Non si conosce ancora la Foto dell’Anno (che verrà annunciata soltanto Giovedì 23 aprile alle ore 11.00 in occasione dell’apertura stampa dal vivo della mostra principale World Press Photo Exhibition 2026 presso De Nieuwe Kerk, Amsterdam, Paesi Bassi), ma il World Press Photo ha nel frattempo annunciato tutti i vincitori del World Press Photo Contest 2026, confermando il proprio ruolo centrale nel raccontare, attraverso le immagini, “le storie che contano”. Tra i vincitori anche un’italiana, Chantal Pinz, premiata per il progetto Farīsāt: Gunpowder’s Daughters, che racconta il gruppo di donne che sfidano una tradizione equestre marocchina storicamente maschile, rivendicando il proprio spazio all’interno della cultura del Paese. Una narrazione che intreccia identità, emancipazione e tradizione.

Credit: © Chantal Pinzi, Panos Pictures

Credit: © Chantal Pinzi, Panos Pictures
Farīsāt: Gunpowder’s Daughters: le amazzoni di Chantal Pinzi
Il progetto fotografico di Chantal Pinzi, realizzato ad agosto 2025 in Marocco, indaga la tradizione equestre marocchina della Tbourida riconosciuta dall’UNESCO e che risale al XVI secolo, da cui le donne sono storicamente escluse. La fotografa italiana racconta con le sue foto il processo di emancipazione di questo gruppo di amazzoni che, in una performance coreografata di guerra di cavalleria, galoppano all’unisono, sparando con i fucili. Le amazzoni hanno lottato per l’inclusione da quando le riforme del codice della famiglia del Marocco del 2004 hanno rafforzato i diritti legali delle donne. Oggi sono sette le compagnie composte interamente da donne che cavalcano in queste performance equestri. Queste farīsāt (cavallerizze) sostengono costi personali significativi, finanziando i propri cavalli, i costumi e i permessi per la polvere da sparo.

Credit: © Chantal Pinzi, Panos Pictures
Non solo guerre e disastri, ma anche identità, resistenza e trasformazioni culturali
Nel complesso, l’edizione 2026 ha raccolto 57.376 immagini realizzate da 3.747 fotografi di 141 Paesi. I progetti premiati — sottolinea l’organizzazione — rappresentano “le migliori proposte” e alternano “prospettive ampie e punti di vista intimi”, accostando storie già note ad altre meno raccontate. Il risultato è un mosaico che attraversa i principali scenari contemporanei. I conflitti internazionali restano centrali — dagli Stati Uniti all’Ucraina, fino a Palestina, Pakistan e Nepal — ma non esauriscono il racconto. Accanto alla guerra emergono infatti crisi ambientali diffuse, con lavori che documentano gli effetti del cambiamento climatico in contesti tra loro molto diversi, dalle Americhe al Sud-Est asiatico fino al Nord Europa.
Un altro asse tematico riguarda le mobilitazioni sociali e le rivendicazioni di diritti: dalle proteste negli Stati Uniti ai movimenti femminili in Guatemala e Kenya. In questo quadro si inserisce anche il progetto di Pinzi, che affronta il tema dell’accesso delle donne a spazi tradizionalmente esclusivi. Parallelamente, molti lavori si concentrano su dimensioni più intime: malattia, isolamento, lutto e sopravvivenza diventano chiavi per leggere la fragilità della condizione umana. Altri progetti guardano alle nuove generazioni e ai processi identitari, costruendo un racconto meno legato all’urgenza dell’attualità e più alla trasformazione sociale nel lungo periodo.

La natura, infine, è presente non come sfondo ma come soggetto: dagli elefanti uccisi in Zimbabwe a un orso polare fotografato accanto a una carcassa di capodoglio, fino a immagini ravvicinate di fauna selvatica in Asia. Scene che evidenziano il rapporto sempre più critico tra esseri umani e ambiente. “Ho un assoluto rispetto per la profondità del processo che sta dietro ogni storia che premiamo”, ha dichiarato la direttrice generale Joumana El Zein Khoury, sottolineando come “l’intenzionalità della giuria” sia alla base della credibilità del premio.

Sul piano metodologico, il concorso continua a basarsi sul modello geografico introdotto nel 2021, con giurie regionali e una selezione finale globale. Un sistema che, secondo i dati diffusi, ha ampliato la rappresentatività: 31 dei 42 vincitori provengono dai territori che raccontano, mentre cresce la partecipazione da Sud America e area Asia-Pacifico. Le fotografe e le persone non binarie costituiscono il 22% dei partecipanti. A presiedere la giuria globale è stata Kira Pollack, che ha inquadrato il lavoro dei fotografi in una dimensione più ampia: “Questo è un momento cruciale — per la democrazia, per la verità”. E ancora: “I fotografi qui riconosciuti hanno fatto la loro parte. Hanno creato una testimonianza. Ora tocca a noi guardarla.”
Le immagini selezionate entreranno nel circuito della mostra itinerante del World Press Photo, che ogni anno tocca oltre 60 città nel mondo, ampliando ulteriormente la diffusione di questi lavori. In Italia le foto andranno in mostre al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 7 maggio.

Credit: © Matthew Abbott, Oculi, for The New York Times
Caption: A young man drags a dolphin toward the shore in Walande. While Fanalei struggled this season, the larger sister community of Walande successfully landed a catch to share across the Surodo Lagoon. Maramasike Island, 11 February 2025.

Credit: © Roie Galitz
Caption: A female polar bear feeds on a sperm whale carcass in the polar pack ice north of the Norwegian archipelago, Svalbard. 82° North, International Waters, 8 July 2025.








