Nel suggestivo “nido” rotondo della Antica Fornace, là dove Antonio Canova cuoceva i suoi bozzetti in terracotta, Natalia Lombardo, artista e giornalista alla sua prima personale, ha trovato le giuste atmosfere per esporre sette pannelli, che si attraversano quasi trattenendo il respiro, passandoci in mezzo, mescolandosi con le grafiche che, sul davanti e sul retro di ogni pannello sospeso nel vuoto, raccontano in segni ora veloci e graffianti ora veloci e ritmati, il volo degli uccelli. Un’immagine poetica e potentissima allo stesso tempo, che trova una sintesi definitiva nelle altre quattro incisioni, lastre a puntasecca stampate su carta giapponese sulle quali Natalia è intervenuta con tecniche miste, con chine colorate e carte veline, che dopo tanto volare riportano a terra. Forse in Giappone, ma forse semplicemente tra i sogni. È la piccola, ma intensissima mostra Incanti, a cura di Laura Fusco, fino al 30 aprile alla Fornace Canova, a un passo dal Mausoleo di Augusto e all’Ara Pacis, nel cuore del tridente romano. (dal lunedì al sabato 16-20, ingresso gratuito).
È la stessa Natalia, passione per l’arte certificata dall’Accademia di Belle Arti e poi una vita da giornalista, a raccontare come è nato e come si è sviluppato questo prezioso progetto artistico che giovedì 23 aprile sarà ulteriormente arricchito dalle poesie di grandi autori ispirate al volo che, dalle 19, Giulio Scarpati leggerà all’interno del piccolo suggestivo mondo della ex fornace Canova.

Natalia come nasce il progetto Incanti?
«Nasce per un incanto notturno vero e proprio. Per un certo periodo, tutte le mattine verso l’alba, nel dormiveglia sentivo un canto, forse di un usignolo. Lo immaginavo come un ghirigoro, come delle volute che si completavano in un punto che mi ricordava una chiave di violino. Un giorno, dopo essermi alzata, ho voluto fermare quest’impressione molto forte e l’ho disegnata sulla carta. Ne è venuto fuori uno schizzo, che è esposto anche in mostra. Poi ne ho fatto un’incisione. E dopo, via via, ho cominciato ad ascoltare, a fare caso e a visualizzare altri canti di uccelli. Merli, parrocchetti, gabbiani. Le rondini, che amo tantissimo e che ho da sempre davanti al mio balcone. E infine ho unito il suono al movimento delle volute. Ho cominciato a registrare i loro canti per poi trasferirli su carta. I pappagalli romani, rumorosi, ho cercato di farli a puntasecca con segni molti vicini, con un tratto un po’ sincopato. Altri invece, come i gabbiani e gli storni, con segni molti sinuosi perché il loro suono si univa all’idea del volo».


Perché hai scelto di utilizzare diverse tecniche?
«In realtà ho usato l’incisione a punta secca. Tecnica diretta che nessuno conosce, con una punta di acciaio molto forte. E una tecnica legata al gesto immediato che a me piace molto. Trattenendo un po’ il respiro, fai un gesto secco. In questo caso permetteva un passaggio dall’ascolto, all’emozione suscitata al gesto della mano. Che corrisponde poi a quello che io amo molto, alla pittura segnica, allo stesso. Le opere con il colore, invece, ho pensato di farle su carta giapponese, su cui sono intervenuta con la china colorata. Ma l’ho sempre fatto, ho sempre usato tecniche miste. Anche nella pittura ho sempre usato acrilici, foglia d’oro, carta su carta, colla».

Anche se è la tua prima personale, già in precedenza ti sei cimentata nell’incisione, da dove nasce questa passione?
«La passione per l’incisione nasce già all’Accademia di Belle Arti dove ho avuto come maestro Guido Strazza, artista fantastico e soprattutto incisore, che oggi ha 103 anni, una persona eccezionale. Poi sono stata ad Urbino ad approfondire. E mi piace usare le tecniche più strane, come la ceramolle, la maniera nera. Sono tutti linguaggi diversi ma sempre nell’ambito dell’incisione calcografica».
Che ricordo hai di Strazza e delle sue lezioni?
«Bellissimo uomo, lo è ancora, dritto come un fuso, eleganza straordinaria. Negli anni ’80, si veniva dagli anni ’70, da grandi esperienze, e il suo laboratorio era quello che funzionava meglio, era perfetto. L’ho continuato a seguire negli anni. Per me la sua lezione è stata quella del graffio, del gesto, del rapporto quasi fisico con la lastra».


Incisioni calcografiche a puntasecca su plexiglass, incisioni a puntasecca su lastre di zinco, carta giapponese con interventi a mano: quali di questi mezzi è quello che ti senti più affine e che ti piace di più maneggiare?
«Ho sempre dipinto, con una predilezione per l’Informale, e lavorato la ceramica. Poi negli ultimi anni ho ripreso la tecnica dell’incisione, così antica e manuale, con due “maestre” calcografe: Elisabetta Diamanti e Maria Pina Bentivenga, alla Scuola di Arti Ornamentali San Giacomo. La puntasecca su plexiglass è molto facile ma si deteriora; invece, con la puntasecca su zinco puoi fare una tiratura, come ho fatto per la mostra. La carta giapponese mi piace molto per la sua trasparenza. Puoi trattarla anche male! La stendevo su un piano di pietra, la incollavo con la carta gommata, poi ci passavo un colore, poi ripassavo dopo qualche giorno, lei era tranquilla, poi ritornava piatta. In realtà mi piace maneggiare tutto».

Visitando la mostra la suggestione data da una presenza musicale originale è molto intensa. Perchè hai voluto aggiungerla all’esposizione?
«La musica era un elemento fondamentale, imprescindibile. Avendo via via registrato questi uccellini, ero partita dall’idea di far corrispondere ad ogni incisione il canto di un uccello. Ma era complicatissimo da realizzare. Poi ho chiesto al designer e producer Francesco Grignani di elaborare e comporre una musica proprio per questa mostra. Gli ho mandato le mie registrazioni degli uccellini e lui le ha incluse nella sua musica. Il tutto, alla fine, è quasi un’installazione, una visione immersiva in cui tu sei dentro e puoi andare avanti e indietro tra le opere che sono appese ad una struttura in metallo. È l’eptagramma di Franz Prati, l’architetto che lavorava nella Fornace Canova insieme a Fiorenza d’Alessandro, purtroppo scomparso. Veramente un’immersione un po’ meditativa».
Pensi di continuare su questo percorso artistico o pensi di esplorare ancora altri mezzi creativi?
«La paura per questa prima personale era moltissima. Ma questa volta è stata, per la prima volta, un vero e proprio progetto. Io sono sempre troppo eclettica, cambio tecnica, sono molto dispersiva. Invece questa volta è come un percorso circolare, un progetto che si è chiuso. Continuerò con altri progetti, forse con gli uccelli, o forse con l’aurora boreale. Non lo so ancora. Eppoi riprenderò anche la pittura e la ceramica».







