Giovedì 29 Ottobre 2026

Warhol vs Banksy, Castello di Barletta (testata sinistra)

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Warhol vs Banksy, Castello di Barletta

Gianni Berengo Gardin, abitare il mondo attraverso la fotografia

8 min di lettura

Al Mart di Rovereto, dal 24 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027, 120 fotografie raccontano il rapporto tra architettura, paesaggio e vita quotidiana nell’opera di uno dei grandi maestri della fotografia italiana. Una rilettura che mette al centro la costruzione dell’immagine e la responsabilità dello sguardo.

Parigi, 1981

Ci sono fotografie che documentano un luogo e fotografie che ci insegnano a guardarlo. Quelle di Gianni Berengo Gardin appartengono a entrambe le categorie: registrano la realtà con rigore, senza sottrarsi alla sua complessità, ma nello stesso tempo la organizzano in immagini capaci di rivelarne equilibri nascosti, tensioni e contraddizioni. L’architettura, nelle sue fotografie, non è mai soltanto una questione di edifici. È lo spazio in cui si svolge la vita, il teatro dei gesti quotidiani, il punto d’incontro tra le trasformazioni della città e le persone che la abitano.

È da questa prospettiva che nasce Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare, la mostra che il Mart di Rovereto presenta dal 24 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027, a poco più di un anno dalla scomparsa del fotografo, avvenuta il 6 agosto 2025. Curata da Micol Forti, Gabriele Lorenzoni e Alessandra Mauro, in collaborazione con Contrasto, l’esposizione riunisce 120 fotografie provenienti dall’archivio di famiglia e ripercorre oltre mezzo secolo di attività, dagli anni Cinquanta al 2013.

Il progetto propone una lettura che si discosta dall’immagine più consueta di Berengo Gardin, maestro del reportage e testimone delle vicende sociali italiane, per soffermarsi su un aspetto fondamentale del suo lavoro: la capacità di costruire lo spazio attraverso l’inquadratura. Una qualità che attraversa l’intera produzione dell’autore e che emerge tanto nelle vedute urbane quanto nei cantieri, negli ambienti industriali e nei luoghi della quotidianità.

4_Luzzara Reggio Emilia 1973

La geometria della realtà, la presenza delle persone

Osservare una fotografia di Berengo Gardin significa spesso accorgersi che nulla è lasciato al caso. La distribuzione dei volumi, l’alternanza tra superfici piene e vuote, le linee che guidano lo sguardo e le relazioni tra gli elementi dell’immagine compongono una struttura precisa, quasi architettonica. Eppure, questa organizzazione non irrigidisce la realtà in uno schema astratto: al contrario, le permette di manifestarsi in tutta la sua vitalità.

La sua è una fotografia in cui la disciplina formale convive con una profonda attenzione umana. Le persone entrano nelle immagini non come presenze decorative, ma come protagoniste di uno spazio che contribuiscono a definire. Un operaio al lavoro, un passante, un bambino che gioca o una figura che attraversa una piazza possono modificare radicalmente il senso di un’inquadratura. Il loro movimento introduce una misura, suggerisce una proporzione, restituisce alla costruzione architettonica la sua dimensione vissuta.

In questo equilibrio risiede uno dei tratti più originali del fotografo: l’abilità di tenere insieme la precisione della composizione e l’imprevedibilità dell’esistenza. Le immagini non separano mai del tutto la forma dalla funzione, l’edificio dal suo contesto, la città dalle relazioni sociali che la animano. Ogni ambiente diventa così una testimonianza delle abitudini, del lavoro e dei cambiamenti che attraversano una comunità.

Il titolo della mostra richiama una definizione di Stefano Boeri, che ha descritto le fotografie dell’autore come mondi capaci di sottrarsi alle mode e di apparire, nella loro essenzialità, quasi sempre esistiti. È una qualità che appartiene alla loro apparente immediatezza: immagini leggibili e rigorose, ma mai esaurite in ciò che mostrano. La loro classicità non coincide con l’immobilità, bensì con la capacità di continuare a interrogare il presente.

Lignano Sabbiadoro Udine 1963

Venezia, laboratorio di uno sguardo

Il percorso espositivo prende avvio da Venezia, città nella quale Berengo Gardin cresce e comincia a formare il proprio linguaggio fotografico, confrontandosi anche con i progetti degli studenti dello IUAV. Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930 e vissuto in diverse città europee prima di stabilirsi a Milano nel 1965, il fotografo ha costruito la propria identità professionale attraverso il reportage, la documentazione sociale e l’osservazione degli ambienti. Venezia rappresenta uno dei luoghi fondamentali di questa formazione, un laboratorio visivo nel quale sperimentare rapporti tra architettura, acqua, luce e vuoto.

Nelle sue immagini veneziane, lo spazio acquista significato anche attraverso ciò che manca. Canali, piazze e campielli non sono semplicemente contenitori di edifici, ma ambienti definiti dalle distanze, dalle aperture e dalle relazioni tra le forme. L’attenzione si sposta spesso verso gli intervalli, gli sfondi e le porzioni di paesaggio che una visione meno attenta lascerebbe ai margini. È proprio questo spazio apparentemente secondario a determinare l’equilibrio dell’immagine.

Veduta della mostra_Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare_Ph Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2026 (15)

Da Venezia si apre un racconto più ampio, nel quale strade, abitazioni, portici e piazze entrano in relazione con i luoghi della trasformazione. I cantieri diventano osservatori privilegiati del mutamento: mostrano l’architettura mentre si forma, le strutture ancora incompiute, i materiali, le tracce del lavoro e le persone coinvolte nella costruzione. Accanto a queste immagini si collocano fotografie più essenziali, concentrate su muri, soglie, riflessi e superfici, nelle quali gli elementi architettonici sembrano dissolversi in giochi di geometrie e sovrapposizioni.

La varietà dei soggetti non interrompe la coerenza del linguaggio. Che si trovi davanti a un edificio monumentale o a un dettaglio apparentemente insignificante, Berengo Gardin conserva la stessa attenzione per le relazioni interne all’immagine. Il suo sguardo non impone alla realtà una spettacolarità artificiale: ne individua piuttosto le strutture, facendo emergere una bellezza che nasce dalla precisione e dalla capacità di osservare.

8_Al Lingotto Torino 1993

Nei cantieri, dove l’architettura diventa esperienza

Il rapporto con l’architettura accompagna il fotografo lungo tutta la sua carriera. Dopo le prime pubblicazioni sul settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, e le collaborazioni con importanti testate italiane e internazionali, Berengo Gardin dedica una parte significativa del proprio lavoro alla documentazione dei territori, degli ambienti industriali e dei progetti architettonici. Un’attività che confluirà anche in una vasta produzione editoriale, con oltre 260 volumi fotografici pubblicati.

Tra gli incontri più significativi c’è quello con Renzo Piano, con cui Berengo Gardin avvia alla fine degli anni Settanta una collaborazione destinata a durare oltre trent’anni. Dal 1979 al 2012 il fotografo segue diversi progetti dell’architetto, documentando edifici e interventi urbanistici in Italia e all’estero: dal Beaubourg di Parigi alla trasformazione del Lingotto di Torino, dal porto antico di Genova al Parco della Musica di Roma, fino agli interventi a Berlino e Osaka.

Veduta della mostra_Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare_Ph Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2026 (25)

Queste fotografie non si limitano a illustrare opere concluse. Il cantiere, con la sua successione di fasi, diventa un organismo in movimento, nel quale il progetto incontra la materia e il lavoro umano. La costruzione si rivela come un processo fatto di decisioni, gesti, attese e trasformazioni. L’architettura perde così ogni aura di oggetto isolato e torna a essere il risultato di un’attività collettiva.

È un rapporto nel quale fotografia e progettazione si incontrano senza confondersi: l’architetto immagina e organizza lo spazio, il fotografo ne interpreta la nascita e ne restituisce le relazioni con il contesto. A testimoniare la profondità di questo legame, la mostra presenta un video inedito in cui Renzo Piano ricorda il rapporto professionale e personale con Berengo Gardin.

Al centro del percorso, le sue parole si alternano alla proiezione del documentario Il ragazzo con la Leica (2021), diretto da Daniele Cini. Il film ripercorre decenni di storia italiana attraverso le immagini in bianco e nero del fotografo, le sue battaglie civili e le testimonianze di amici e colleghi, soffermandosi anche sul rapporto con la figlia Susanna, con la quale aveva lavorato alla propria autobiografia in occasione dei novant’anni.

Veduta della mostra_Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare_Ph Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2026 (25)

La misura della città, il peso delle trasformazioni

La conclusione del percorso riconduce ancora a Venezia, ma questa volta attraverso uno dei reportage più noti di Berengo Gardin: quello dedicato alle grandi navi da crociera che attraversano la laguna.

Qui la ricerca sulla composizione assume un significato apertamente civile. Le enormi imbarcazioni, accostate alla scala degli edifici e degli spazi urbani, producono un contrasto che va oltre l’effetto visivo. La sproporzione mette in discussione il rapporto tra infrastrutture, ambiente e patrimonio storico, facendo emergere le conseguenze delle scelte economiche e politiche sulla vita di una città.

Se nelle immagini iniziali Venezia offriva una riflessione sul vuoto e sull’equilibrio tra le forme, le grandi navi introducono il problema della misura. Un manufatto umano, concepito per il movimento e il trasporto, assume dimensioni tali da alterare la percezione di un contesto sedimentato nei secoli. La fotografia diventa allora strumento di denuncia, ma senza rinunciare alla complessità del linguaggio visivo.

Il reportage, presentato anche in importanti occasioni pubbliche a Venezia e Milano, testimonia la capacità dell’autore di trasformare la precisione dello sguardo in una presa di posizione. La composizione non addomestica il mondo né lo rende innocuo. Può, al contrario, rendere visibili le contraddizioni che un’immagine meno consapevole lascerebbe sullo sfondo.

Veduta della mostra_Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare_Ph Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2026 (25)

La fotografia come disposizione permanente

Accanto alle immagini più note, la mostra riserva spazio anche a materiali che restituiscono una dimensione meno conosciuta dell’autore. Alcune grandi fotografie lo raffigurano nel suo studio milanese, mentre due scatti inediti documentano la piazza e il foyer del Mart. Ritrovati nell’archivio grazie alle ricerche della figlia Susanna, questi ultimi furono realizzati durante un soggiorno nelle Dolomiti, lontano da qualsiasi committenza ufficiale.

La loro presenza offre una prospettiva particolare sul mestiere del fotografo. Anche lontano dai progetti professionali, lo sguardo continua a esercitarsi, attratto da spazi, proporzioni e possibilità compositive. La fotografia appare così non soltanto come lavoro o strumento di documentazione, ma come una disposizione permanente verso il mondo: un modo di vedere che accompagna la vita e trasforma anche un incontro casuale con un luogo in occasione di ricerca.

Il percorso espositivo trova un ulteriore approfondimento nel catalogo pubblicato da Contrasto, con 224 pagine e 120 fotografie in bianco e nero. Il volume sviluppa il confronto tra struttura dell’immagine, architettura e spazi dell’abitare, offrendo nuove chiavi di lettura per comprendere le diverse direzioni della ricerca.

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Gianni Berengo Gardin, abitare il mondo attraverso la fotografia

24 ottobre 2026 · 14 febbraio 2027

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