Dopo oltre cinque anni di ricerca interdisciplinare, uno dei capolavori più iconici della Collezione Peggy Guggenheim torna finalmente visibile al pubblico nella sua rinnovata leggibilità. Si è infatti concluso il complesso progetto di studio, ricerca e conservazione di Composizione n. 1 con grigio e rosso 1938 / Composizione con rosso 1939 di Piet Mondrian, avviato nel 2021 dal dipartimento di conservazione del museo veneziano e reso possibile grazie al sostegno di un donatore anonimo. L’opera è ora esposta nella mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, aperta fino al 19 ottobre 2026.

Lo studio sugli effetti del restauro del ’68
Realizzato tra il 1938 e il 1940, alle soglie della Seconda guerra mondiale, il dipinto rappresenta uno dei vertici della ricerca neoplastica dell’artista olandese. Dietro l’apparente rigore geometrico della composizione si cela però una costruzione estremamente sofisticata di luce, superfici e spazio, emersa con chiarezza proprio grazie all’esteso lavoro di indagine condotto negli ultimi anni. La ricerca è nata dalla necessità di riesaminare gli effetti del restauro eseguito a New York nel 1968, quando il dipinto venne pulito, verniciato, rintelato e montato su un supporto a nido d’ape, oltre a essere dotato di una nuova cornice. Interventi che, secondo gli studiosi, avevano modificato profondamente l’aspetto originario dell’opera, attenuando il delicato equilibrio tra superfici opache e lucide e compromettendo la complessa percezione spaziale concepita da Mondrian.

Il restauro
Lo studio e il restauro sono stati guidati da Luciano Pensabene Buemi, Head of Conservation and Technical Research della Collezione Peggy Guggenheim, in collaborazione con i dipartimenti di conservazione del Solomon R. Guggenheim Museum di New York e con numerosi istituti di ricerca, musei internazionali e specialisti dell’opera di Mondrian. L’intervento ha assunto così la forma di una vera e propria indagine interdisciplinare, capace di intrecciare analisi scientifiche, ricerca archivistica, studi tecnico-artistici e pratiche conservative. Un percorso che non si è limitato alla tutela materiale dell’opera, ma che ha contribuito ad approfondire la comprensione della visione spaziale e percettiva dell’artista.

Svelato il segreto delle celebri linee nere di Mondrian
Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca ha riguardato le celebri linee nere di Mondrian. Le analisi hanno infatti dimostrato che l’artista costruiva queste superfici attraverso molteplici strati sovrapposti di pittura e vernici, tornando più volte sulle proprie composizioni per perfezionare proporzioni ed equilibri. Se le campiture bianche e colorate conservano una texture opaca e materica, le linee nere erano invece concepite come superfici lucide e dinamiche, capaci di attivare otticamente lo spazio del dipinto. “Sai che le rendo lucide, altrimenti diventano morte”, scriveva lo stesso Mondrian nel 1920. Fondamentale è stata anche la fase di pulitura dell’opera, realizzata mediante innovativi sistemi gelificati sviluppati nell’ambito del progetto europeo GREENART, dedicato ai materiali sostenibili per la conservazione del patrimonio culturale. Il recupero delle condizioni originarie ha consentito di ristabilire il dialogo tra superfici opache e riflettenti, restituendo profondità e leggibilità alla composizione.

Indagini diagnostiche e studi comparativi
Sul piano scientifico, il dipinto è stato inoltre sottoposto a sofisticate indagini diagnostiche non invasive grazie alla collaborazione con i laboratori CNR ISPC e SCITEC, all’interno dell’infrastruttura europea IPERION HS e della piattaforma MOLAB di E-RIHS. Le analisi hanno permesso di individuare modifiche compositive, tracce di versioni precedenti e testimonianze del continuo processo di rielaborazione dell’opera da parte dell’artista. La ricerca si è estesa anche a un ampio studio comparativo su oltre venti dipinti del periodo londinese e americano di Mondrian, conservati in importanti musei internazionali, tra cui il Centre Pompidou, il Museum of Modern Art di New York, la Tate Modern e la Fondation Beyeler. Un confronto che ha consentito di approfondire tecniche, finiture superficiali, sistemi di incorniciatura e vicende conservative delle opere tarde del maestro olandese.
Particolare attenzione è stata dedicata infine alla ricostruzione del sistema di incorniciatura originale ideato da Mondrian. Le ricerche storiche hanno infatti dimostrato come, dalla fine degli anni Trenta, l’artista utilizzasse sottocornici arretrate e nastri telati dipinti per dissolvere il confine tradizionale tra quadro, parete e ambiente circostante. La cornice applicata nel 1968 è stata quindi rimossa e sostituita con una ricostruzione fedele della sottocornice originale, realizzata in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.









