Per la prima volta nella sua storia, la Repubblica Socialista del Vietnam approda ufficialmente alla Biennale Arte di Venezia. Un debutto alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte con il padiglione “Vietnam: Arte nel flusso globale”, ospitato a Ca’ Faccanon dal 9 maggio al 22 novembre 2026, che sceglie di entrare nel dialogo internazionale attraverso il linguaggio della lentezza, della materia e della memoria.
Dieci artisti e la lacca vietnamita
Promosso dal Ministero della Cultura, dello Sport e del Turismo vietnamita e affidato alla curatela di Do Tuong Linh, il progetto riunisce dieci artisti accomunati dall’uso della lacca tradizionale vietnamita, tecnica antica che qui smette di essere semplice artigianato decorativo per trasformarsi in dispositivo poetico e filosofico. Le opere di Le Huu Hieu, Nguyen Thanh Chuong, Doan Thi Thu Huong, Bui Huu Hung, Le Hoang Nguyen, Trinh Tuan, Dinh Van Quan, Nguyen Truong Linh, Trieu Khac Tien e Le Nguyen Chinh costruiscono un percorso che si muove tra spiritualità, ritualità e riflessione sulla contemporaneità globale.

Un padiglione dedicato alla lentezza e alla contemplazione
La lacca, ricavata dalla resina dell’albero omonimo, diventa il cuore concettuale dell’intera esposizione. La sua lavorazione richiede tempi lunghi, stratificazioni successive, gesti ripetuti e una pazienza quasi ascetica. I pigmenti minerali, le foglie d’oro e d’argento, i gusci d’uovo polverizzati generano superfici profonde, in cui le immagini sembrano emergere lentamente dalla materia stessa. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla sovrapproduzione visiva, il Vietnam propone così un’estetica dell’ascolto e della sospensione. Il padiglione dialoga indirettamente con il tema generale della Biennale attraverso la metafora musicale del “modo minore”: tonalità basse, ritmi lenti, vibrazioni intime. Non un’arte che impone significati, ma che li lascia affiorare nei vuoti, nelle pause, nella relazione silenziosa tra opera e spettatore. Lo spazio espositivo, essenziale e rarefatto, invita il visitatore a una fruizione quasi contemplativa, dove luce, materia e architettura si fondono in un’unica esperienza sensoriale.

Le installazioni monumentali di Le Huu Hieu dedicate alle figure anonime delle comunità rurali
Tra le presenze più potenti spicca quella di Le Huu Hieu, autore del monumentale ciclo “Baco da seta”, nucleo centrale dell’intervento vietnamita a Venezia. L’artista, dopo anni di sperimentazione estrema culminati nella distruzione volontaria delle proprie opere realizzate tra il 2015 e il 2017, ha avviato un percorso di ricostruzione simbolica della storia collettiva vietnamita. Al centro della sua ricerca non ci sono gli eroi celebrati dalla retorica ufficiale, ma le figure anonime delle comunità rurali: contadini, madri, lavoratori, custodi invisibili della continuità culturale. Le sue installazioni monumentali trasformano questa visione in materia viva. Una grande casa tradizionale del Nord del Vietnam, alta oltre quattro metri e lunga più di cinque, occupa lo spazio come un’architettura della memoria. Attorno ad essa si dispongono diciassette statue monumentali, tra figure guerriere ispirate alle sculture funerarie imperiali e divinità dei Cinque Elementi. Il legno di giaca carbonizzato, trattato con antiche tecniche di conservazione, convive con la lacca rossa, sostanza naturale che per secoli ha protetto templi e palazzi vietnamiti. L’opera di Le Huu Hieu si espande inoltre attraverso un dialogo geografico e antropologico tra le diverse regioni del Paese. L’artista ha recuperato antiche pratiche di tessitura della fibra di cocco, ormai prossime alla scomparsa, creando enormi tessuti sospesi che mettono simbolicamente in relazione il delta del Mekong e quello del Fiume Rosso, due poli storici della cultura vietnamita.

Ma il gesto più radicale riguarda l’introduzione di organismi viventi all’interno della scultura. Migliaia di bachi da seta vengono liberati sulle superfici delle opere, continuando a filare e a trasformare le installazioni durante il tempo dell’esposizione. La scultura smette così di essere forma immobile e diventa organismo in mutazione. La seta prodotta dagli insetti viene utilizzata anche per l’abito dell’Imperatrice collocata al centro della grande casa lignea, trasformando il processo biologico in scrittura storica. È qui che emerge con maggiore chiarezza il manifesto poetico dell’artista: la storia non è una sequenza di monumenti celebrativi, ma un continuum organico costruito dal lavoro silenzioso delle moltitudini. Le figure anonime diventano allora le vere divinità protettrici della civiltà.
Accanto alla mostra, il padiglione vietnamita proporrà per tutta la durata della Biennale workshop e attività partecipative dedicate alle tecniche della lacca e ad altre pratiche tradizionali. Un modo per trasformare il pubblico internazionale non in semplice osservatore, ma in parte attiva di un’esperienza culturale che punta sulla condivisione più che sulla rappresentazione.








