Anche quest’anno Libri Come allestisce una mostra che mette in relazione il lavoro di un artista con la parola chiave che caratterizza ogni edizione. Quest’anno la parola chiave è Democrazia e sarà Alice Pasquini a presentare un’opera pensata e realizzata proprio per la 17ª edizione di Libri Come, prodotta dalla Fondazione Musica per Roma e curata da Michele De Mieri, Rosa Polacco e Marino Sinibaldi – dal 20 al 22 marzo 2026 all’Auditorium parco della Musica Ennio Morricone di Roma.
Durante i tre giorni della manifestazione (ma in esposizione fino al 6 aprile) l’opera installazione dell’artista romana – a cura di Rosa Polacco – rimarrà negli spazi di Auditorium Arte per aggiungere al ricco panorama di incontri, letture e dibattiti di questa Festa del Libro un ulteriore strumento di confronto e approfondimento, esplorando la Democrazia non solo come principio politico, ma anche come elemento culturale, capace di unire persone, idee e generazioni.
Abbiamo chiesto ad Alice Pasquini di raccontarci Goldimine – questo il nome dell’opera – e anche altro.

Come nasce Goldimine?
«Goldimine è un vero e proprio deposito di spazzatura, materiale di recupero dipinto d’oro con alcune figure umane dipinte come un simbolo di speranza. Sono oggetti di cui la gente si è liberata a cui ho ridato nuova vita giocando con una provocazione: ridipingerli d’oro fa riflettere su chi siamo e su quello che consumiamo. In maniera indiretta rappresenta cosa abbiamo scelto al posto della democrazia, il consumismo, che poi ci porta ad avere sempre più bisogno di cose».
In che senso si rapporta al termine democrazia che è il tema dell’edizione di quest’anno di Libri Come?
«Si tratta di un accumulo molto fragile che non vuole essere un manifesto, ma un lavoro sui sentimenti. Non è stato un lavoro diretto sulla parola Democrazia, ma su come questo cumulo fragile di vecchi oggetti rappresenta l’instabilità di quella che è una società sfaccettata. Al tempo stesso propone però una riflessione sul consumo e quindi su cosa è mancato alla democrazia e su cosa non ha funzionato. Un ammasso di rifiuti che ricoperto d’oro improvvisamente diventa seducente: un gesto molto semplice quanto destabilizzante che fa riflettere su quanto il valore sia una costruzione collettiva e quanto possiamo essere attratti dalla superficie.

MUSA/Fondazione Musica per Roma

MUSA/Fondazione Musica per Roma
La mostra è allestita nelle due sale degli spazi di Auditorium Arte. Nella prima c’è l’installazione Goldimine, con i suoi oggi recuperati e completamente ridipinti di oro. Nella seconda invece i visitatori troveranno un murales a gessetto su una parete nera. Perché il nero e perché i gessetti?
«La stanza era già completamente nera e l’idea è stata quella di usare i gessetti per il murales e poi lasciarli a disposizione di tutti nella maniera più democratica possibile per tutto il tempo dell’esposizione. Il gessetto è il mezzo artistico più democratico che c’è».
Goldimine Come si inserisce nel tuo percorso artistico?
«Io lavoro sui muri in tutto il mondo. La forma, la cultura, il contesto condizionano l’opera che non può essere uguale a Mosca, a Marrakesh o in Australia. Infatti, io preferisco considerare la mia arte come arte contestuale e non street art. Ma ho sempre lavorato anche con gli oggetti che sempre riportato dai miei viaggi in tutto il mondo, come se aggiungessi sempre un’altra storia. Così come sto facendo per un’altra mostra che ho in preparazione per una galleria in Largo Argentina a Roma, in cui lavoro sui materiali come sacchi dimessi, poster. Nel mio studio non dipingo con olio su tela, ma grazie al mio lavoro di recupero incontro tante persone. Come un signore che stava svuotando la casa della madre ed era molto triste di buttare oggetti che tutti consideravano solo spazzatura.

MUSA/Fondazione Musica per Roma

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Ti capita spesso di interagire con le persone mentre lavori?
«Moltissimo. Dipingendo in strada sotto gli occhi di tutti, l’approccio è sempre molto diretto con me. Lo studio invece è un momento chiaramente più privato per tirare fuori qualcosa di più fragile. Però la città, gli oggetti, i frammenti, le storie, le emozioni, le connessioni umane, sono al centro di tutta la mia ricerca e di tutta la mia produzione sia sui muri che in studio».
E le tematiche emergono di più dal tuo lavoro quali sono?
«Parlo di sentimenti umani e di relazioni fra le persone. Spesso i momenti che ritraggo sono un po’ di sospensione. Sono sempre momenti prima che accada qualcosa. Io ho cominciato a dipingere in strada rappresentando un tipo di donna diverso da quello del panorama della città, rappresentando momenti più umani di condivisione e credo che nel panorama urbano ci sia bisogno di umanità. L’idea di un dialogo con la città e le persone è quello che mi ha spinto fin dai tempi del liceo artistico e poi dell’accademia a lavorare nello spazio pubblico».

In che termini ti consideri un’artista femminista?
«Tutta la mia arte è dalla parte delle donne. In generale ma anche nel sociale, avendo lavorato molto nelle carceri, nei centri di accoglienza, con Medici senza Frontiere. Penso che un muro sia un simbolo molto forte, poterlo attraversare lì dove serve di più è importante. Non penso di essere un’artista femminista ma di fare un’arte che è dalla parte delle donne perché è quello che conosco. La rappresentazione della donna è sempre stata realizzar da artisti uomini quindi in questo senso c’è bisogno di una reazione al femminile».
A quando risalgono le tue prime esperienze artistiche?
«Inizi 2000. Poi, intorno al 2010, essendo una delle poche donne al mondo a dipingere su dimensioni così grandi e con il boom della street art ho cominciato ad essere chiamata a dipingere anche all’estero. All’inizio era solo una passione, una reazione all’accademismo ma poi ho cominciato ad essere chiamata degli Istituti Italiani di Cultura e dalle istituzioni culturali locali, in quasi in tutti i continenti, tranne Antartide. Ho lavorato in Australia, Argentina, Indonesia, Vietnam. Anzi, soprattutto all’inizio ho lavorato più all’estero che in Italia. Prima ero un’imbrattatrice, alla fine sono diventata addirittura Cavaliere della Repubblica nominata da Mattarella per un progetto di ripopolamento attraverso l’arte di un antico borgo molisano abitato soltanto da cento persone».

La tua arte contestuale è comunque una forma di street art e proprio di questi giorni è la notizia della scoperta del nome dell’artista chiamato Banksy: quanto conta conoscere nome e cognome?
«È terribile, è un’ingiustizia. A parte il fatto che il nome si conosceva già e si sapeva chi fosse, l’artista va comunque rispettato. Nel mio caso io avevo delle cose da dire e volevo dirle firmandomi con il mio vero nome, ma la poetica è poetica. Tra l’altro è molto più affascinante non saperlo».
La consideri una forma di violenza?
«Assolutamente si. Ma poi a che pro? Se avesse voluto farlo saper, lo avrebbe fatto. Io volevo firmare in quanto donna volevo che altre ragazze vedessero che si potesse fare. Quindi ho deciso di metterci la faccia. Era, in realtà, un’azione di interazione con il contesto. Ed era giusto così, ma non era quello che voleva Banksy».







