Il Tribunale di Livorno ha assolto con formula piena Gionata Gesi, conosciuto nel mondo dell’arte come Ozmo, (qui l’ultima intervista rilasciata ad ArteMagazine) riconoscendo il valore culturale della sua opera e stabilendo che il fatto contestato “non sussiste”. La decisione contenuta nella sentenza n. 64 del 13 gennaio 2026 e divenuta definitiva il 29 aprile scorso, e destinata ovviamente a creare un precedente nel dibattito legislativo sull’arte pubblica, chiude una vicenda giudiziaria iniziata quasi quattro anni fa e diventata simbolo del difficile rapporto tra arte urbana, tutela del patrimonio e interpretazione del concetto di vandalismo.
Il caso della Fonte di San Cerbone
Al centro del procedimento c’era un intervento realizzato nella notte tra il 24 e il 25 giugno 2022 sulla Fonte di San Cerbone, a Baratti, nel comune di Piombino. Ozmo, che oggi vive e lavora a Parigi ed è considerato uno dei pionieri della street art italiana e una delle figure più autorevoli dell’arte pubblica internazionale, aveva dipinto due monete etrusche con il volto di Medusa su una struttura storica da tempo in stato di degrado, concependo l’opera come un intervento site-specific in dialogo con il Tesoro di Populonia, allora esposto per la prima volta al Museo Etrusco locale. L’opera aveva immediatamente attirato attenzione nazionale e suscitato un acceso dibattito pubblico. Da una parte gli apprezzamenti istituzionali — tra cui quelli del sindaco di Piombino e della direttrice scientifica del Museo Etrusco di Populonia, Carolina Megale — dall’altra la denuncia della Soprintendenza, che riteneva l’intervento illecito ai sensi dell’articolo 169 del Codice dei Beni Culturali.Pochi giorni dopo la realizzazione, il murale venne vandalizzato con vernice nera da ignoti e successivamente rimosso, nell’aprile 2023, proprio su disposizione della Soprintendenza
La difesa: “Non un imbrattamento, ma un’opera d’arte”
Nel corso del processo gli avvocati Giuseppe Iannaccone ed Emanuele Andreis del Foro di Milano, legali dell’artista – che tra le sue opere più note riunisce l’intervento permanente al MACRO di Roma, il ritratto di Giovanni Falcone a Trapani e “Al suono delle trombe”, realizzato nel 2019 sulla facciata del tribunale di Rieti, considerato il primo intervento di arte pubblica su un tribunale italiano – hanno depositato memorie difensive e una consulenza storica che sosteneva come l’antica fonte medievale fosse già compromessa e distrutta da decenni, e che dunque l’intervento di Ozmo non avesse alterato alcun bene culturale tutelato. Ricostruzione che il giudice ha fatto propria. Anche il Pubblico Ministero, dopo aver esaminato il materiale prodotto dalla difesa, aveva chiesto in via principale l’assoluzione. La Procura aveva tuttavia ipotizzato, per scrupolo accusatorio, una possibile riqualificazione del fatto in imbrattamento. È proprio su questo punto che la sentenza assume un significato particolarmente rilevante: il Tribunale ha stabilito che i disegni realizzati da Ozmo “costituiscono un’opera artistica” dotata di “valore culturale”, finalizzata a “dare lustro e importanza” a un bene abbandonato, con effetti “incompatibili” con il reato di imbrattamento. Secondo il giudice, dunque, l’arte pubblica di qualità rientra pienamente tra le forme di espressione artistica tutelate dalla Costituzione italiana.
Ozmo: In quattro anni di attacchi personali e istituzionali, anche al mio valore artistico e a un’opera che avevo donato e oggi è perduta, ho pensato di chiuderla con un patteggiamento. Ho scelto invece di andare fino in fondo”
Un precedente per l’arte pubblica
La vicenda assume contorni quasi paradossali. A distanza di tre anni dalla rimozione dell’opera, la Fonte di San Cerbone versa nuovamente in stato di degrado ed è stata imbrattata con vernice rossa da ignoti. Chi aveva realizzato un intervento artistico studiato e motivato culturalmente è stato processato; chi ha vandalizzato l’opera non è mai stato individuato. “In quattro anni di attacchi personali e istituzionali, anche al mio valore artistico e a un’opera che avevo donato e oggi è perduta, ho pensato di chiuderla con un patteggiamento. Ho scelto invece di andare fino in fondo” il commento dell’artista alla sentenza, riferendosi anche ad un “precedente storico per l’arte pubblica nel Codice dei Beni Culturali”. L’artista ha poi ringraziato i professionisti e le istituzioni che lo hanno sostenuto, sottolineando come la sentenza riconosca “l’attenzione” e la ricerca presenti in ogni suo intervento.








