A Milano, negli spazi del MUDEC – Museo delle Culture, la fotografia diventa strumento di riflessione sul tempo presente e sull’eredità visiva dell’umanità. Con la mostra “100 fotografie per ereditare il mondo”, curata da Denis Curti in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti, prende forma un percorso espositivo che attraversa due secoli di storia dell’immagine.
Un’eredità visiva per comprendere il presente
Il titolo della mostra suggerisce una tensione profonda: “ereditare il mondo” significa confrontarsi con un tempo segnato da trasformazioni radicali — tecnologiche, ambientali e sociali — e da una sovrabbondanza di immagini che rischia di svuotarne il significato. In questo contesto, la fotografia torna a essere una bussola, uno strumento per orientarsi e costruire una memoria condivisa. Le cento immagini selezionate non rispondono a una gerarchia rigida, ma restituiscono un patrimonio collettivo in cui convivono estetica, politica, storia e cultura. Il risultato è un racconto stratificato dell’esperienza umana, che invita il visitatore a interrogarsi sul proprio sguardo.

Berlin Wall (1989)
© Carol Guzy / The Washington Post / Getty Images

Moon Landing (1969)
Courtesy NASA
Dalle origini della fotografia alla modernità
Il percorso espositivo si apre con una riflessione sul passaggio da una “società senza immagini” a una dominata dalla loro presenza. Dalle prime tecniche come dagherrotipi e ambrotipi emerge un mondo in cui la fotografia era un oggetto raro e prezioso, destinato a diventare progressivamente un elemento quotidiano e identitario. La sezione dedicata alla nascita della fotografia introduce i pionieri come Nicéphore Niépce e Louis Daguerre, affiancati dagli sguardi poetici di Julia Margaret Cameron e dalle immagini di guerra di Roger Fenton. Con loro, la fotografia nasce come strumento tecnico ma anche come potente mezzo narrativo. Il passaggio alla modernità è segnato dalla sperimentazione: artisti come Man Ray, Aleksandr Rodčenko e Henri Cartier-Bresson ridefiniscono il linguaggio fotografico, spingendolo oltre la semplice registrazione del reale. L’immagine diventa costruzione, intuizione, gioco tra realtà e immaginazione.

Nella Clandestinità (2013)
Collezione Privata
La fotografia come documento e memoria collettiva
Una delle sezioni centrali è dedicata alla fotografia come documento, seguendo la visione del teorico John Szarkowski. Qui si trovano immagini che hanno segnato la storia: dalla celebre Migrant Mother di Dorothea Lange allo sbarco sulla Luna del 1969, fino alla caduta del Muro di Berlino e agli scatti dell’11 settembre realizzati da Joel Meyerowitz.Queste fotografie non sono solo testimonianze: sono icone che hanno contribuito a costruire la memoria collettiva globale, dimostrando come il fotografo sia stato, per lungo tempo, l’“occhio del mondo”. L’esposizione testimonia infatti una consapevolezza precisa: la fotografia non è soltanto un mezzo espressivo, ma un linguaggio complesso capace di conservare la memoria, interpretare il presente e immaginare il futuro. Tra documento e finzione, verità e costruzione, ogni scatto diventa una traccia del nostro passaggio nel mondo.

A Japanese woman applying make-up (1867)
© Felice Beato / Spencer Arnold / Getty Images

Fosters Pond (1989)
Courtesy Paolo Clerici
© Arno Rafael Minkkinen, Courtesy of the Artist and Photo & Contemporary, Turin, Italy
Identità, corpo e introspezione
Accanto alla dimensione documentaria, la mostra esplora la fotografia come diario interiore. Autori come Claude Cahun, Robert Mapplethorpe e Pierre Molinier indagano il corpo, l’identità e il desiderio attraverso immagini costruite e spesso provocatorie. In un’epoca dominata dall’iperproduzione visiva, questa sezione evidenzia come la fotografia sia diventata uno strumento quotidiano di autorappresentazione, capace di ridefinire il rapporto tra individuo e immagine. La fotografia contemporanea si muove sempre più in un territorio ambiguo, dove il reale si mescola con la costruzione simbolica. Artisti come David LaChapelle e Sandy Skoglund trasformano lo scatto in una scena teatrale, carica di significati e suggestioni. La fotografia, in questo contesto, non rappresenta più il mondo, ma lo reinventa, diventando metafora e linguaggio visivo complesso.L’ultima sezione guarda al XXI secolo e alle nuove generazioni, che utilizzano la fotografia per affrontare temi urgenti come la crisi ambientale, le migrazioni, le identità culturali e i conflitti contemporanei. Tra reale e post-digitale, emerge una nuova morfologia dell’immagine: fluida, interconnessa, instabile.

The Green House (1990)
Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia – Porto Cervo)
© 1990, Sandy Skoglund
INFO
MUDEC Via Tortona 56, tel. 02/54917 (Lun-Ven 10.00-17.00)
DATE 07/02/2026 – 28/06/2026
ORARI Mar, Mer, Ven, Dom 09.30 ‐ 19.30 | Gio, Sab 9.30-22.30
BIGLIETTI Intero € 15 | Ridotto € 13
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura








