Roma

Per questa occasione ha scelto di dedicare alcune opere proprio a Roma, a cominciare dalla lupa capitolina. Come è nata questa scelta?

«Volevo realizzare tre sculture dedicate alla mia città natale, ma il marmo richiede tempi di lavorazione che non si possono comprimere troppo. Sono riuscito a finirne una in tempo, completandola proprio due settimane fa, dopo essere andato a Carrara e a Pietrasanta per lavorare sul marmo. Ho scelto la lupa perché credo sia il simbolo che sta più a cuore ai romani, uno dei più significativi per la città. Mi sono detto che, se fossi riuscito a finire una sola opera, avrei voluto che fosse proprio quella. E così è stato».

La Sua lupa è stata molto apprezzata anche dal sindaco. Che riscontro ha ricevuto?

«Gli è piaciuta molto. Tra l’altro, entrando nel suo ufficio, si incontra una bellissima lupa: è l’originale della copia che si trova all’esterno, in Campidoglio».

Nel presentare la Sua opera, Lei ha sottolineato come Roma non sia nata soltanto dalla violenza e dal potere, ma anche dalla capacità di includere. Pensa che la Roma di oggi conservi ancora questa vocazione?

«Direi proprio di sì. Bisogna pensare che, nell’antichità, Roma era una città straordinaria: era arrivata a un milione di abitanti quando nessun’altra città al mondo, per quanto ne so, aveva raggiunto quelle dimensioni. Oggi non so esattamente quanti abitanti abbia, ma è una città che ha sempre saputo adattarsi e modernizzarsi senza dimenticare il passato. Credo che questa capacità di accogliere e includere faccia ancora parte della sua identità. Io non vivo più a Roma e, quando torno, sono anch’io un turista. Ma direi che è una città assolutamente inclusiva».

Un dettaglio dell’opera Mater Roma alla Teldil Gallery a Roma

Oggi Lei vive lontano dalla capitale. Dove ha scelto di stabilirsi e che rapporto conserva con l’Italia?

«Non vivo più in Spagna, dove abitavo in passato. Attualmente sono residente ad Abu Dhabi e trascorro l’estate in Grecia, ad Atene. Sto anche prendendo uno spazio a Pietrasanta, perché mi piacerebbe tornare a trascorrere una parte dell’anno in Italia. L’Italia, del resto, ce l’ho nel cuore. Il sindaco mi ha chiesto da quanto tempo mancassi da Roma e gli ho risposto che, in realtà, Roma non l’ho mai lasciata. È sempre con me. È una città che non ti abbandona mai, che non ti lascia mai».

Roma è anche una città che porta impressa la grande tradizione della scultura, da Bernini a Borromini. Che rapporto ha con questi maestri? Quanto hanno influenzato il Suo lavoro?

«Quando giri per Roma ti senti piccolo, quasi inadeguato. Ovunque ti volti, incontri opere straordinarie e ti chiedi se riuscirai mai ad arrivare a quei livelli. Ricordo quando ero ragazzo e cominciavo a lavorare: bastava trovarsi davanti a un’opera di Bernini per pensare: “È pazzesco. Ma io ce la farò mai?”. Naturalmente erano tempi diversi. Il Rinascimento è stato un periodo unico nella storia, un momento di eccellenza artistica difficilmente ripetibile. Oggi l’arte è cambiata e, per certi aspetti, credo che alcuni cambiamenti non siano stati necessariamente positivi. Forse non possiedo la stessa destrezza tecnica di quei grandi maestri, ma penso di poter comunicare attraverso le mie opere messaggi universali. Questo è particolarmente importante nella scultura pubblica. Una scultura pubblica appartiene a tutti. Si trova per strada, dove passano persone che magari non frequentano musei o gallerie. Per questo deve riuscire a parlare a chiunque, attraverso simboli che possano essere compresi da tutti. Ecco perché utilizzo così spesso le mani: hanno un linguaggio universale, immediato e popolare. C’è anche un aspetto molto bello: osservando una mano scolpita, non puoi stabilire a quale razza appartenga la persona rappresentata. La mano non ti dice da dove vieni o a quale gruppo appartieni. Ti parla semplicemente dell’essere umano. Per me è proprio questo il significato più profondo dell’inclusione: rappresentare l’umanità senza dividerla in categorie».

Lorenzo Quinn e Mater Roma

Nelle opere presentate a Roma c’è anche una riflessione sul rapporto tra uomo e tecnologia. Pensa che il progresso tecnologico possa arrivare a sopraffarci, anche nella creatività?

«Credo che, se Leonardo fosse vivo oggi, sarebbe felicissimo delle possibilità offerte dalla tecnologia. Ma sono convinto che difenderebbe un principio fondamentale: possiamo utilizzarla come supporto, non come sostituzione delle nostre capacità. Il pericolo è che soprattutto i giovani finiscano per usarla al posto della propria capacità di creare, plasmare e sviluppare un linguaggio artistico personale. Il rischio è diventare pigri, lasciando che la tecnologia faccia tutto al posto nostro. Naturalmente il mondo si evolve e la tecnologia fa parte di questa evoluzione. Non possiamo rimanere fermi. Ma dobbiamo essere noi a stabilire dei limiti, e non è sempre facile: bisogna imparare a non lasciarsi trascinare. Oggi viviamo in una cultura che cerca risultati immediati, anche attraverso piattaforme come TikTok. L’arte, invece, non funziona così. È un percorso lungo, difficile, spesso tumultuoso. Io lavoro da quarant’anni, oggi ho sessant’anni, e dietro di me ci sono moltissime sculture, mostre e installazioni. Non è qualcosa che si improvvisa da un giorno all’altro».

Prima di diventare scultore, Lei ha sperimentato diverse forme d’arte. È stato anche attore, come Suo padre. Come ha capito che la scultura sarebbe stata la Sua strada?

«All’inizio ho provato praticamente tutto: dipingevo, disegnavo, cantavo, recitavo e continuo ancora oggi a scrivere. Ho anche interpretato diversi film. Uno dei più importanti per me è stato quello dedicato a Salvador Dalí, che era una delle mie grandi ispirazioni. Adoravo lui e il Surrealismo. I miei primi quadri e le mie prime sculture risentivano molto di quella influenza. A un certo punto, però, ho capito che Dalí era un genio unico e che dovevo trovare una strada personale. Ho cambiato il mio linguaggio simbolico e ho abbandonato la pittura. È curioso, perché credo che sia stato proprio interpretare Dalí in un film a farmi cambiare direzione. Forse, se non avessi vissuto quell’esperienza, avrei continuato a lavorare nello stile surrealista. Non posso saperlo, ma è una possibilità».

Il cinema è stato anche un legame con Suo padre, che era un attore. Ha avuto occasione di lavorare con lui?

«Sì, abbiamo fatto insieme alcuni film. Ricordo, per esempio, una produzione diretta da Giacomo Battiato in cui mio padre interpretava Antonio Stradivari da adulto e io lo interpretavo da giovane. Era tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Poi ho interpretato Dalí, ma ho lasciato il cinema abbastanza presto: nel 1992 avevo già deciso di smettere. Ho capito che non era quella la strada che volevo seguire e ho scelto di dedicarmi alla scultura e all’arte».

Eppure il cinema è rimasto nella Sua vita. Di recente ha ritrovato anche un vecchio amico, Adam Sandler, con cui ha condiviso gli anni di formazione a New York. Che cosa ricorda di quell’esperienza?

«Adam ed io siamo rimasti amici. Frequentavamo entrambi il Lee Strasberg Theatre Institute di New York. Nella mia classe lui è sicuramente diventato il più famoso. Tra l’altro, ho avuto un piccolo ruolo nel suo percorso professionale: fui io a presentarlo a Bill Cosby, permettendogli di partecipare al Bill Cosby Show. Da lì arrivò poi al Saturday Night Live e successivamente diventò famosissimo. Ancora oggi mi ringrazia per questo. Di recente era in Italia per girare un film e mi ha chiamato per partecipare con una piccola parte. Ho girato con lui fino a lunedì, prima a New York e poi in Sardegna. È stato bello ritrovarci e trascorrere del tempo insieme».

Che cosa pensava Suo padre della Sua attività di scultore? Si riconosceva nel Suo lavoro?

«Era molto fiero di me e apprezzava soprattutto il fatto che dietro ogni opera ci fosse un messaggio. Io parto sempre dalla scrittura: prima scrivo un testo, poi realizzo la scultura. Non sono un artista particolarmente prolifico. Non mi siedo e realizzo cinque sculture soltanto perché mi sembrano belle o perché mi piace una determinata posizione. Ogni opera deve avere una storia e un significato. A volte voglio parlare di un momento specifico della storia, altre volte di un sentimento che accomuna tutti, della vita o della morte. Ho bisogno che ci sia qualcosa da raccontare».

Da quale pensiero è partito per le opere presentate a Roma?

«Dall’amore e dall’empatia, due cose di cui abbiamo un bisogno enorme e che oggi sembrano mancare sempre di più. Stiamo vivendo un momento molto difficile della storia, con tanti conflitti attivi. È qualcosa che mi rattrista profondamente».

La presentazione della mostra parla di opere che invitano a riscoprire ciò che ci rende umani. Ma che cosa significa, per Lei, essere umani?

«Una volta ho parlato con Buzz Aldrin, uno degli astronauti che sono andati sulla Luna insieme a Neil Armstrong e Michael Collins. Mi raccontò qualcosa di molto interessante: chi va nello spazio vive un’esperienza che cambia profondamente il modo di guardare il nostro pianeta. Quando ti allontani dalla Terra e la osservi dall’esterno, ti rendi conto di quanto sia piccola e fragile rispetto all’immensità dello spazio. Vedi una piccola sfera blu e capisci che l’umanità è una cosa sola. Da lassù non vedi confini, non vedi colori, non vedi le divisioni che sulla Terra ci sembrano così importanti. Vedi un unico mondo, fragile, sospeso nel vuoto. È una prospettiva che ti fa comprendere quanto siamo piccoli e, allo stesso tempo, quanto sia preziosa la nostra esistenza. Qui, sulla Terra, invece, tendiamo a ingigantire ogni problema, a dividerci, a classificarci. Dimentichiamo che siamo tutti sulla stessa piccola sfera e che qualcosa di imprevedibile potrebbe mettere in pericolo l’intera umanità».

Il suo racconto suggerisce che dovremmo imparare a guardare la Terra da una prospettiva diversa, superando le divisioni. Pensa che prendere le distanze dai problemi quotidiani possa aiutarci a riscoprire il senso di appartenenza all’umanità?

«Credo che dovremmo imparare a guardare le cose nel loro insieme, a concentrarci sul quadro generale. Dovremmo ricordarci che siamo tutti parte della stessa realtà e che la nostra fragilità è condivisa. Forse, se riuscissimo a vedere il mondo con questa prospettiva, ci renderemmo conto che molte delle divisioni che creiamo sono prive di significato».

Le faccio un’ultima domanda, che riguarda proprio Roma. Le piacerebbe realizzare un’opera pubblica destinata a rimanere nella città, un lavoro con cui i romani possano confrontarsi ogni giorno e che sentano davvero come proprio?

«Certo, sarebbe un sogno. Mi piacerebbe moltissimo lasciare un’opera a Roma che fosse a disposizione di tutti, qualcosa che le persone potessero incontrare ogni giorno per strada e con cui potessero, in qualche modo, diventare familiari. Se ne avessi l’opportunità, cercherei sicuramente un simbolo nel quale tutti possano riconoscersi. Vorrei realizzare qualcosa che avesse un significato condiviso, capace di parlare ai romani e, allo stesso tempo, a chiunque passasse davanti alla scultura».

Potrebbero essere ancora una volta le mani, il simbolo che ritorna così spesso nel Suo lavoro?

«Sicuramente ci sarebbero delle mani. Ho anche critici che mi dicono: “Sempre mani, sempre mani!”. Ma è come dire a un artista: “Sempre fiori, sempre fiori”, oppure “Sempre figure magre, sempre figure magre”. Le mani hanno un significato umano straordinario. Possono trasmettere tantissime emozioni, raccontare relazioni, esprimere affetto, solidarietà, aiuto. Sono un linguaggio potentissimo. E poi, perché no, potrebbero tenere qualcosa che sta particolarmente a cuore ai romani. Magari proprio una lupa».

Un’opera che unisca il simbolo della città al auo linguaggio universale: sarebbe questo il progetto ideale per Roma?

«Esattamente. Sarebbe bello trovare una forma capace di tenere insieme l’identità di Roma e qualcosa che appartiene a tutta l’umanità. Potrebbe».

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