Tre capolavori di Van Gogh e il prezioso Cézanne conservato in una collezione pubblica italiana scompaiono dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, nell’estate del 1998, a Roma. Un’incredibile eco circonda la vicenda e la fa rimbalzare su tutti i quotidiani italiani e stranieri. Il furto realizzato con destrezza in una delle istituzioni museali più importanti d’Italia scatena una vera e propria crisi nazionale e agita il mondo dell’arte. E fa partire un’indagine lunga e meticolosa da parte dei Carabinieri che porterà al ritrovamento delle opere e all’arresto degli autori del furto. Il Luogotenente C.S. dell’Arma dei Carabinieri Pompeo Micheli, protagonista di quelle indagini assieme ai colleghi del nucleo dei Carabinieri per la Tutela per il patrimonio Culturale, dopo quasi trent’anni ha ricostruito passo per passo pedinamenti, intercettazioni, intuizioni investigative e la complessa strategia operativa che le caratterizzarono. Ne è nato così La banda dei piedi scalzi, un libro che conduce il lettore nei momenti decisivi di un’operazione tanto drammatica quanto rivelatrice dell’importanza del nucleo dei Carabinieri per la Tutela per il patrimonio Culturale. Con una premessa, imprescindibile secondo l’autore: «Difendere un’opera d’arte significa difendere la memoria di un popolo. Quando l’arte viene rubata, non scompare solo un quadro: viene ferita la memoria di un popolo». Abbiamo chiesto a Pompeo Micheli come è nato quello che non è un romanzo ma un saggio investigativo che racconta una storia assolutamente vera.
Com’è nato il libro? Qual è stata la motivazione che l’ha spinta a scriverlo e quale obiettivo si è posto?
«Anche se i fatti raccontati risalgono a quasi trent’anni fa, il mio obiettivo non era semplicemente raccontare un furto d’arte. Questo libro inaugura la collana Memoria Arte Legalità, un progetto editoriale nato per valorizzare il lavoro investigativo che permette di recuperare le opere trafugate. I dipinti, una volta ritrovati, tornano nei musei e continuano a essere ammirati dal pubblico; ciò che rischia invece di essere dimenticato sono le indagini, il sacrificio e la professionalità di chi ha reso possibile quel recupero».
Quindi il focus si sposta dal furto al lavoro investigativo che porta al recupero delle opere.
«Esattamente. Le indagini nel settore della tutela del patrimonio culturale sono molto particolari. Prima di entrare in questo reparto mi occupavo di contrasto al traffico di droga e, per certi aspetti, quel tipo di attività risultava persino più semplice: si poteva arrivare all’arresto dei responsabili anche senza recuperare la refurtiva. Nel caso delle opere d’arte, invece, il vero successo consiste nel ritrovarle integre. Per questo motivo, nel caso della rapina alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, pur avendo individuato i responsabili con alcuni giorni di anticipo, decidemmo di intervenire soltanto quando avemmo la certezza del luogo in cui erano custoditi i dipinti».
Come si affronta un’indagine di questo tipo?
«In un certo senso è simile a un sequestro di persona: gli ostaggi, però, sono le opere d’arte. Tutto ruota attorno alla necessità di riportarle a casa senza che subiscano danni».
Ripercorriamo allora le tappe dell’indagine. Come è iniziato tutto?
«La notte del 19 maggio 1998 ricevetti la telefonata del mio comandante. La Polizia di Stato era già intervenuta sul luogo della rapina e, quando arrivammo, trovammo le custodi ancora imbavagliate e profondamente scosse. I rapinatori avevano agito con estrema violenza e armati. Un dettaglio colpì subito tutti: avevano operato a piedi scalzi, probabilmente per non lasciare tracce o rumori».
Ed è proprio da questo particolare che nasce il titolo La Banda dei Piedi Scalzi.
«Sì, fu una definizione coniata dai giornalisti dopo le prime testimonianze raccolte dalla direttrice della Galleria, Sandra Pinto, e dalle custodi. Quel dettaglio colpì molto l’opinione pubblica. All’epoca i sistemi di sicurezza dei musei erano meno evoluti rispetto a oggi e, nel caso della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, erano in corso lavori di ristrutturazione che facilitarono l’azione dei rapinatori. Ma presto ci rendemmo conto che la vera falla non era tecnologica, bensì umana. Le indagini portarono infatti a individuare il coinvolgimento di una custode del museo e di suo marito, che aveva organizzato il colpo insieme a una banda di rapinatori esperti».
Quanto durarono le indagini?
«Esattamente quarantotto giorni. Dal giorno successivo al furto fino alla notte del recupero. Avevamo già identificato i responsabili e disposto intercettazioni telefoniche e ambientali, ma aspettavamo di conoscere con certezza il luogo dove erano nascoste le opere. La svolta arrivò grazie a una telefonata intercettata. Una donna disse al compagno: “I pupi sono a nanna”. Capimmo che “i pupi” erano i sei dipinti rubati. Nella notte del 6 luglio 1998 scattarono contemporaneamente le operazioni a Roma e Torino e riuscimmo a recuperare tutte le opere».
Quando si pensa a operazioni come questa vengono subito in mente film e serie televisive. Nella realtà quanto è diverso il lavoro di un investigatore?
«È molto impegnativo. È un lavoro totalizzante, fatto di sacrifici personali, orari inesistenti e grande spirito di squadra. La differenza di questo libro rispetto ad altri racconti di furti d’arte è proprio questa: è scritto da chi quell’indagine l’ha vissuta in prima persona.Per questo motivo ho voluto che il prologo fosse firmato dal Generale Brigata Carabinieri Carlo Fischione, che allora comandava una sezione del Reparto Operativo Tutela Patrimonio Culturale. È stato uno dei protagonisti di quella stagione investigativa e mi ha insegnato che il successo di un’indagine non appartiene mai al singolo, ma all’intero gruppo. Nel suo prologo definisce gli investigatori “combattenti”: una parola che racconta perfettamente lo spirito con cui affrontiamo questo lavoro».
Quindi è davvero un mestiere che assorbe completamente la vita di chi lo svolge.
«Assolutamente sì. Basti pensare che il secondo volume della collana racconterà il recupero dei diciassette dipinti rubati al Museo di Castelvecchio di Verona. Quell’indagine durò 205 giorni e io trascorsi tutto quel tempo lontano da casa, di cui 89 giorni tra Kiev e Odessa. Anche durante l’indagine della Galleria Nazionale ci furono situazioni simili. Seguimmo alcuni sospetti da Roma fino a Torino. Dopo aver installato un dispositivo di intercettazione in autostrada, io li anticipai prendendo un aereo praticamente senza bagagli: partii in jeans e canottiera e dovetti comprare tutto il necessario una volta arrivato a Torino. È un piccolo episodio che rende bene l’idea della disponibilità richiesta da questo lavoro».
Che emozione è stata ritrovare opere di così grande valore?
«È stata un’emozione enorme, ma anche un’operazione molto rischiosa. Io mi occupavo dell’intervento di Torino. Entrando nell’appartamento di uno dei rapinatori trovammo, oltre ai dipinti, un vero arsenale: fucili a pompa, mitragliette, pistole, parrucche e tutto il materiale utilizzato per compiere rapine agli istituti di credito. Rubare un’opera d’arte può essere relativamente semplice; il problema è riuscire a venderla. Grazie alla collaborazione con Interpol inserimmo immediatamente i dipinti nella banca dati internazionale delle opere ricercate. Diventarono di fatto invendibili e gli acquirenti stranieri che si erano fatti avanti si tirarono indietro».
Dove furono ritrovate le opere?
«Due dipinti erano nascosti a Roma, nell’abitazione di uno dei rapinatori. Gli altri furono recuperati a Torino, custoditi in un magazzino utilizzato da un commerciante incensurato che si era prestato a nasconderli».
Durante il blitz avete corso dei rischi?
«Sì. Nel mio caso dovetti entrare da una finestra, lasciando la pistola a un collega. Mentre entravo vidi uno dei rapinatori cercare qualcosa sotto il letto, senza sapere che lì sotto era nascosto l’arsenale. Ne nacque una colluttazione e fortunatamente riuscimmo a bloccarlo prima che potesse impossessarsi delle armi».
Perché ha sentito il bisogno di raccontare questa vicenda?
«Per dare voce ai miei colleghi. Io ho ricevuto molto dall’Arma dei Carabinieri e dal Comando Tutela Patrimonio Culturale. Questo non è un libro autobiografico: è un omaggio agli uomini e alle donne che ogni giorno lavorano con discrezione per restituire al Paese il suo patrimonio artistico. Vale lo stesso anche per magistrati, storici dell’arte e tutti coloro che contribuiscono a queste operazioni e che spesso non ricevono il riconoscimento che meritano. Il Professore Luca Nannipieri, uno dei più autorevoli storici, critici e divulgatori d’arte italiani, che ha contribuito con una preziosa prefazione, comprese immediatamente che non stavo scrivendo semplicemente un libro sul furto dei Van Gogh e del Cézanne della GNAM. Capì che il vero obiettivo era un altro: preservare la memoria delle grandi indagini e delle persone che hanno dedicato la propria vita alla tutela del patrimonio culturale italiano.
La sua prefazione è un riconoscimento culturale di grandissimo valore, perché proviene da uno studioso che ha dedicato la propria vita all’arte e che ha visto in questa collana un modo nuovo di raccontare il patrimonio culturale, attraverso le storie di chi lo ha difeso».
Quale sarà la prossima storia della collana?
«Sarà dedicata all’Operazione Gemini, che portò al recupero dei diciassette dipinti rubati al Museo di Castelvecchio di Verona. È stata un’indagine complessa che ha richiesto una stretta cooperazione internazionale tra Italia, Ucraina e Moldavia, con il supporto di Eurojust, l’organismo che coordina la cooperazione giudiziaria tra gli Stati europei. È una vicenda che dimostra quanto oggi la collaborazione internazionale sia fondamentale nella tutela del patrimonio culturale».
C’è un’indagine a cui è particolarmente legato?
«Senza dubbio quella del Van Gogh. Per questo motivo ho scelto Il Giardiniere come immagine di copertina del libro. Successivamente ne venne realizzata anche una riproduzione su tela che ebbe grande successo e il generale Roberto Conforti ne fece realizzare trecento copie da donare alle autorità».
Questa storia potrebbe diventare una serie televisiva o un film?
«Credo di sì. Sia questa vicenda sia quella raccontata nel prossimo volume hanno tutti gli elementi per una trasposizione televisiva o cinematografica».
A chi è dedicato il libro?
«Il libro è dedicato al generale Roberto Conforti, una figura fondamentale per il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. È stato molto più di un comandante: oltre a guidare alcune delle più importanti operazioni investigative, ha rafforzato la cooperazione internazionale tra le forze di polizia e ha contribuito a rendere la banca dati italiana dei beni culturali illecitamente sottratti un modello studiato in tutto il mondo.Ho avuto anche l’onore di partecipare alla formazione della Gendarmeria nazionale del Messico, che si è ispirata proprio al nostro modello per creare un reparto specializzato nella tutela del patrimonio culturale. È anche grazie a persone come il generale Conforti se l’esperienza italiana è oggi un punto di riferimento internazionale».







